Si dice che le scimmie, per volontà divina, abbiano sempre partorito due gemelli. Dopo il parto, però, uno dei due viene trattato con amore, l’altro invece viene trascurato, finché un giorno il figlio preferito soffoca nell’abbraccio della madre, mentre quello abbandonato a sé stesso cresce forte e in salute. Parafrasata e condensata in poche righe, questa è la storia della favola di Esopo I figli della scimmia, da cui il regista esordiente Tommaso Landucci dichiara di aver preso ispirazione per il suo omonimo film, presentato al concorso Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia 2026.
Alla luce di queste informazioni, le similitudini si notano senza troppa difficoltà: Dario (Riccardo Scamarcio, visto quest’anno anche in Alla festa della rivoluzione) è padre di un bambino (Andrea Aggio) con una grave disabilità che richiede costanti attenzioni e cure. Ha anche un ottimo rapporto con il figlio del fratello (Tancredi Naldini), con il quale inizia a condividere la passione per le moto. La crescita del loro legame va di pari passo con i crescenti attriti del ragazzo nei confronti dei genitori (Fausto Russo Alesi e Cristina Odasso), al punto che Dario crede di aver scoperto nel nipote il figlio che non ha mai avuto, rischiando di dimenticare la realtà che ha di fronte.
Dalla favola al film
Se la “morale della favola” resta di facile comprensione tanto quanto nel racconto greco, nello spostare il focus dalla prole alla figura genitoriale I figli della scimmia si addentra in territori molto più complessi e oscuri. Scompare l’idea di favoritismo e resta solo quella di un uomo intrappolato nelle sue stesse illusioni, colmo di rimpianti e desideri mai espressi. Emozioni represse emergono gradualmente fino a prendere il sopravvento sulla coscienza, arrivando a inquinare le relazioni del protagonista con l’intera famiglia.
Nelle note di regia condivise alla stampa, Landucci spiega che, per chi dà alla luce un bambino disabile, prima del dolore arriva il lutto per “l’altro figlio”, quello che avevano immaginato. E in effetti I figli della scimmia è pervaso da un’atmosfera funerea, con un’eccellente fotografia dai colori mai troppo accesi che esalta l’ambientazione autunno-invernale e una preferenza per inquadrature a macchina fissa o dai movimenti delicati e controllati, come per impedire alla fragile psiche del protagonista di frantumarsi e suggerire una doppia immobilità: quella del figlio, privo di alcuna autonomia motoria, e quella di Dario, che si ancora a un sogno paterno impossibile a cui non riesce a dire addio.

Un character study con uno Scamarcio commovente
Sarà anche per questa incapacità di “vedere” oltre la perdita che il regista opta per un formato ristretto (il 4:3), dove i bordi dell’immagine diventano i limiti psicologici del personaggio di Scamarcio. Serve anche, trattandosi di un character study, a mantenere l’attenzione sulla performance commovente dell’attore, che lavora in sottrazione e segue il passo lento e compassato della sceneggiatura – firmata da Landucci e Damiano Femert – raggiungendo, strato dopo strato, un grandissimo livello di introspezione. Suo è il primo piano, mentre gli altri personaggi sono ripresi raramente da soli e spesso da lontano, anche qui a riflettere una percezione del mondo distaccata e distorta.
C’è comunque una certa distanza tra la macchina da presa e il protagonista, un velato giudizio sulle sue azioni che non sbarra la strada all’empatia ma rende chiara la posizione dell’autore. È infatti solo nei momenti finali che lo sguardo di Landucci coincide con quello di Dario e la simbiosi si fa completa, attraverso la comparsa – per la prima volta dall’inizio del film – di soggettive interne che, come l’acqua che scorre su un minuto corpo innocente in una vasca da bagno, purificano da qualsiasi errore commesso. Non male, per un regista all’opera prima.


