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Il Gladiatore II, recensione del film di Ridley Scott

Sequel del film del 2000 vincitore di 5 premi Oscar, Il Gladiatore II di Ridley Scott con protagonista Paul Mescal arriva al cinema dal 14 novembre distribuito da Eagle Pictures.

Piccola premessa. È piuttosto facile intuire perché Hollywood, soprattutto per le produzioni ad altissimo budget, reiteri a oltranza la soluzione di sequel/prequel/reboot, una pratica sempre esistita nel cinema sin dai suoi albori e oggi principalmente imbrigliata nei canoni della serialità: paura del rischio e conseguente necessità di sfruttare (talvolta fino all’osso) formule, nomi e contesti che garantiscono un ritorno economico.

Quello che invece sembra sfuggire agli americani è il fatto che questo giochino abbia iniziato a non funzionare più. Basti pensare a Tom Cruise: nel 2022 è riuscito, con il seguito/clone di Top Gun, a generare 1,5 miliardi di dollari di incassi al botteghino (costo del film: 170 milioni), per poi incappare, solo un anno dopo, in un colossale flop: il suo Mission: Impossible – Dead Reckoning ha incassato 570 milioni a fronte di un budget di 290 milioni, producendo circa 100 milioni di perdite.

Ora: che la Paramount e Ridley Scott vogliano riesumare un film del 2000 vincitore di 5 premi Oscar, è lecito e sacrosanto. Ma quante possibilità concrete ci sono che Il Gladiatore II riesca a sfondare il muro dei 600 milioni di dollari, ovvero il doppio di quanto si vocifera sia costato (il budget stimato va dai 250 ai 300 milioni a causa di numerose riprese aggiuntive)? E, soprattutto, quante possibilità ci sono che questo film risulti al pubblico godibile quanto il suo predecessore?

Azzardiamo una risposta: poche. Quante che il titolo segua lo sfortunato destino dell’ultimo flop di Ridley Scott (che misteriosamente continua a essere osannato nell’immaginario collettivo, pur azzeccando ormai pochissimi film), Napoleon (200 milioni di budget e 220 milioni di incassi)? Molte.

Un film privo di pathos

Il perché di questa previsione – che in qualche modo speriamo venga disattesa – risiede in prima battuta nei contenuti de Il Gladiatore II. Prendendo come esempio sempre Top Gun: Maverick, il film di Joseph Kosinski ha sbancato il botteghino perché non solo ha letteralmente copiato il modello da cui prende spunto (tecnica analoga è stata utilizzata in Star Wars: Il risveglio della Forza), ma l’ha intelligentemente attualizzato, generando un passaparola senza precedenti.

Il film ha dato ai nostalgici degli anni Ottanta ciò che volevano ed è riuscito a portare in sala una seconda generazione di spettatori. Esattamente ciò che Ridley Scott non riesce a fare in questo sequel. Non perché il precedente sia un capolavoro intoccabile ma in quanto legato a peculiarità forse impossibili da replicare in un seguito. Senza addentrarci in un confronto tra l’originale e il seguito, basti dire che Il Gladiatore II è un film privo di pathos, caratteristica invece imprescindibile della pellicola del 2000.

Sin dai primi minuti, introdotti da bellissimi titoli di testa animati che fungono da prologo, Scott bombarda letteralmente il pubblico con azione sfrenata sottolineata da una colonna sonora empatica a tratti fastidiosa, quasi un’ammissione di colpa: “So che non riuscirò ad emozionarvi, ma almeno godetevi lo spettacolo”. Con l’aiuto di una GCI che incomprensibilmente risulta a tratti meno incisiva e più posticcia degli effetti visivi di Game of Thrones, il regista nella prima mezz’ora piazza una battaglia colossale con tanto di navi e uno scontro in arena tra gladiatori e scimmie xenomorfe. Dopo, comincia il film.

Lo sceneggiatore David Scarpa ce la mette tutta per imbastire una storia che abbia collegamenti con il film precedente e allo stesso tempo suoni nuova, l’impegno c’è e si vede: personaggi nuovi e richiami qua e là al passato, imperatori folli ma anche un po’ di intrighi a palazzo, qualche espediente telefonato compensato da un paio di colpi di scena godibili. Manca, però, il phatos.

Meno male che Denzel Washington c’è

Un’assenza dovuta in prima istanza alla (non) motivazione che muove il protagonista, Lucio Vero (un Paul Mescal poco a suo agio nei panni di gladiatore): vendetta, ovviamente, ma anche un’idea naïve e confusa di giustizia che culmina in un finale a un passo dal cringe. Lo spettatore lo segue con piacere ma non lo ama. L’innamoramento, semmai, è per Marco Acacio (Pedro Pascal), generale dell’esercito inarrestabile ma stanco della morte, con un onore e dei principi granitici come lo erano quelli di Massimo Decimo Meridio. Il tifo è tutto per lui, che sfida apertamente – pur avendo molto da perdere – i suoi imperatori, nel tentativo di ribaltare assieme ad Augusta Lucilla (interpretata sempre da Connie Nielsen) una dittatura di sangue e distruzione.

Al suo fianco, altri comprimari meglio scritti/interpretati del principale: Joseph Quinn e Fred Hechinger (Geta e Caracalla), molto bravi nel dare corpo a un’idea di smisurata pazzia e dissolutezza, e Alexander Karim (Ravi), il cui personaggio dà un tocco di spessore al contesto nel quale si muove Lucio Vero. Mentre il film prosegue tra alti e bassi, scelte azzeccate ed altre totalmente fuori luogo (la bellissima scena di naumachia nel Colosseo, ad esempio, è rovinata dalla presenza di enormi squali voraci), una regia comoda con pochi guizzi e fantasia, qualcosa accade.

La storia cresce e il pubblico inizia ad appassionarsi, fino a realizzare quale sia il principale elemento di attrazione di questo sequel: Denzel Washington. Il suo personaggio, Macrino, mercanti di schiavi dall’ambizione smisurata, è il meglio scritto di tutto il film, innesco di gran parte delle vicende narrate che poco a poco prende il sopravvento su tutto il resto, anche grazie all’eccellente interpretazione di Washington. Nel parziale vuoto di idee, credibilità e senso che caratterizza tanto Il Gladiatore II quanto la Roma in esso descritta, Macrino/Washington si erge su tutto e divora la scena, diventando addirittura villain finale.

Come sia possibile che un elemento apparentemente secondario di una produzione da quasi trecento milioni di dollari diventi protagonista assoluto, è un interrogativo che andrebbe posto alla Paramount, a Ridley Scott e David Scarpa. Una cosa, però, è certa: questo sequel diventa improvvisamente godibilissimo se comparato a quello scritto da Nick Cave nel 2006 (e mai realizzato), nel quale lo spirito reincarnato di Massimo torna a Roma per difendere i cristiani dalla persecuzione, per poi essere trasportato in altri periodi della Storia, dalla Seconda Guerra Mondiale al conflitto in Vietnam, fino al presente…

Guarda il trailer ufficiale de Il Gladiatore II 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Il Gladiatore II è un film sufficientemente spettacolare e con un cast ben assortito da garantire divertimento in sala, anche grazie a una trama e dei collegamenti con il passato non del tutto sconclusionati, come spesso accade in kolossal del genere. Strepitosa l’interpretazione di Denzel Washington, che ha avuto la fortuna di vestire i panni del personaggio meglio scritto. Se avete nostalgia del film del 2000, tuttavia, questo sequel l’acuirà e in testa continuerà a riecheggiarvi, dall’inizio alla fine, solo l’iconica battuta di Russel Crowe: “Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell'esercito del Nord, generale delle legioni Felix, servo leale dell'unico vero imperatore Marco Aurelio. Padre di un figlio assassinato, marito di una moglie uccisa... e avrò la mia vendetta... in questa vita o nell'altra!”.

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