venerdì, Giugno 25, 2021
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Il processo ai Chicago 7, recensione del film di Aaron Sorkin

La recensione del film Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin. Dal 30 Settembre al cinema e dal 16 Ottobre disponibile su Netflix.

Quali sono le componenti di un film capaci di determinare l’accettazione dell’illusione cinematografica da parte dello spettatore? La storia in sé, naturalmente, il modo in cui è raccontata, la credibilità dei personaggi, ma anche il realismo delle loro battute e, in modo particolare, dei loro dialoghi. Una volta il “dialoghista” era un mestiere vero e proprio, che spesso non combaciava con quello dello sceneggiatore. In effetti, come talvolta si trova scritto (a mo’ di monito) nei manuali di sceneggiatura: si possono scrivere ottimi script, ma se poi i dialoghi sono poco credibili allora il lavoro fatto perderà di realismo e veridicità. Se pensiamo al cinema contemporaneo, non vi è probabilmente sceneggiatore più talentuoso nello scrivere i dialoghi di Aaron Sorkin (The Social Network). Lo dimostra anche il suo ultimo film, di cui è pure regista: Il processo ai Chicago 7, dal 30 Settembre distribuito in alcuni cinema selezionati e dal 16 Ottobre disponibile su Netflix.

Sorkin torna dietro la macchina da presa a tre anni dal suo precedente film,  Molly’s Game, per raccontare una storia vera più conosciuta negli Stati Uniti che al di fuori dei confini americani. Nel 1968, durante la campagna elettorale per l’elezione del nuovo presidente degli Stati Uniti (se la giocavano Hubert Humphrey e Richard Nixon, quest’ultimo poi vincitore), un gruppo di attivisti impegnato nell’opposizione alla Guerra del Vietnam organizzò una manifestazione a Chicago, in concomitanza con la convention dei Democratici. Dapprima pacifica, la marcia sfociò in uno scontro – senza esclusione di colpi – tra polizia e contestatori: furono in 7 (più uno) ad essere arrestati e processati, i quali passarono alla storia come i “Chicago Seven“.

Tom Hayder (Eddie Redmayne) e Rennie Davis (Alex Sharp) sono i leader di un movimento di protesta contro il conflitto in Vietnam e le anime della manifestazione di Chicago contro il governo degli Stati Uniti. Al loro fianco marciano anche i responsabili di differenti movimenti di opposizione all’establishment americano: gli hippie Abbie Hoffman (Sacha Baron Cohen) e Jerry Rubin (Jeremy Strong), i pacifisti David Dellinger (John Carroll Lynch), John Froines (Daniel Flaherty) e Lee Weiner (Noah Robbins). A seguito degli scontri tra manifestanti e polizia, i 7 vengono arrestati – insieme all’attivista delle “Pantere Nere” Bobby Seale (Yahya Abdul-Mateen II, fresco vincitore dell’Emmy per la serie Watchmen) – e processati da una corte, presieduta in maniera autoritaria dal giudice Julius Hoffman (Frank Langella), che gli ha già etichettati come colpevoli. Per cercare di provare la loro innocenza, gli indagati si affidano all’esperto avvocato William Kunstler (Mark Rylance), il quale se la dovrà però vedere con il rampante e agguerrito Pubblico Ministero Richard Schultz (Joseph Gordon-Levitt).

I primi minuti de Il processo ai Chicago 7 sono una dichiarazione d’intenti da parte di Sorkin, interessato non tanto agli antefatti che hanno condotto al processo quanto all’iter giudiziario in sé e alle dinamiche – machiavelliche e spesso ingiuste – che hanno contraddistinto il dibattimento. Se nell’introduzione, infatti, vengono presentati tutti i protagonisti (poi imputati) nell’atto di prepararsi alla manifestazione di Chicago, successivamente un’ellissi temporale disloca l’azione al primo giorno di udienze. Una scelta, quella di Sorkin, figlia di un atteggiamento ben preciso: non voler rendere conto fin da subito allo spettatore su quanto accaduto nella città dell’Illinois, ma attenersi ai resoconti dei testimoni e sviscerare così i fatti parallelamente all’avanzare del processo.

il processo ai chicago 7

Il privilegiare il racconto del procedimento penale anziché gli avvenimenti che l’hanno preceduto risponde però anche all’esigenza, da parte dello sceneggiatore e regista, di portare il film su binari a lui più congeniali: quelli del legal drama, del quale è riconosciuto un maestro indiscusso (non mancano comunque al film anche elementi di matrice comico-farsesca). Un genere sicuramente confacente a Sorkin, il quale – lo ricordiamo – ha esordito al cinema scrivendo la sceneggiatura di un film giudiziario che con il passare degli anni è diventato un vero e proprio classico del genere: Codice d’onore di Rob Reiner.

Da questo punto di vista, Il processo ai Chicago 7 può essere definito la quintessenza del cinema di Sorkin: dialoghi costruiti alla perfezione, confronti/scontri verbali dinamici, interazione tra gli interpreti di altissimo livello (anche grazie al supporto di un cast notevole che comprende, oltre ai nomi già citati, anche un bravissimo Michael Keaton in una piccola ma significativa parte). Peccato che la suddetta dinamicità dei dialoghi – spesso davvero scoppiettanti – è depotenziata da una struttura narrativa eccessivamente piatta, nonostante i tentativi di ravvivarla attraverso l’uso di flash-back dedicati agli antefatti che hanno condotto i 7 (più uno) imputati a processo. A livello di sceneggiatura, quindi, è come se Sorkin si fosse preoccupato quasi esclusivamente del realismo dei confronti dialettici tra i personaggi, ritenendo di poter sostenere l’intera narrazione – anche a livello di ritmo del racconto – su questo espediente: una scelta che funziona in certi momenti (che poi sono quelli più concitati), ma che nel complesso non paga.

A questa aspetto è necessario aggiungerne quantomeno altri tre che inficiano la riuscita del film. Il primo riguarda la scelta – discutibile – di non approfondire il contesto storico nel quale ebbe luogo il processo. Certo, nel film si fa riferimento alla Guerra del Vietnam, agli omicidi di Martin Luther King e Bobby Kennedy, così come al movimento delle “Pantere Nere” e al profondo razzismo radicato nella cultura (anche legislativa) americana (basti pensare che all’ottavo imputato, Bobby Seale, fu negata la difesa d’ufficio perché afroamericano). Eppure si ha costantemente la sensazione che Il processo ai Chicago 7 affronti la grande Storia con troppa superficialità, dando per scontata una conoscenza approfondita del periodo da parte dello spettatore, e privilegiando la fattualità delle dinamiche processuali anziché evidenziare l’importanza della causa a livello storico, politico e sociale.

La volontà di porre al centro della narrazione il processo in sé rappresenta un limite anche da un altro punto di vista: quello relativo alla descrizione e all’approfondimento dei personaggi. I 7 (più uno) processati sono delineati in modo talmente bidimensionale da essere più dei “tipi” che non personaggi a tutto tondo: non sappiamo nulla di loro (salvo rare eccezioni), delle loro vite, dei loro sentimenti riguardo al difficile momento che stanno vivendo. In tal modo, i vari Hayden, Davis, ecc. finiscono per essere le semplici pedine di un “gioco cinematografico” – apparentemente architettato da Sorkin con talento – senza anima.

Troppo algida la messa in scena adottata per il film dal regista e sceneggiatore; un’estetica in evidente antitesi rispetto all’ardente calore (umanamente indignato) che è solito emanare il cinema d’impegno civile: genere del quale – di fatto – Il processo ai Chicago 7 fa parte. La fiamma della protesta si accende solo nell’epilogo, nel quale emerge quella componente emotiva fino a quel momento dimenticata, ma è ormai troppo tardi. L’indignazione si trasforma in tronfia retorica, i buoni sono separati dai cattivi in modo fin troppo netto (c’è persino chi si redime in extremis) e il cinema spettacolare vince su quello critico-espressivo. E alla fine Il processo ai Chicago 7 si rivela per quello che è veramente: puro spettacolo, e neanche dei più coinvolgenti.

Guarda il trailer ufficiale de Il processo ai Chicago 7

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Il processo ai Chicago 7 affronta la grande Storia con troppa superficialità, dando per scontata una conoscenza approfondita del periodo da parte dello spettatore, e privilegiando la fattualità delle dinamiche processuali anziché evidenziare l'importanza della causa a livello storico, politico e sociale.
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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