Indianapolis, 1977. Un uomo entra nella hall di un edificio che ospita una società che si occupa di mutui bancari. Chiede di vedere il capo, ma non c’è. Trova solo il figlio. Tempo di qualche minuto e quell’uomo, che si chiama Tony Kiritsis, lega al collo dell’altro un fil di ferro collegato a un fucile a canne mozze. È una pratica che si chiama “dead man’s wire”: se uno dei due fa un movimento brusco, inciampa, tentenna o cerca di divincolarsi parte un colpo.
Quella che Gus Van Sant sceglie come suo ritorno alla regia (mancava da Don’t Worry, del 2018) è la storia vera di un torto fatto da un grande a un piccolo. Solo che Kiritsis (lo interpreta Bill Skarsgård) è un piccolo con non tutte le rotelle a posto e un giorno decide che vuole sentirsi come il Davide che vuole suonarle a Golia. Rivendica solo quel che ritiene essere suo, cioè la proprietà di alcuni terreni che accusa essergli stati portati via con l’inganno da quella società di mutui a cui si era affidato.
“Eat the Rich”
È un film tutto proiettato nella catarsi, Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire, presentato fuori concorso all’82esima Mostra del Cinema di Venezia. È cronaca di una reazione illegale ma “razionale”, uno strappo alla regola del grande gioco dove forse, ma solo forse, sembra che quel perdente possa farcela. Non è solo una questione di sovversione davanti all’evidenza dell’aberrazione immorale della nostra società capitalista – le eco con il caso Mangione arrivano fortuite, ma inevitabilmente risuonano.
Ma è questione dell’approccio che la pellicola sceglie. Cioè quello di una testimonianza snocciolata tra il bislacco e l’ironico, dove Kiritsis inciampa, ci pensa, ci ripensa, ha la parlantina svelta e una certa paradossale premura per il suo ostaggio (Dacre Montgomery). Non gli si può proprio volere male, ci dice Van Sant. Perché questo oggi è forse l’unico approccio etico davvero possibile, quello dell’eroe sconfitto, del tentato “eat the rich”, della rivalsa fuor di regola (ma tranquilli: non finisce nel sangue).
E tutto risuona poi nella forma di una beffa continua. Non è quel poveraccio che Tony voleva (sono il risultato dello stesso male?), ma il padre, un Al Pacino in un ruolo davvero piccolo che bene ingloba l’antipatia opulenta della nuova aristocrazia dei billionaires. Perché l’interesse economico sta altrove, nel virtuale, nell’irraggiungibile. Sotto si agita un circuito dove un ruolo gioca anche il rilancio del sistema dei media (Myha’la) e dell’intrattenimento (Colman Domingo), che si nutre del fenomeno e lo consuma alimentando a sua volta quel sistema che tiene a bada e impone di girare solo nel circuito.

L’umorismo per fare parabola morale
Se Dead Man’s Wire funziona è soprattutto perché all’interno di questa dinamica estrema ed eticamente posizionata sta una sceneggiatura brillantemente scritta (quella di Austin Kolodney), che squilla con l’invettiva e poi puntella con una prossimità intima ai personaggi. Non è fredda e non è cinica, ma al contempo è lucida e mirata.
E a conferma di tutto stanno interpretazioni centratissime. In primis di Skarsgård, un attore che non sta ancora trovando il ruolo adatto a proiettarlo direttamente nel palcoscenico dei grandi che eppure sa fare davvero tutto e sa farlo benissimo, affiancato qui dalla rassegnazione dimessa e anche piuttosto commovente di Montgomery, che recita sostanzialmente solo con il volto mentre è tenuto prigioniero nell’appartamento di Kiritsis.
Qui e lì spuntano inserti di repertorio che documentano con video e foto alternandosi ai video e foto della messinscena, in una girandola divertente e melanconica che usa un umorismo sbroccato per farsi una piccola parabola morale che da ieri risuona nell’oggi. Un bel ritorno per il regista statunitense.


