HomeRecensioniHow to Have Sex, recensione del film di Molly Manning Walker

How to Have Sex, recensione del film di Molly Manning Walker

La recensione di How to Have Sex, debutto alla regia di Molly Manning Walker. Dal 1° febbraio al cinema.

How to Have Sex è un film che si descrive con i suoi opposti. Il primo è quello del titolo. Come facilmente intuibile l’opera dell’esordiente Molly Manning Walker non è una guida su come affrontare le “prime volte” ma, al contrario, ne evidenzia i pericoli derivanti dall’ingenuità giovanile e dalla voglia di divertirsi, fare sesso e conoscersi tipica di quell’età. È un titolo che chiede di spazzare via questo silenzio e parlare ai giovani di affettività e sessualità. Perché non ne siano travolti, perché sappiano dare un nome a questa forza di grande turbamento per la loro età.

How to Have Sex – vincitore di Un Certain Regard a Cannes 2023 e miglior film rivelazione agli EFA, in sala dal 1° febbraio – vuole anche essere un film duro, un viaggio in una vacanza che si fa fatica a guardare. L’effetto è il secondo opposto che caratterizza il film: un testo che vorrebbe essere un pugno nello stomaco ma che è troppo attento a mandare il suo messaggio da dimenticarsi di capire e farci amare i suoi personaggi. Senza comprensione e connessione emotiva, tutto si riduce a un esercizio di stile che compra facilmente l’attenzione, ma poco restituisce.

Tara, Skye ed Em sono tre amiche che hanno appena completato il GCSE, una serie di esami che gli studenti inglesi devono affrontare dai 14 ai 16 anni. La fine di un periodo di studio essenziali per accedere al successivo. In attesa dei risultati, le tre sedicenni si concedono una vacanza a Creta. L’obiettivo è chiaro: distruggersi di fumo, alcol e, possibilmente, fare tanto sesso. In particolare Tara ha tutta l’attenzione delle amiche. Lei non è mai andata a letto con nessuno ed è determinata a fare sì che quella vacanza sia la sua prima volta.

How to Have Sex parla di pressione sociale

L’operazione è quasi una rielaborazione di alcune esperienze nel passato della regista, come da lei spiegato. Ripensando alla sua giovinezza e alle sue vacanze, ha focalizzato l’attenzione sulle ritualità del sesso e le pressioni dirette e indirette del gruppo di coetanei. Questa è l’intuizione migliore del film: parlare di sesso facendone vedere in realtà poco (seppure si intuisca molto), concentrando il discorso non tanto sull’atto in sé quanto su tutto ciò che circonda questo momento. Non è dato sapere quanto i fatti veri siano entrati in questa storia di finzione, per ammissione di Walker stessa il trauma che subisce la protagonista è anche il suo.

Fa un discreto lavoro Mia McKenna-Bruce, che interpreta Tara, nel rendere tutte le sfumature di quello che sta vivendo. Ne parliamo anticipando un punto di trama importante, ma la cui conoscenza non inficia l’esperienza di visione. In ogni caso proseguite la lettura con cautela. Per le tre protagoniste il sesso è un bel problema. La ricerca del piacere è un’ossessione in cui il godimento non conta più di tanto. Bisogna farlo per togliersi di mezzo l’ingombrante imbarazzo di essere ancora vergine. Un film al femminile in cui però tutto è influenzato dalla prospettiva maschile. Le ragazze vogliono piacere, i ragazzi possedere. Nella prima metà, la migliore, si rende bene l’illusione del controllo e del consenso: la pressione sociale è più forte di qualsiasi premura. La richiesta “è ok per te?” non ha alcun valore quando le conseguenze del non concedersi rischiano di essere socialmente gravi; il “sì” della ragazza suona come una costrizione. Per non complicarsi la vita le protagoniste del film fanno sesso. Anche quando non si vuole, si finge consenso. È più semplice così.

Tara riesce a fare sesso, non con Badger, che le piace, bensì con un amico del ragazzo. Portata in spiaggia consuma il rapporto sfinita dalla giornata di festa, ubriaca e incerta. Non riesce a dire di no, ma è chiaro che qualcosa la frena. Lo stacco di montaggio porta nell’orrore di una lenta realizzazione. Le strade della città sono distrutte. All’alba i giovani vanno a dormire. Tara ritorna in hotel senza la gioia che si aspettava dalla prima volta e senza essere in grado di verbalizzare ciò che le è successo. Per lo spettatore la violenza che ha subito è chiara. Per il gruppo di ragazze molto meno.

Lo sguardo apparentemente neutrale

How to Have Sex si presenta nella bella fotografia come uno sguardo crudo e oggettivo dei riti estivi, al confine con l’orgiastico, quasi un baccanale antico. Quella che si svolge è praticamente una cerimonia, un rito di passaggio autoimposto dai giovani stessi. Qui tutto crolla però. Per fare questo discorso, infatti, Molly Manning Walker è costretta a rappresentare le tre ragazze come se fossero esponenti che rappresentano interamente la loro generazione. Eppure, tutte e tre le protagoniste sembrano condividere la stessa personalità e lo stesso modo di percepirsi. Badger è molto diverso, quasi opposto, dall’amico Paddy. Per le tre amiche invece non è concessa questa dinamica. Sono caratteri standardizzati in funzione degli eventi che devono accadere perché il film possa ribadire il suo punto.

How to Have Sex finge di parlare schietto, senza giri di parole. Invece la sua prospettiva è parziale e molto furba. Sono veramente pochi i sedicenni che potrebbero riconoscersi in questa rappresentazione, chiaramente vista, riletta e buttata sullo schermo con gli occhi di un adulto. Un adulto (la regista ha trent’anni) che parla di un problema complesso senza arrivare alla riflessione profonda che desiderava. Trascurando lo sviluppo dei personaggi, costringendoci a prendere le tre ragazze così come sono e a seguirle in perenne stato di alterazione, How to Have Sex butta via ogni possibile approfondimento. Limitando il racconto allo spazio della vacanza, senza mostrare mai alternative, si arriva a una conclusione inaccettabile: non c’è via di scampo per i sedicenni, tutti devono passare quello a cui si sottopongono i personaggi.

La pochezza di questa operazione diventa chiara nell’inaccettabile finale, troppo rapido e svilente nei confronti delle protagoniste a cui non è concessa alcuna maturità. La voglia di evidenziare le drammatiche lacune affettive che attraversano universalmente il sistema educativo e la crescita nelle società occidentali porta a svilire l’aspetto umano delle persone messe in scena. Manca un contesto che sarebbe molto più interessante: dove sono i genitori? Perché gli hanno dato i soldi per questa vacanza? Come mai non si preoccupano? Che vuoto spinge le tre amiche nella spirale distruttiva? C’è un intero film nel punto di vista contrario (ancora una volta un opposto): quello dei genitori. Loro salutano la figlia che parte per una vacanza. Lei torna cambiata, distrutta nell’animo. Che cosa le è successo? Come hanno potuto permetterlo?

How to Have Sex imposta bene un immaginario da festa che presto si traduce quasi in un allegro inferno di corpi e sudore. Eppure tutto è ritratto in una maniera estetizzante e patinata, impedendo così alle scene di degrado di entrare veramente nelle viscere dello spettatore. Tutto finisce senza riuscire a porre interrogativi che lo spettatore non si sia già posto anche senza vedere il film, osservando il mondo fuori dalla sala. Si esce sconsolati per un frammento che racchiude alcune giovinezze, ma non le rappresenta tutte, pur pretendendo di farlo. How to Have Sex è chiuso nel messaggio che vuole mandare e sacrifica la complessità in funzione di un’emozione facile ben più retorica di quello che voglia far credere.

Guarda il trailer ufficiale di How to Have Sex

GIUDIZIO COMPLESSIVO

How to Have Sex azzecca l’oggetto della sua ricerca: come la pressione sociale verso la sessualità sia un dispositivo di costrizione per le ragazze, ma anche per i ragazzi, che produce mostri. Tra violenze inconsapevoli e desideri mal riposti i giovani celebrano una festa che sembra un rito di passaggio. Un baccanale in una località di vacanza che inizia libero e finisce ammazzando l’innocenza dell’età. La regia non riesce ad andare oltre questa idea, fallendo nella costruzione psicologica delle sue protagoniste e appiattendo la complessità umana in gesti esposti sullo schermo per ribadire la propria tesi e suscitare emozioni radicali di sconforto, mai ragionamenti.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

RECENTI

How to Have Sex azzecca l’oggetto della sua ricerca: come la pressione sociale verso la sessualità sia un dispositivo di costrizione per le ragazze, ma anche per i ragazzi, che produce mostri. Tra violenze inconsapevoli e desideri mal riposti i giovani celebrano una festa che sembra un rito di passaggio. Un baccanale in una località di vacanza che inizia libero e finisce ammazzando l’innocenza dell’età. La regia non riesce ad andare oltre questa idea, fallendo nella costruzione psicologica delle sue protagoniste e appiattendo la complessità umana in gesti esposti sullo schermo per ribadire la propria tesi e suscitare emozioni radicali di sconforto, mai ragionamenti.How to Have Sex, recensione del film di Molly Manning Walker