I Miserabili, recensione del film di Ladj Ly

scritto da: Giordano Giannini

A 26 anni da L’odio, i sobborghi parigini tornano a far tremare i polsi. Un avvio tosto: la Marsigliese sale da una torma belante di tifosi, non più da uomini feriti, invocanti riscatto. La protesta è mero “spettacolo”. Il calcio non unisce, distrae. I lacrimogeni oscurano l’Arco di Trionfo: l’impero di Macron (l’Europa?) già crolla e non lo sa. Pochi attimi, l’intero presente.

Un agente degli affari interni (Damien Bonnard) s’impegna a sorvegliare Chris e Gwada (Alexis Manenti, Djibril Zonga), scafato duo della gendarmeria mobile; la situazione si rovescia quasi subito. Scendendo nelle banlieues è Ruiz, così si chiama l’agente, a subire un esame. Salah (Almamy Kanouté), rude gestore di un kebāb, lo avverte: il grido del “popolo degli abissi” non potrà essere zittito ancora a lungo. Intanto, l’Islam radicale “sana” molti ragazzi: pone dei limiti in un quadro fosco e al contempo apre nuovi orizzonti.

C’è da temere? Il Leone, una volta trionfante sul manto dei re persiani, è ora ridotto a un “mostro da fiera” nella cui gabbia un bandito romeno, padrone di un circo itinerante, non esita a gettare il piccolo Issa (Issa Perica), colpevole solo di avergli rubato, per bravata, un cucciolo. Il bimbo porta a casa la pelle ma l’orrore non finisce. Durante un alterco, Gwada colpisce Issa in pieno volto con un LBD 40. Le cure di Ruiz, le minacce e i soldi arrogantemente spinti in tasca da Chris non bastano: stavolta è guerra.

Premesse ovvie ma solide (Colors – Colori di guerra di Dennis Hopper e Indagini sporche di Ron Shelton sono i modelli principali), caratteri netti come parti di un teorema (Gwada, meticcio, cresciuto in un quartiere povero, fiero della divisa, è un “ponte vivente” fra realtà ostili; Chris è un bianco con piglio da squadrista, marito e padre mosso da una sua etica, perciò reso degno, almeno in parte, agli occhi della platea), I Miserabili (disponibile dal 18 maggio sulla neonata MioCinema.it) sa avvincere: la regia è abile, l’assedio al caseggiato popolare ha pochi eguali nella filmografia recente.

Nondimeno, a lasciare il segno è l’agente Ruiz. Ligio e benevolo, si rivela, forse, la figura più pericolosa. Lasciando al giovane Issa la responsabilità di decidere il futuro (ciò prende forma nell’azione finale), egli fa trapelare tutta l’ambiguità del messaggio: cambiare o meno è una questione di scelta. Affatto: i moti che sconvolsero Parigi dopo la convocazione degli Stati Generali (1788-’89) non partivano certo da progetti coscienti bensì da torti, angosce e, per l’appunto, dall’impossibilità di scegliere; la stessa impossibilità che, tre secoli dopo, frustra Issa, armando la sua mano.

Cosa dunque potrebbe mai decidere? E chi consentirà, poi, a tale decisione di attuarsi? Aldilà degli intenti (giusti), resta il dubbio che rimettersi oggi alla “compassione dei dannati” di Victor Hugo, citato in epigrafe, non celi ancora la solerte fede nello Stato “inteso come qualcosa di trascendente alle persone; paternamente provvidenziale, dittatoriale o democratico, sempre unitario” (Levi, 1945). Da confrontare con 7 minuti di Michele Placido.

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