In termini scientifici, con “resilienza” si intende la proprietà di un materiale di tornare alla propria forma originaria dopo essere stato piegato, deformato o allungato, oltre che di resistere agli shock e di rimanere inalterato. Applicato alla psicologia, essa diventa la capacità di una persona di adattarsi a eventi avversi, come malattie, sfortune, grossi cambiamenti e traumi, e non va confuso con il concetto di “antifragile”, che invece permette di prosperare nei momenti di crisi e di sfruttarli per migliorare sé stessi.
Alla ricerca del Pino Loricato
In un certo senso, i protagonisti de Il bene comune sono alla ricerca di entrambe queste straordinarie abilità della nostra mente, pur essendo due concetti sulla carta contrapposti. C’è infatti chi affronta con coraggio i propri demoni, chi prova a rimarginare ferite ancora aperte, chi ritrova la propria identità perduta. E quale modo migliore per farlo, se non con un pellegrinaggio?
Non un pellegrinaggio come quello di Buen camino – non si parla di ricconi o di figlie viziate, non ci sono palestinesi né auto di lusso -, ma uno fatto di storie difficili, di persone che imparano a creare una comunità, a contare l’uno sull’altro, con una meta ben precisa: trovare il Pino Loricato, l’albero più antico d’Europa, piegato eppure ancora in piedi. Resiliente, appunto. O almeno, questo è ciò che Il bene comune vorrebbe essere, riuscendoci solo in parte.

Cinque traumi per cinque protagoniste
Rocco Papaleo torna per la quinta volta nella sua quarantennale carriera in cabina di regia – il primo film, Basilicata coast to coast, risale al 2010; l’ultimo, Scordato, al 2023 – con un lungometraggio dove non è il protagonista assoluto. Anzi, il suo Biagio è spesso lasciato ai margini, vuoi per la presenza di un cast corale, vuoi per la natura del personaggio: è una guida turistica (o spirituale, dipende dai punti di vista), uno che conosce già i sentieri da percorrere ed è quindi dotato di una saggezza che gli altri non hanno. È anche un mentore, anche se il consiglio migliore che dà al suo pupillo, Luciano (Andrea Fuorto), è di masturbarsi dopo l’attività fisica.
Biagio è dunque il personaggio più impalpabile, la cui caratterizzazione si ferma a qualche freddura e frasi di circostanza, e non gode di un vero e proprio arco narrativo. Cosa che in realtà non costituisce un vero problema, poiché ne Il bene comune le vere protagoniste sono le figure femminili, tutte (o quasi) carcerate: l’hacker solitaria Anny (Rosanna Sparapano), protagonista di una delle scene d’arresto forse più strane mai viste (e non è un complimento); la poco empatica mezza norvegese/mezza napoletana Gudrun (Teresa Saponangelo); la cantante indie che ha perso tutta la sua passione e creatività Fiammetta (Livia Ferri); Samanta (Claudia Pandolfi), donna vittima di un marito violento il cui unico desiderio è ricongiungersi con il figlio; e Raffaella (Vanessa Scalera), attrice la cui carriera non è mai decollata, che tiene insieme le altre quattro con il suo corso di recitazione.

Troppe mezze misure?
Per essere un film pieno di momenti leggeri e scanzonati, Il bene comune è sorprendentemente ricco di momenti drammatici, che riguardano soprattutto il personaggio della Pandolfi. La messa in scena, così come la scrittura – che esplora una a una le vite delle protagoniste in maniera piuttosto didascalica – sono sufficientemente esplicative ed efficaci, oltre che coinvolgenti, anche se non sempre sono ben supportate dalle interpretazioni, in particolare in una delle scene clou del finale. Inoltre non si arriva mai a livelli particolarmente crudi o espliciti, con il rischio di alienare chi avrebbe voluto una maggiore audacia nell’affrontare temi così delicati come la violenza domestica.
Papaleo, al contrario, sceglie la via del compromesso, e in generale è una linea che segue per tutto il film, cercando di bilanciare comicità e serietà, con il risultato di far sembrare Il bene comune un’opera che fatica a non sembrare solo una serie di mezze misure. Perfino le sequenze più suggestive, dove si rompe spesso la quarta parete e, tra le mura di una chiesa, risuonano le note di alcuni musicisti – è un sogno, un’allucinazione o il paradiso? – alla fine ottengono una spiegazione razionale, invece di essere lasciate nella loro aura di misticismo. Che, trattandosi di un film su un viaggio interiore, non avrebbe affatto stonato. Così, anche il nucleo tematico, alla fine, ne risulta depotenziato, ed è difficile che Il bene comune si dimostrerà resiliente – né tantomeno antifragile – allo scorrere del tempo.


