C’è uno sguardo gentile che si posa su tutto I limoni d’inverno, il nuovo film di Caterina Carone. È uno sguardo benevolo che osserva la mestizia di un presente che pare non come un tempo suo, ma come un qualcosa di appeso. Davanti c’è il futuro, se ci si volta c’è il passato. Steso nel mezzo, come un panno sopra a un esile filo, sta l’adesso. Con tutte le sue inceppature comunicative, le incomprensioni, le insoddisfazioni.
Lo fa notare il Pietro di un tenerissimo Christian De Sica, in un ruolo inatteso e di grande umanità. Sta cenando sul tetto di casa sua assieme alla sua nuova vicina di casa, l’Eleonora di un’ancora ottima Teresa Saponangelo (vista di recente in Nata per te di Fabio Mollo). Dietro a questo tetto sta la Roma di una volta, fatta di palazzi vecchi e bassi, con una sua memoria storica e fisica. Di fronte ci sono invece una edilizia nuova, persone nuove, una storia nuova tutta da scrivere e che Pietro sente distante.
Lui, ex professore di italiano al liceo e piccolo saggista, abita qui da una vita. Lei si è trasferita da poco nell’edificio affianco assieme al marito (Max Malatesta), fotografo di discreto successo di cui è assistente e con il quale le cose non vanno tanto bene. Tra i due scatta un affetto obliquo, un’amicizia in punta di vertigine. Perché Pietro è stato di recente dal dottore e non ci sono notizie troppo buone, sa che da lì a breve qualcosa cambierà. Il suo adesso si sta assottigliando ogni giorno un poco di più, mentre quello di Eleonora si dilata nel riaffermare uno spazio indipendente dai ritmi del proprio compagno.
Innaffiare le solitudini con rispetto e gentilezza
Prima si parlano da balcone a balcone, poi i due passeggiano per i vicoli di una capitale cartografata lontana dai monumenti e dalla gentrificazione. Ci sono appunto i tetti, poi i muri, i cortili e i corridoi di quartieri popolari che richiamano a un battito modesto, sereno. I due si muovono a delle velocità tutte loro, quasi ad escludere ciò che gli sta attorno e fino ad invertire le coordinate spaziotempo. Una sera finiscono in un locale all’aperto e immerso nel verde: sembra quasi un sogno e il passato fa letteralmente visita a Pietro. Questa coppia sbilenca innaffia le proprie solitudini a vicenda, con rispetto e con gentilezza, proprio come fanno entrambi con le piante nei confronti delle quali condividono la stessa passione.

A un certo punto de I limoni d’inverno, scritto dalla regista assieme a Mario Luridiana, Remo Tebaldi, Anna Pavignano, Alessio Galbiati e presentato nella sezione “Grand Public” della 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma, sembra capirsi a chi appartiene questo sguardo atemporale che avvolge tutto quasi a proteggere, a centellinare il valore degli attimi. Sono due occhi che sbucano dal murales che Eleonora sta dipingendo a casa sua, dopo che Pietro le ha donato un set da pittura con il quale riscoprire la sua vecchia arte. Sono due occhi che il tempo non lo hanno mai conosciuto (lo scoprirete da voi), davanti ai quali si consuma un abbraccio di una tenerezza sconfinata. L’unico istante di contatto fisico che dopo pare riattivare il normale scorrere dei secondi, delle ore, dei giorni.
Aspettative e desideri sbocciati solo a metà
Al fianco di Pietro ci sono poi anche Nicola (Francesco Bruni), cameriere che vuole tornare a scuola per prendere il diploma e che fa un po’ da allievo e un po’ da figlio, e il fratello Domenico (Luca Lionello), con cui condivide un rapporto essenziale e sincero. E I limoni d’inverno non ha la pretesa di premere tutto sulla superficie, di esaurire in un profluvio di parole o di dinamiche queste relazioni umane che vengono prese per piccole frazioni, ma sufficienti a raccontare tanto di aspettative e desideri sbocciati in vita forse solo a metà.
E allora se c’è una parola utile a riassumere il valore con cui il lavoro di Carone tratteggia questi personaggi, quella parola è dignità. Sono un po’ persi ma non si disperano, sono un po’ tristi ma rimangono composti. Il film sa coglierli per quello che sono e sa rispettare la loro goffaggine, il loro riserbo che si scioglie e si fida con un carattere tra l’ironico e la melanconia. Per farlo ci vuole una dote rara, la bontà d’animo, cosa che a I limoni d’inverno di certo non manca.


