venerdì, Gennaio 21, 2022
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Il Padre d’Italia, recensione del film con Luca Marinelli e Isabella Ragonese

Il Padre d’Italia è la nuova fatica del regista Fabio Mollo, quattro anni dopo il suo esordio con il lungometraggio Il Sud è Niente. Recuperando tematiche e suggestioni già presenti nell’opera prima, prova a dare corpo ai dubbi che corrodono una generazione al bivio tra un futuro incerto e una crescita veloce e obbligatoria causata dagli eventi. Protagonisti di questo inconsueto road movie dalle atmosfere dolaniane sono gli attori Luca Marinelli e Isabella Ragonese, rispettivamente nei panni di Paolo e Mia.

Paolo è un trentenne che vive da solo a Torino: schivo e taciturno, porta con sé il marchio pressante di un passato che non vuole rivelare ma che lo ha segnato, lasciandogli dubbi irrisolti e dogmi insolubili che gli impediscono di vivere appieno la storia d’amore con Mario, che lascia dopo otto anni. Ma la sua grigia routine viene stravolta dall’incontro del tutto casuale con Mia, anche lei trentenne e piena di vita, un caotico vulcano pronto a cogliere ogni attimo ed ogni opportunità che l’esistenza pone lungo la propria strada. Solo che Mia è incinta di sei mesi, non sa chi sia il padre del bambino e non ha un posto dove andare: così coinvolge Paolo in un atipico viaggio che li porterà da Torino fino in Calabria.

Mollo porta con sé, dopo la precedenza esperienza cinematografica, il Sud (tema che gli è caro visti i natali calabresi) che ne Il Padre d’Italia diventa più un luogo della mente che uno spazio fisico; anche il viaggio che compiono i due protagonisti è piuttosto un road movie dell’anima, che attraversa il loro presente, aprendo squarci significativi sul loro passato e spalancando le porte del futuro.

Paolo e Mia appartengono a quella generazione di millennials ancora alla ricerca di un proprio posto specifico nel mondo, ombre sullo sfondo degli eventi che sfidano le logiche e le regole sociali per compiere, infine, il viaggio più grande: quello all’interno di loro stessi. I temi che emergono sono impegnativi e pregnanti, come la paternità, l’omosessualità, il concetto stesso di “normalità” e di futuro che vengono affrontati con delicato equilibrio, in bilico costante tra dramma e commedia, senza mai eccedere e senza ricadere in triti cliché prettamente cinematografici.

Questo viaggio a due voci trova una perfetta incarnazione nella complessa costruzione dei “caratteri” di Paolo e Mia, tratteggiati con – anche qui – delicata grazia da Marinelli e dalla Ragonese: attraverso i loro gesti, i loro volti, gli atteggiamenti e i silenzi passano le emozioni e le sottotrame di questo dramma camuffato da commedia che si trasforma, definitivamente, in atipico cinema d’autore di genere con una doverosa eredità legata alla filmografia di Xavier Dolan.

L’uso del synth-pop e della musica elettronica nella colonna sonora; le luci artificiali che si aprono alla magnificenza della luce naturale irradiata dal paesaggio circostante; le inquadrature scelte per immortalare il viaggio dei protagonisti e quello dello spettatore nella loro conoscenza svelano l’enorme debito nei confronti della cinematografia del cineasta canadese, col risultato finale di un curioso esperimento che adatta quelle tematiche che gli sono così care all’insensata logica nonsense della nostra penisola.

Guarda il trailer ufficiale de Il Padre d’Italia

Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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