lunedì, Luglio 4, 2022
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I segni del cuore – CODA, recensione del film con Emilia Jones

La recensione de I segni del cuore - CODA, remake statunitense de La famiglia Bélier, con protagonista Emilia Jones. Nominato a tre premi Oscar.

La storia raccontata da segni del cuore – CODA potrebbe risultarvi familiare. Si tratta, infatti, del remake statunitense de La famiglia Bélier (2014), commedia francese che affrontava con poetica delicatezza il tema della disabilità uditiva. Circostanza interessante poiché CODA, pur ricalcandone piuttosto fedelmente l’intreccio, riesce a svincolarsi dal film originario, presentandosi come opera a sé stante. Scritto e diretto da Sian Heder (Tallulah), I segni del cuore – CODA è candidato a tre premi Oscar: miglior film, miglior attore non protagonista e migliore sceneggiatura non originale. Il film, acquistato da Apple TV+ per 25 milioni di dollari, in Italia è uscito direttamente per il mercato home video.

La giovane Ruby Rossi (Emilia Jones), iscritta all’ultimo anno di liceo, trascorre i momenti liberi facendo da interprete ai genitori Frank (Troy Kotsur) e Jackie (Marlee Matlin) e al fratello Leo (Daniel Durant), tutti sordomuti, dimostrandosi un aiuto prezioso nella gestione dell’impresa di famiglia. Dopo essersi iscritta al coro della scuola, Ruby scopre un talento per il canto. Incoraggiata dal professor Bernardo Villalobos (Eugenio Derbez), il primo ad averne intuito le doti canore, la ragazza inizia a studiare per l’ammissione al prestigioso Berklee College of Music, trovandosi infine ad un bivio: seguire i propri sogni o restare fedele al senso di responsabilità verso l’amata famiglia.

Trattandosi di un remake, esistono due modi differenti di approcciarsi a I segni del cuore – CODA. Possiamo considerarlo per quello che è, una classica storia di formazione, infarcita di tutti i clichés del caso, che possono risultare più o meno gradevoli in base al gusto personale; oppure, in alternativa, possiamo decidere di confrontarlo con il film di partenza, valutando se l’operazione sia riuscita o meno. Qualora scegliessimo la prima strada, sarebbe comunque opportuno tenere in considerazione la natura di CODA: un film indipendente, acclamato al Sundance Festival  (dove, nel 2021, vince numerosi premi, tra cui quello della giuria), che ruota attorno al tema dell’inclusione e dell’accettazione e che, per giunta, è incentrato su un personaggio femminile volitivo ma non ancora conscio della propria forza. Ecco quindi serviti tutti gli ingredienti necessari per generare (quasi “di default”) commozione nel pubblico statunitense; e basterebbero questi, da soli e senza neanche aver visto il film, a giustificare le svariate nomination di CODA ai Golden Globes e agli Academy Awards di quest’anno.

CODA è, infatti, il trionfo dei buoni sentimenti e del politically correct: si tratta, né più né meno, di una commedia adolescenziale, elevata a film impegnato per la sola presenza di attori realmente sordomuti all’interno del cast. Dettaglio non da poco, dal momento che La Famiglia Bélier venne a suo tempo aspramente criticato per la controversa scelta di far recitare la parte dei sordomuti ad attori che sordomuti non erano. Ma una domanda sorge spontanea: la differenza si nota poi così tanto? La risposta è no, e la responsabilità non è certo da imputare all’ottimo cast (all’interno del quale spicca l’istrionico Troy Kotsur), ma piuttosto ad una sceneggiatura che trasforma – e questo, sì, dovrebbe generare quantomeno fastidio – i membri della famiglia Rossi in figure di contorno la cui unica finalità sembra quella di strappare una risatina o una lacrimuccia al pubblico pagante.

È proprio nel confronto con il “gemello” francese che emergono i principali punti deboli di CODA. Mentre nel film di Éric Lartigau è il nucleo familiare della protagonista Paula, nella sua interezza, a rappresentare il cardine della narrazione, la regista Sian Heder sceglie di concentrare tutti i suoi sforzi sulla costruzione del personaggio di Ruby, come si evince dal titolo stesso dell’opera: CODA, acronimo per “Child of Deaf Adults”, oltre a sottolineare la condizione della ragazza, rivela la natura programmatica del film, con la sua aspirazione a descrivere una complessa problematica di ordine sociale. CODA, tuttavia, mette troppa carne al fuoco, complicando ulteriormente il quadro, con una serie di timidi riferimenti a bullismo, incomunicabilità, paura di abbandonare il nido.

Il tutto arricchito da una preponderante atmosfera da commedia romantica, che oltre a svilire il ritratto della protagonista, riduce il film a qualcosa di già visto, finendo per penalizzare anche gli spunti “sociologici” dell’operazione. La Famiglia Bélier, allineandosi ad una ben collaudata tradizione cinematografica d’oltralpe, si serviva di ironia e leggerezza per parlare di argomenti impegnativi. Quel che ne risultava era un film “serio” travestito da commedia, che generava reale partecipazione nello spettatore. CODA, al contrario, si sforza in tutti i modi di commuovere, risultando privo di quella poetica naturalezza dell’originale e dunque artefatto, quasi volesse suggerire esplicitamente al pubblico i momenti esatti in cui è lecito provare certe emozioni piuttosto che altre.

Ciò emerge in particolar modo nella figura del Professor Villalobos (Eugenio Derbes): l’arguzia e il sarcasmo del suo corrispettivo francese vengono estremizzate a tal punto da creare uno stereotipo vivente, che farebbe impallidire anche il più anonimo personaggio di Glee. Ci troviamo di fronte alla “americanizzazione” di un personaggio originariamente ben scritto, trasformato nell’ennesima macchietta, un mentore sbruffone con la verità in tasca, che poco ha a che vedere con gli insegnanti di canto che potremmo incrociare nella vita reale. Veramente è sufficiente fare un paio di vocalizzi a caso per acquisire una tecnica vocale perfetta? Questo è ciò che sembra suggerirci CODA, tanto da indurci a rimpiangere l’inflessibile Terence Fletcher di Whiplash che, oltre ad essere consapevole e fiero della sua antipatia, dava l’impressione di conoscere davvero la musica.

E così, si perde quello che – teoricamente – avrebbe dovuto rappresentare il fulcro vero e proprio del film, legato alla valenza metaforica del canto, disciplina in grado di liberare i nostri desideri più profondi, donandoci il coraggio di vivere appieno, in armonia con chi ci circonda: anche qui, CODA sceglie di privilegiare la superficialità, percorrendo la strada della retorica e rinunciando a qualsiasi appiglio alla realtà. Il desiderio, da parte della regista, di conferire una nuova chiave di lettura al materiale narrativo di partenza, nei fatti risulta fallimentare. In CODA, la tentazione di adeguare la narrazione al (presunto) gusto del pubblico americano – e la conseguente rinuncia a qualsiasi guizzo creativo che vada al di là di una trama costruita da qualcun altro -, finisce così per mettere a tacere qualsiasi spinta autoriale, rendendo la voce della Heder assente quanto quella dei suoi stessi personaggi.

Guarda il trailer ufficiale de I segni del cuore – CODA

GIUDIZIO COMPLESSIVO

In CODA, la tentazione di adeguare la narrazione al (presunto) gusto del pubblico americano - e la conseguente rinuncia a qualsiasi guizzo creativo che vada al di là di una trama costruita da qualcun altro -, finisce per mettere a tacere qualsiasi spinta autoriale, rendendo la voce della Heder assente quanto quella dei suoi stessi personaggi.
Annalivia Arrighi
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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I segni del cuore - CODA, recensione del film con Emilia JonesIn CODA, la tentazione di adeguare la narrazione al (presunto) gusto del pubblico americano - e la conseguente rinuncia a qualsiasi guizzo creativo che vada al di là di una trama costruita da qualcun altro -, finisce per mettere a tacere qualsiasi spinta autoriale, rendendo la voce della Heder assente quanto quella dei suoi stessi personaggi.