lunedì, Settembre 26, 2022
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Il Contagio recensione del film di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini

Il Contagio è l’affascinante, disturbante, enigmatico titolo del nuovo film diretto dalla coppia di registi Matteo Botrugno e Daniele Coluccini, di nuovo al timone di un progetto dopo il loro esordio con Et in Terra Pax, ancora una volta sotto l’egida produttiva della Kimera Film (già artefice del successo del cult di Caligari Non Essere Cattivo). Un film tratto dal romanzo omonimo di Walter Siti che regala, a sua volta, un affresco complesso di una Roma babelica, popolata di volti, nomi, storie e desideri. Desideri che sfociano nella mancanza, e proprio questo vuoto emotivo spinge ognuno dei (tanti) personaggi a sancire, da soli, il proprio destino.

Roma: in un quartiere popolare, si intrecciano le vite di un gruppo di personaggi che vivono nello stesso palazzo. C’è Marcello (Vinicio Marchioni), quarantenne ex culturista cocainomane che ha una relazione con il professore borghese Walter (Vincenzo Salemme) nonostante sia sposato con Chiara (Anna Foglietta); i suoi problemi con la droga lo legano al losco boss di zona, Carmine, e allo spacciatore Mauro (Maurizio Tesei), ambizioso e pragmatico, pronto a tutto pur di compiere la svolta della vita insieme alla moglie Simona (Giulia Bevilacqua). Tra redenzione e dannazione, criminalità, illegalità e storie di ordinaria quotidianità metropolitana, si delinea il ritratto di un’umanità dolente che si muove nel sottobosco urbano della Roma contemporanea.

Il Contagio al quale si fa riferimento è quello inesorabile legato alla voglia da parte di molti personaggi di possedere: beni materiali, ricchezza, uno status sociale più agiato, il controllo definitivo sulla Città Eterna

Botrugno e Coluccini tornano nei territori impervi che avevano già fatto da sfondo al loro debutto: ma questa volta non si limitano a raccontare, con lirica crudeltà, la nostra società; si affidano alle parole di Siti per tingerla di un disperante lirismo, di una poesia nascosta nelle piccolissime cose che compongono il mosaico delle vite degli altri che scelgono di narrare.

Gli “altri” sono gli abitanti della periferia, di quella terra di frontiera che lambisce i margini della città, con le sue luci che attraggono come sirene bugiarde. Il Contagio al quale si fa riferimento è quello inesorabile legato alla brama, al desiderio di potere, alla voglia da parte di molti personaggi di possedere: beni materiali, ricchezza, benessere, uno status sociale più agiato, il controllo definitivo sulla Città Eterna.

il contagio

Il Contagio recensione del film di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini

Il film è un ampio – e ambizioso – affresco dal sapore pasoliniano, capace però di aggirare allo stesso tempo i limiti imposti dal confronto diretto: il lungometraggio di Coluccini e Botrugno è post-pasoliniano, complesso, capace di raccontare la realtà “giocando” con le regole dei generi (e, nello specifico, del gangster movie) fino a creare l’illusione di ben due film allo specchio.

Nella prima parte, lo spettatore viene lentamente condotto per mano fin nel cuore delle vite dei protagonisti, fin nelle loro case, spiando con discrezione dal buco della serratura la loro intimità. Il polo intorno al quale gravitano i fatti e misfatti di questo microcosmo è Marcello, le sue relazioni disfunzionali, i problemi nei quali letteralmente “annega” e la propria incapacità di vivere: il ritratto dell’ex culturista – descritto attraverso le parole del professor Walter – ricorda i ragazzi di vita pasoliniani, la loro malinconica e sfiorita bellezza legata a un romantico “non luogo” della mente – la periferia – letta attraverso la lente d’ingrandimento di chi non appartiene a questo universo.

Il film è un ampio – e ambizioso – affresco dal sapore pasoliniano, capace però di aggirare allo stesso tempo i limiti imposti dal confronto diretto

Il fulcro della seconda metà diventa invece Mauro, l’altra faccia “sporca” della periferia, colui che è disposto a tutto pur di compiere la svolta definitiva, anche a costo di pagare un prezzo altissimo che lo costringe a cercare, disperatamente, una drastica redenzione per riappropriarsi della purezza ormai perduta.

Coluccini e Botrugno arricchiscono Il Contagio (qui il trailer ufficiale) con una regia onirica e sospesa – camera a spalla e lunghi piani sequenza – capaci di restituire quel tocco artistico, da bidimensionale e ricco affresco, tipico di Masaccio e della fotografia del film pasoliniano più celebre, Accattone.

il contagio

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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