venerdì, Luglio 19, 2024
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Horizon: An American Saga, recensione del western di Kevin Costner

Primo capitolo della nuova epica saga western diretta e interpretata da Kevin Costner, Horizon: An American Saga è al cinema dal 4 luglio.

Silhouette che si stagliano in controluce su un porticato affacciato sul deserto, con sullo sfondo un paesaggio illuminato dal sole a picco. È con questa visione che si congeda l’epopea della frontiera e il mito si congeda, cavalcando verso il tramonto: è il 1956 e John Ford gira Sentieri selvaggi, un altro dei suoi tanti capolavori di genere con protagonista John Wayne, volto iconico legato alla rappresentazione più viscerale della storia americana sul grande schermo. Ci sono generi nati con la nascita del cinema stesso e, soprattutto, con lo sviluppo compulsivo di Hollywood e dei suoi studios: il noir, il gangster movie, il musical, il road movie ma soprattutto il western, la conquista dell’agognato ovest trasformata in romanzo per immagini, epos moderno che riscrive eventi, fatti e personaggi dividendo e unendo, contribuendo a creare un mito fondativo autoctono ma anche oggetto del revisionismo storico più amaro e disincantato.

Nato a tutti gli effetti con il celebre camera look del film di Porter La grande rapina al treno del 1903, questo genere consiste nel racconto di una porzione specifica di storia a stelle e strisce, quella che ha visto protagonista la corsa verso nuovi territori – quasi in ogni direzione, passando da Ovest a Nord fin quasi al Sud – per conquistare confini (immaginari e non) e spostare il concetto stesso di frontiera sempre più lontano, a fronte di un territorio coraggiosamente pantagruelico, selvaggio e inesplorato. In mezzo, tante storie caratterizzate da volti e personaggi che si sono trasformati pian piano in maschere tipiche, dai grandi nomi della Storia fino alle masse, tra tribù indiane, cowboy solitari, peones, banditi, fuorilegge, rivoluzionari e cacciatori di taglie. Un universo ben definito che ha sedotto il cinema fino a diventare un modello esportabile e ben riconoscibile, rielaborato a tal punto da trasformarsi in un cult assoluto presso altre culture, proprio quando il suo impatto socio-culturale è iniziato a scemare negli States.

È infatti negli anni ‘60 che gli italiani creano le luci e le (molte) ombre dello spaghetti western, appropriandosi dei canoni di un genere, personalizzandoli e potenziandoli in particolar modo sul piano estetico e drammaturgico, con scelte di regia contaminate dal linguaggio del fumetto e la morale ambigua degli antieroi protagonisti. In un mondo di cowboy buoni contro indiani cattivi, la New Hollywood crea una frattura riflettendo sugli errori commessi, e regalando alla settima arte opere come Soldato Blu o Il piccolo grande uomo (per citarne solo alcuni), pronti a riscrivere la Storia dalla parte degli ultimi. Non più celebrazione del machismo di una nazione giovane, sfrontata e arrogante, ma j’accuse su stermini sistematici di popolazioni autoctone, colpevoli solo d’aver difeso il proprio territorio invaso “dall’altro”, dallo straniero convinto di poter conquistare tutto, in uno slancio romantico e inarrestabile.

L’epopea western ha vissuto notevoli periodi di gloria e fama fino agli anni ‘90, quando due registi hanno sancito gli ultimi atti di un fenomeno di costume, diventato poi memorabilia cinefila: stiamo parlando del Clint Eastwood de Gli Spietati e del Kevin Costner di Balla coi Lupi. Due film epici che rappresentano un commiato verso il genere, un atto d’amore conclusivo da parte di fan prima ancora che di attori – e registi – che ne hanno amato i codici, soprattutto nel caso di Eastwood. Con le loro opere l’epopea western ha cambiato volto, allontanandosi dalle esigenze bankable delle produzioni americane, acquisendo intorno a sé un’aura “maledetta” e mettendo a segno – per tutto il decennio successivo e oltre – solo sporadici successi ed esperimenti più o meno riusciti (impossibile non citare, ad esempio, il Tarantino di Django Unchained e The Hateful Eight, ma anche il remake de Il Grinta ad opera dei Coen, I Fratelli Sisters e l’ibrido pulp Bone Tomahawk).

Racconto corale e affresco collettivo

Il western è quindi morto? No, lunga vita all’epica di frontiera, come dimostra il successo – presso il pubblico dell’ultima edizione del Festival di Cannes – riscosso da Costner con la sua ultima fatica, l’opulento primo capitolo di Horizon: An American Saga, arrivato nelle nostre sale il 4 luglio e in attesa già del secondo capitolo (previsto per il 15 agosto) e dei successivi ancora da girare, per un totale di quattro. Racconto corale e affresco collettivo che racconta un territorio prima ancora che la sua Storia (o la gente che vi abita), questo film è costato al suo stesso regista – e interprete – 50milioni di dollari, che nessun produttore era disposto ad investire considerando un’opera di tre ore come un investimento rischioso al giorno d’oggi.

Un errore di valutazione macroscopico visto l’effetto finale che porta sullo schermo una vera epopea dotata di un proprio respiro, incapace di scendere a compromessi con le logiche commerciali attuali e pronta a non tradire l’intera anima della propria operazione. Con un cast di grandissimi attori in primo piano – dallo stesso Costner passando per Sienna Miller, Sam Worthington, Giovanni Ribisi, Jena Malone, Abbey Lee, Danny Huston, Luke Wilson, Jamie Campbell Bower e Thomas Haden Church, tra gli altri – il film racconta l’espansione americana del West, ripercorrendo i 15 anni a cavallo della Guerra Civile, quando il colonialismo bianco si stava affermando a discapito delle popolazioni native americane.

Un’ultima cavalcata selvaggia nel cuore della frontiera

Davanti a Horizon: An American Saga non si può fare a meno di riflettere sulla portata epica delle immagini che scorrono sullo schermo, sul respiro magniloquente delle inquadrature e delle scelte estetiche compiute da Kevin Costner, che regala a se stesso – e a tutti gli appassionati del genere – un’ultima cavalcata selvaggia nel cuore della frontiera, tra praterie e vallate, villaggi indiani e insediamenti nati dal nulla, seguendo carovane di coloni alla ricerca del proprio sogno che coincide con l’El Dorado di speranza chiamata, appunto, proprio Horizon.

Una saga americana a tutti gli effetti, il canto del cigno del genere o forse la summa compendiaria di un immaginario traghettato, definitivamente, nel cuore del nuovo millennio scintillante e sempre più revisionista, pronto ad allontanarsi in modo progressivo da forme e modelli che sembrano ormai distanti nello spazio e nel tempo. Dal punto di vista tecnico, siamo di fronte ad una concezione classica del mezzo cinematografico: la gestione degli spazi, la costruzione drammaturgica, i raccordi tra le inquadrature e l’uso del montaggio, tutto suggerisce una profonda venerazione verso le opere dei grandi maestri, da John Ford passando per John Huston e Howard Hawks; ispiratori e mentori, numi tutelari in questo viaggio nel cuore pulsante di un intero universo narrativo, padri da ammirare e superare.

Horizon sta al suo autore/regista come C’era una volta il West calzava a pennello con la cinematografia di Sergio Leone, un’elegia suprema di un mondo agli sgoccioli, l’epopea di un’epoca che rischia di scomparire inghiottita dalla rutilante realtà, confinata ai margini del mito. Certo, l’attore americano non ha il genio e l’estro creativo del nostro Leone, ma soprattutto a differenziarli sono gli intenti, gli obiettivi e i modelli: per Costner si tratta di un’operazione nostalgia, un ritorno alle origini di un mito fondativo connaturato con la stessa essenza della cultura americana; per il regista trasteverino, invece, era la reinterpretazione e la revisione – ad opera di uno sguardo esterno, lucido e caustico – di un sogno di celluloide con il quale era cresciuto sullo schermo d’argento.

Nel nuovo epos che Horizon cerca di fondare, tirando le fila di un ricco immaginario, c’è letteralmente spazio per tutti: come accaduto di recente nella serie italiana Sky Django, si lascia più spazio a figure da sempre relegate ai margini – secondo alcuni canoni del genere – come ad esempio le donne. Per loro gli spazi sono sempre stati fin troppo limitati, “sante” donne di casa o signore dal passato (e dal presente) turbolento, schemi manichei reiterati anno dopo anno e produzione dopo produzione. Con Horizon saltano i rigidi paletti, e il personaggio di Sienna Miller (ma anche quello di Jena Malone) sono il prototipo di un’emancipazione costante che si infiltra, fortunatamente, perfino tra le pieghe del passato, riscrivendolo. E nella stessa ottica la divisione tra buoni e cattivi è pronta a saltare, con entrambe le storiche fazioni – indiani e coloni; cowboy solitari e fuorilegge – disegnate dai chiaroscuri dell’antieroismo, sottolineando la complessità di un mondo quanto mai vivo e pulsante nelle proprie idiosincrasie.

Horizon: An American Saga è quindi un’epopea western ma, soprattutto, un arazzo tessuto con le (molte) storie e i volti di chi ha costruito, letteralmente, una nazione sancendone la nascita a tutti gli effetti; e veder scorrere sullo schermo le lunghe carovane di stagecoach, gli inseguimenti a cavallo, i duelli tra pistoleri, le file di soldati nordisti e gli sterminati orizzonti di terre ancora inesplorate, riporta indietro nel tempo, proiettando il pubblico in un tempo in cui si era ancora bambini, pronti a lasciarsi incantare dalle immagini in movimento che danzano sullo schermo.

Guarda il trailer ufficiale di Horizon: An American Saga

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Horizon: An American Saga è solo la prima parte di un affresco opulento composto da volti, storie ed eventi (della Storia) pronti ad intrecciarsi tra loro in modo inscindibile solo per raccontare un mito fondativo connaturato agli Stati Uniti, celebrati dal western (genere americano per eccellenza) e dai suoi topoi. Kevin Costner non si allontana troppo dal cinema classico, anzi, sembra cucire su misura (per se stesso e per tutti i fan) una malinconica "operazione nostalgia" costruita come un'ultima cavalcata selvaggia nel cuore della frontiera, incontro al tramonto di un epos immortale.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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