domenica, Agosto 7, 2022
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Il Discorso Perfetto, recensione del film di Laurent Tirard

Il Discorso Perfetto è la traduzione italiana del francese Le Discours, commedia scritta e diretta da Laurent Tirard che ha scelto di adattare per il grande schermo il romanzo omonimo di Fabrice Caro. Nei panni di Adrien, il neurotico ed ipocondriaco protagonista che si perde nel flusso ininterrotto dei suoi caotici pensieri, troviamo l’attore Benjamin Lavernhe, sbarcato alla Festa del Cinema di Roma per presentare il film che approderà comunque nelle sale italiane dal 23 dicembre, distribuito da I Wonder Pictures.

Adrien (Lavernhe) è un uomo di trentacinque anni tendenzialmente nevrotico, ipocondriaco, bloccato in una sorta di crisi di mezza età e in una interminabile cena di famiglia durante la quale il padre tira fuori i soliti aneddoti; la madre si concentra sull’eterno cosciotto d’agnello mentre la sorella – Sophie – ascolta il suo futuro marito Ludo neanche fosse Einstein. E così Adrien aspetta invano che Sonia, la sua fidanzata, risponda ai messaggi che lui le ha inviato per mettere fine alla “pausa di riflessione” che la donna gli ha imposto da un mese. Ma Sonia non risponde e, per coronare il tutto, Ludo – il suo futuro cognato – gli chiede di tenere un discorso il giorno del matrimonio: l’ansia di Adrien si trasforma in panico. E se invece questo discorso si rivelasse come la cosa migliore che potesse capitargli?

Il Discorso Perfetto è l’altra faccia della medaglia di una commedia avvistata pochi giorni fa durante RomaFF15, ovvero Palm Springs: in entrambe si approfondisce l’ampio spettro caotico dei sentimenti umani, delle loro insondabili sfumature, della complessità inafferrabile dell’amore in ogni sua forma. Ma se nella romcom di Barbakow il ritmo eclettico e scatenato nasconde la celata malinconia della solitudine, della paura (soprattutto di amare) e dell’insondabile complessità delle relazioni, ne Il Discorso Perfetto la scelta narrativa è più convenzionale e rassicurante (come accade di solito nella commedia), a discapito però di una messinscena, un’estetica e una drammaturgia assolutamente anarchiche.

Tirard sposa lo spirito sopra le righe e scatenato dei Fratelli Marx, scegliendo volontariamente di trasporre il romanzo di Caro – un lungo flusso di pensieri del protagonista – in una forma non canonica, figlia del post-modernismo proustiano e joyciano. Ed è così che Adrien si trasforma in un alter ego europeo del nevrotico Alvy Singer protagonista di Io e Annie, un giovane uomo alle prese con una separazione improvvisa che cerca di razionalizzare conversando con il proprio Io. Un’interattiva seduta di psicanalisi freudiana condivisa con il pubblico, voyeur di lusso e terapista involontario, che assiste curioso ed impotente al divagare fluttuante dei pensieri dell’uomo.

Ed è così che Adrien, novello Swann alla ricerca dei frammenti caotici del proprio tempo perduto, cerca di ricollegare i fili della sua mente; l’ironia si fa strada tra le riflessioni e diventa caustica, pungente, una pioggia di cianuro che si abbatte sulle teste dei suoi famigliari, mostrando il ritratto impietoso – e irresistibile – di una “brava” borghesia incastrata tra convenzioni e rituali sociali, pensieri sussurrati e attriti inespressi; ed in tal modo un discorso da matrimonio si trasforma ben presto in una miccia corta, capace di far deflagrare in poco più di un’ora i precari equilibri che tutti hanno adottato.

Il Discorso Perfetto a cui fa riferimento il titolo è quello che immagina Adrien nella sua mente; lo vede, lo disegna nella sua mente, ne elabora infinite versioni e variazioni sul tema, e ogni nuova proiezione è un assist per riflettere sulla propria vita e sul significato dell’esistenza in generale, trascinando nel maelstrom della propria caotica iperattività tutti i presenti. La sceneggiatura riflette i repentini cambi di umore – e di rotta – del protagonista, adattandosi alla complessità dei suoi ragionamenti come del resto fa la regia, caotica tavolozza di esperimenti visivi ed immagini creative.

La regia e la sceneggiatura si frammentano riflettendo la complessità dell’Io interiore, rendendo Adrien un novello Ulisse joyciano partorito dalla mente di Woody Allen, affetto da brillante witz e mal d’amore; un girovago dei labirinti sentimentali perfettamente a suo agio nella più tradizionale delle strutture – quella della romcom – dove l’importante non è sapere come andrà a finire (di solito bene), ma capire quanti ostacoli la vita porrà lungo il cammino dei due protagonisti alle prese con le loro pene d’amor perdute.

Guarda il teaser trailer de Il Discorso Perfetto

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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Il Discorso Perfetto, recensione del film di Laurent TirardIl Discorso Perfetto a cui fa riferimento il titolo è quello che immagina Adrien nella sua mente; lo vede, lo disegna nella sua mente, ne elabora infinite versioni e variazioni sul tema, e ogni nuova proiezione è un assist per riflettere sulla propria vita e sul significato dell’esistenza in generale, trascinando nel maelstrom della propria caotica iperattività tutti i presenti.