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Il mago del Cremlino – Le origini di Putin, recensione del film di Olivier Assayas

Presentato in concorso a Venezia 82, Il mago del Cremlino - Le origini di Putin è interpretato da Paul Dano e Jude Law. Dal 12 febbraio al cinema con 01 Distribution.

Voleva catturare l’ambizione del farsi grande racconto sulla Russia contemporanea, ma Il mago del Cremlino – in concorso all’8esima Mostra del Cinema di Venezia – è un film fin troppo patinato. Troppo patinato per infangarsi davvero nei più di trent’anni di storia di cui fa acceleratissima lezione seduto dietro la cattedra, così come è troppo patinato nel ridurre gli spazi tra le complessità paradossali in cui affoga il mondo che ci sta attorno.

Troppo patinato persino per prendere una posizione netta e tradurla in una idea di cinema forte, una che fosse una. Insomma, quest’opera diretta da un francese, Olivier Assayas, che la scrive con un altro francese, Emmanuel Carrère, a partire dal romanzo di un italo-svizzero, Giuliano da Empoli, per lasciarla interpretare da un americano (Paul Dano), un inglese (Jude Law) e una danese (Alicia Vikander) si avvicina più che altro a un bignamino propagandistico.

Jude Law e Paul Dano ne Il mago del Cremlino. Credits: Carole Bethuel

La Russia e le sue molte anime

Perché Il mago del Cremlino finisce per dire esattamente le cose che in questo momento un occidentale vuole sentirsi dire. Cioè che l’occidente della Russia non ha mai capito niente, una nazione con una storia complicata alle spalle, che ha sfiorato il sogno democratico con la caduta dell’URSS prima di affondare con tutte le scarpe dentro un’autocrazia barbara popolata da squali in fame atavica.

Tutto vero, per carità. Ma il fatto che sia vero non cambia la semplicistica dimensione ideologica di un film fluviale (oltre due ore e mezza) che ha tante cose argute messe in bocca al suo protagonista-narratore, Vadim Baranov (Dano), fittizio spin doctor dietro l’ascesa al potere di Vladimir Putin (Law). Cose buone e giuste su cosa questa ascesa al potere sia, perché la si cerca, dove vada a parare, che Vadim dispensa come aforismi cristallini ai quali basta aderire annuendo con il capo.

Diviso in capitoli che seguono i momenti salienti della Federazione Russa post caduta del muro di Berlino (la gioventù dei nuovi russi, l’arrivo per breve dei soldi occidentali, l’abdicazione di El’cin, la guerra in Cecenia, la guerra in Crimea e via discorrendo), Baranov fa da Virgilio in una blanda pagina Wikipedia messa a schermo in dimensione di parabola. Da giovane idealista a produttore televisivo, da socio di un oligarca a consigliere di uno dei cancri della nostra contemporaneità.

Paul Dano ne Il mago del Cremlino. Credits: Carole Bethuel

Un film troppo semplicistico

Un vettore narrativo che Il mago del Cremlino usa per muoversi nella costellazione di molti nomi e di molti volti che abbiamo imparato a conoscere nelle cronache estere e poi veder sparire spesso suicida, in incidenti o ancora meglio in circostanze mai chiarite. Un fantasma (quello dell’inebetito occidente, spettatore ma con le mani in pasta?) che si trae via dalla responsabilità delle sue azioni e si comporta da pacato messaggero.

Ecco, sulla pacatezza insistita di Baranov (Dano per una volta non è la faccia giusta) si apre poi il vaso di un tono esasperante che non trova mai il rimpallo con le impennate cariche di una farsa che in un primo momento il film pare attestarsi. Sotto questi volutamente posticci trucchi e parrucchi Assayas non infonde quasi mai nessun tipo di commento all’inabissarsi del protagonista in cunicoli dai quali non si risale, marcando una distanza oggettiva che torna ancora utile solo a quell’annuire di cui si diceva poco sopra.

Perché la forma del film è quella di un esorcismo mancato all’ombra lunga di Putin, che sembra essere il punto del discorso e poi in realtà non lo è. Come se Il mago del Cremlino volesse dire che lui è solo una parte di un qualcosa di più grande, tuttavia senza possedere l’equilibrio per dirlo bene e fino in fondo perché con l’arroganza di partire da un’idea che è per lui già giusta e costituita.

Un’ambiguità di intenti che fa poi scivolare confusamente nel racconto pure l’eterno ritorno di una donna amata (Vikander), sulla quale è trita e ritrita la retorica del renderla specchio in cui scoprirsi persi. Ma si è detto, Baranov è solo un vettore, e allora pure questa scialuppa di salvataggio contraddice gli scopi di un film piatto nonostante la sua mole, troppo facile per inquadrare come siamo arrivati al nostro presente e troppo attaccato alla sua tesi per essere qualsiasi altra cosa.

Guarda il trailer ufficiale de Il mago del Cremlino

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Con Il mago del Cremlino - Le origini di Putin, Olivier Assayas dirige un film che si pone lo scopo di farsi grande racconto storico sugli ultimi trent’anni di Russia. Ma all’ambizione troppo alta risponde con un volo d’uccello semplicistico a ridosso dell’ascesa di Vladimir Putin, confezionando un bignami troppo patinato e compiaciuto della sua arguzia di facciata.

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Con Il mago del Cremlino - Le origini di Putin, Olivier Assayas dirige un film che si pone lo scopo di farsi grande racconto storico sugli ultimi trent’anni di Russia. Ma all’ambizione troppo alta risponde con un volo d’uccello semplicistico a ridosso dell’ascesa di Vladimir Putin, confezionando un bignami troppo patinato e compiaciuto della sua arguzia di facciata.Il mago del Cremlino - Le origini di Putin, recensione del film di Olivier Assayas