Il Principe Dimenticato, recensione del film di Michel Hazanavicius

scritto da: Diego Battistini

Un giorno, probabilmente, qualcuno si prenderà la briga di riflettere sull’insolita carriera di Michel Hazanavicius. Fino al 2011, il regista francese era considerato più che altro un abile mestierante. La sua fama non superava i confini nazionali e la sua filmografia era costituita esclusivamente da pellicole comico-demenziali (il dittico dedicato al ridicolo agente segreto OSS17, per esempio). L’uscita di The Artist sparigliò le carte in tavola e fece porre a tutti una domanda: Hazanavicius, furbo mestierante o abile autore? Difficile dirlo, anche perché la sua carriera ha avuto successivamente discutibili alti (Il mio Godard, a parere di chi scrive comunque un ottimo film) e fragorosi bassi (The Search). E ora, il regista di origine lituana torna con una pellicola molto singolare, Il Principe Dimenticato, dal 24 aprile disponibile su Amazon Prime Video.

Si tratta, per Hazanavicius, di un ritorno alle origini. Perché il film, sceneggiato dal regista insieme a Noé Debré, e Bruno Merle, è una commedia fantastica – quasi una fiaba – che racconta il passaggio dall’infanzia alla prima pubertà di una ragazzina, e di come questa transizione incida in maniera tragicomica anche sul padre. Un tema certamente complesso, che Il Principe Dimenticato cerca di affrontare in modo originale. Peccato che l’ottima idea di partenza non sia poi sviluppata in modo efficace durante il corso della narrazione.

Djibi (Omar Sy) è un giovane padre vedovo che dedica tutta la sua vita alla figlia Sofia (l’esordiente Sarah Gaye). Il loro legame è sempre stato caratterizzato da un rituale giornaliero: quello del racconto della favola della buona notte. Affinando le sue storie di serata in serata, Djibi arriva a creare un universo narrativo autonomo ed originale, dove protagonisti indiscussi sono una bellissima principessa (che ha le sembianze della figlia) e un prode principe azzurro (chiaramente lui stesso). Ma, quando Sofia cresce, i suoi interessi cominciano a dislocarsi dalla figura paterna (che diventa sempre più ingombrante) a un compagno di scuola per cui prende una cotta. Un cambiamento che Djibi non riesce ad accettare, ma che forse riuscirà a comprendere grazie anche all’aiuto della nuova vicina di casa: la vulcanica e pasticciona Clotilde (una deliziosa Bérénice Bejo).

Il Principe Dimenticato è un film contraddistinto da una trama principale e una secondaria comunicanti tra loro. Da una parte le vicissitudini di Djibi e Sofia nella vita reale, con tutte le tensioni che la crescita della ragazzina comporta tra le parti; dall’altra invece quelle del principe azzurro e della principessa, abitanti del mondo onirico che padre e figlia hanno alimentato attraverso la loro fantasia. Di per sé, la scelta di articolare la vicenda in due segmenti narrativi distinti è suggestiva, ma la resa scenica delle due parti non è sempre incisiva e quello che proprio non funziona è la commistione tra i diversi registri narrativi sui quali il regista fa affidamento.

Se la parte ambientata nel mondo reale è tutto sommato efficace benché non innovativa, costantemente in bilico tra commedia e dramma (molto diluito), e contraddistinta anche da felici intuizioni (carina l’idea trasformare i cartelloni pubblicitari in didascalie), quella onirica – che all’apparenza dovrebbe essere quella atta a coinvolgere maggiormente lo spettatore, nonché quella più creativa- rappresenta invece il vero problema del film.

L’universo fittizio immaginato da padre e figlia è rappresentato come un grande studio cinematografico, popolato da eroici protagonisti, fedeli aiutanti, perfidi nemici e controfigure varie. Un mondo colorato dove l’unico limite – è il caso di dirlo – è la fantasia. Peccato che, in questo caso specifico, la scelta di Hazanavicius e dei suoi collaboratori sia quella di utilizzare quasi esclusivamente il registro demenziale. Benché i temi chiamati in causa siano sicuramente nobili, importanti e complessi, il modo infantile (intenso nell’accezione più negativa del termine) con cui vengono affrontarti rende l’operazione piuttosto respingente. E questo in primis per un pubblico adulto (in fin dei conti, il film è più che altro rivolto ai genitori, dato che la storia è raccontata dal punto di vista di Djibi), incapace di sintonizzarsi su un registro troppo puerile che depotenzia la riflessione su tematiche quali, ad esempio, il naturale e progressivo distacco tra genitori e figli, oppure l’elaborazione del lutto (d’altronde, l’attaccamento di Djibri alla figlia è anche frutto della perdita della moglie).

Al contempo, è difficile però catalogare Il Principe Dimenticato come un film per bambini. Certamente i toni leggeri, specie quando si raccontano le disavventure del principe nel mondo onirico, possono avere un maggior impatto su un pubblico giovanissimo, ma è difficile credere che i bambini/ragazzi di oggi siano disposti ad apprezzare un’operazione che per certi versi sembra essere arrivata fuori tempo massimo, contraddistinta oltretutto da un’estetica kitsch che a lunga andare, durante il corso della narrazione, stanca ed irrita.

A queste osservazioni se ne deve aggiungere anche un’ultima che, se vogliamo, mette ulteriormente in evidenza i limiti del film. Il Principe Dimenticato è un un’opera pasticciata che si affida esclusivamente a una sorta di sciagurato pot-pourri di elementi eterogenei, finendo però per pescare indiscriminatamente e a piene mani da altri film. Nulla di strano, certo, è una cosa che fanno tutti; peccato che in questo caso siamo ai limiti del furto. Se durante la visione si ha più di una volta una sensazione di dejà vu, è perché effettivamente le trovate migliori della pellicola sono prese “in prestito” (un eufemismo, chiaramente) dal cartoon Inside Out della Pixar.

Un’arma certamente a doppio taglio questo “omaggio” al film d’animazione diretto da Pete Docter, perché chiaramente il confronto tra le due opere è impietoso. Eppure è difficile non pensare a Inside Out quando, nel film di Hazanavicius, viene descritto – anche scenograficamente – il mondo onirico creato da Djibi e da Sofia. Solo per fare un esempio, si pensi al fatto che ne Il Principe Dimenticato è presente un luogo dove finiscono i ricordi dimenticati, l’Oblimondo, che è chiaramente mutuato da quel Baratro della Memoria dove svanisce il personaggio/ricordo di Bing Bong nel film Pixar (una scena oltretutto strappalacrime, impossibile da dimenticare!).

Insomma, a conclusione della visione del film, la sensazione è che il “tocco magico” del regista francese sia ormai venuto meno. Disperso forse in un progetto poco personale – in fondo, l’idea originale è dello sceneggiatore Bruno Merle – in cui manca tutta quell’inventiva, quella creatività e quella sapienza cinematografico-narrativa che aveva fatto di The Artist un capolavoro. E la domanda che ci si pone questa volta è: Il Principe Dimenticato rappresenta un incidente di percorso o è la conferma di un declino creativo? Ai prossimi film di Hazanavicius, l’ardua sentenza.

Guarda il trailer ufficiale de Il Principe Dimenticato

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


Siti Web Roma