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Il mestiere, recensione del film di Beppe Tufarulo

Road movie nel Sud Italia con Luigi Lo Cascio, Il mestiere è l'opera prima del regista Beppe Tufarulo. Presentato alle Notti Veneziane (sezione delle Giornate degli Autori nell'ambito di Venezia 83).

Dopo Le città di pianura, ecco un altro film sulla provincia italiana. Chissà che il successo inaspettato del lungometraggio di Francesco Sossai non stia ispirando la rinascita di questo micro-genere poco affollato, lento, paesaggistico e riflessivo che nasconde il potenziale per fare ottimo cinema. Lo sapeva Fellini ai tempi de I vitelloni, lo sa Alice Rohrwacher, che ci ha costruito sopra un’intera filmografia, ed evidentemente lo sa anche Beppe Tufarulo, che sceglie di seguire le stesse orme per il suo esordio alla regia, Il mestiere, presentato alle Notti Veneziane (sezione delle Giornate degli Autori in accordo con l’Isola di Edipo, all’interno della Mostra del Cinema di Venezia 2026).

Sandro Cantafame (Luigi Lo Cascio) viaggia per il Sud Italia in una Apecar rossa, seguendo bizzarre indicazioni per raggiungere le abitazioni dei clienti. Si fa chiamare “il tecnico” e il suo lavoro consiste nel rianimare i corpi dei defunti – perlopiù anziani sul letto di morte – per truffare lo Stato e far sì che la famiglia continui a ricevere pensione e sussidi vari. Un giorno, salvando un ragazzo di nome Giocondo (Riccardo Maiello) da un gruppo di bulli, si attira le ire del padre di uno di loro, Vito La Scimmia (Massimiliano Rossi), che per sua sfortuna è anche il boss del territorio. 

Un road movie in un Sud Italia che “non esiste”

Inizia così un road movie sotto il sole cocente della campagna campana, con due personaggi che dovrebbero essere in fuga ma non fanno granché per scappare: del resto gli sconfinati campi che attraversano non sono adatti a nascondersi. Sandro continua quindi a fare il proprio mestiere come se nulla fosse, cercando nel frattempo di trasmettere la propria arte al neo acquisito pupillo e di trasmettergli le lezioni più importanti che la vita gli ha insegnato. Anche se Giocondo, il cui cognome (Infelice) rispecchia il suo stato d’animo, ama disegnare e forse non è fatto per la vita nomade. 

È un Sud etereo, quello de Il mestiere. Nelle note di regia Tufarulo lo definisce “un Sud che non esiste sulle mappe”, e in effetti al suo interno è facile perdersi: i punti di riferimento sono pochi, gli indirizzi non esistono, le strade sono tutte uguali. Eppure il regista ne cattura perfettamente lo spirito, le cui parti prendono forma in singoli individui o luoghi specifici: il mafioso, l’immigrato lasciato a morire in mezzo ai campi, la casalinga, il truffatore, il giovane brillante affossato dalla mentalità retrograda del branco, il “Monte Bianco” fatto interamente di rifiuti e l’atleta francese venuta apposta per scalarlo. Popolando il film di archetipi, che per definizione sono modelli vuoti, Tufarulo li riempie con le memorie della terra su cui camminano. 

Un film che rifugge i suoi stessi generi

Sandro è l’unico a possedere ricordi suoi, e sono ricordi dolorosi, di tradimento e di perdita. Grazie a Giocondo – che invade il suo piccolo mezzo di spostamento con la sua sagoma corpulenta – essi riemergono e, come i cadaveri che rianima artificialmente, anche lui per un attimo torna a respirare. Non è qualcosa di mai visto – si pensi alle famose coppie di Léon, Logan e perfino The Mandalorian – ma rispetto a questi ultimi Il mestiere rifugge quasi del tutto l’adrenalina, l’azione, la velocità. Solo in una potente sequenza realizzata in animazione, dove i disegni di Giocondo prendono vita, la violenza può prendere il sopravvento, e anche in quel caso non è affatto liberatoria. 

Per il resto, Tufarulo si sottrae il più possibile dai generi di cui colora il film. Ci sono evidenti tinte western, ma neanche l’ombra di un’arma da fuoco. C’è un affascinante elemento steampunk – i cuori di metallo fabbricati da un amico di Sandro – che però non si vede mai in azione. E c’è, ovviamente, un viaggio nel quale si visitano sempre gli stessi posti e non ci si allontana più di tanto dal punto di partenza. Se da altre parti tutti questi elementi rischierebbero di soffocare un’opera, il regista trova il modo di disseminarli senza intaccare il fulcro principale. Lo Cascio è, così, libero di entrare a piene mani nel suo personaggio, facendosi carico della malinconia che lo pervade e consegnandoci una toccante prova attoriale. 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Road movie in un Sud Italia etereo e privo di punti di riferimento, Il mestiere cattura lo spirito della provincia campana riempiendo i suoi personaggi con le memorie della terra su cui camminano. Colorato di diversi generi senza essere da essi soffocato, rifiuta la velocità e l'adrenalina e valorizza la prova di Luigi Lo Cascio in coppia con il giovane Riccardo Maiello.

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