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Hombre al agua, recensione del film di Gael García Bernal

Hombre al agua è il nuovo film scritto, diretto e interpretato da Gael Garcia Bernal. Nel cast anche Ricky Martin. In Spotlight a Venezia 83.

Il cinema è fatto di film che travolgono e di film che fanno acqua da tutte le parti, poi ci sono quelli che rimangono a galla, che in alcuni momenti rischiano l’annegamento ma sanno resistere. Hombre al agua è il nuovo film di Gael García Bernal, presentato all’83esima Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Spotlight. Una sezione competitiva della Mostra pensata per opere capaci di distinguersi per originalità e ricerca narrativa. È qui che García Bernal torna dietro la macchina da presa a sette anni da Chicuarotes, firmando insieme a Mariano Pensotti la sceneggiatura e riservando a se stesso anche il ruolo del protagonista.

Il film è inoltre prodotto da La Corriente del Golfo, casa di produzione messicana fondata dallo stesso García Bernal insieme a Diego Luna e nata con l’obiettivo di sviluppare cinema, serie e altri progetti capaci di proporre nuove forme produttive e narrative. Accanto a García Bernal troviamo Esmeralda Pimentel, Débora Nascimento, Natalia Oreiro, Anna Díaz, Ezequiel Díaz, Manuel García Rulfo e Jorge Salinas, oltre a una particolare apparizione di Ricky Martin. Un insieme di personaggi che García Bernal dispone all’interno di un racconto volutamente instabile, dove realtà e rappresentazione finiscono progressivamente per confondersi.

Una gabbia dorata

È una lunga inquadratura a introdurci nel mondo di Hombre al agua. La macchina da presa parte dall’interno di una casa e avanza lentamente, attraversa gli spazi chiusi fino a raggiungere l’esterno e infine il mare. Dalla casa all’acqua, dalla prigione alla libertà. È già racchiusa qui una delle immagini fondamentali del film: quella di una gabbia dorata dalla quale è possibile osservare la libertà senza necessariamente riuscire a raggiungerla.

Al centro della storia c’è Camilo (Gael García Bernal), giovane bagnino cubano che salva dall’annegamento Abel (Jorge Salinas), facoltoso uomo d’affari messicano. Per ricompensarlo, Abel lo invita in Messico, dove Camilo sposa sua figlia Juana (Esmeralda Pimentel), mette su famiglia e conquista una nuova posizione sociale e professionale. Quella che sembra un’occasione di riscatto, però, rivela progressivamente un sistema di manipolazione e controllo orchestrato dallo stesso Abel. A raccontare parallelamente il desiderio di fuggire dalla propria gabbia è Silvinia (Natalia Oreiro). Ma quella che sembra essere la sua prigione diventa progressivamente anche quella di Camilo.

Lui, che il film ci presenta immerso nell’acqua e capace di salvare qualcuno dall’annegamento, finisce paradossalmente per diventare l’«hombre al agua» del titolo. L’uomo da salvare. La sua nuova vita gli ha dato denaro, una famiglia e una posizione sociale, ma gli ha progressivamente sottratto il controllo sulla propria esistenza. Il regista costruisce così una storia nella quale la libertà non coincide necessariamente con il benessere e nella quale il privilegio può trasformarsi in una sofisticata forma di prigionia. Camilo è circondato da tutto ciò che dovrebbe renderlo un uomo realizzato e proprio per questo impiega tempo a riconoscere le sbarre della propria gabbia.

L’acqua diventa allora un elemento ricorrente e inevitabilmente simbolico. È il luogo dal quale tutto ha avuto origine, perché è salvando Abel che Camilo entra nella sua nuova esistenza, ma è anche lo spazio aperto verso il quale tende il film. Non a caso García Bernal ha spiegato come il titolo riprenda il grido utilizzato in mare quando qualcuno cade da una nave: Hombre al agua ribalta continuamente questa posizione, chiedendosi chi sia davvero il salvatore e chi abbia invece bisogno di essere salvato.

Hombre al agua. Credits: La Corriente del Golfo

Matrioska di una realtà distorta

La gabbia di Camilo diventa ancora più complessa quando il protagonista comincia a comprendere di essere caduto non soltanto all’interno di un sistema di controllo, ma dentro una realtà costruita attraverso continue finzioni. Abel e Juana gli hanno raccontato una storia, hanno manipolato la sua percezione degli eventi e, soprattutto, hanno contribuito a costruire un personaggio che non coincide con l’uomo che abbiamo imparato a conoscere. È qui che Hombre al agua trova alcune delle sue intuizioni più interessanti, giocando continuamente con il rapporto tra realtà, fiction e documentario.

Camilo guarda ogni sera una fiction in bianco e nero interpretata da La Brasiliana (Débora Nascimento). La stessa che viene poi ingaggiata da Juana per interpretare lei stessa in film dedicato alla sua vita. L’esistenza del protagonista viene quindi trasformata in racconto, riscritta e restituita attraverso attori chiamati a interpretare persone reali. Tra questi c’è anche Ricky Martin, presente in un piccolo ma significativo ruolo: è l’attore scelto per interpretare proprio Camilo. Ma il Camilo della finzione viene rappresentato come un arrivista, un uomo che avrebbe approfittato dell’incontro con Abel per conquistare denaro, potere e posizione sociale. Un’immagine che non corrisponde affatto al personaggio che il film ci ha mostrato e che rende ancora più evidente il potere di chi possiede gli strumenti per raccontare una storia: non basta controllare la vita di qualcuno, si può arrivare a controllarne persino la rappresentazione.

Dentro questa finzione se ne apre però un’altra. Mentre Abel produce una versione cinematografica della vita di Camilo, i dipendenti della sua fabbrica, minacciati dai licenziamenti, decidono di realizzare un documentario di protesta. Da una parte il cinema utilizzato dal potere per costruire una realtà; dall’altra il documentario utilizzato da chi quel potere lo subisce per provare a smascherarla. Una matrioska di immagini, racconti e rappresentazioni nella quale Hombre al agua continua a mettere in dubbio ciò che vediamo. La fiction in bianco e nero, il film sulla vita di Camilo, il documentario degli operai e infine Hombre al agua stesso: ogni livello contiene un altro livello e ogni immagine sembra chiedere chi si trovi dietro la macchina da presa e, soprattutto, quale interesse abbia nel mostrarci quella determinata versione della realtà.

Hombre al agua. Credits: La Corriente del Golfo

Restare a galla

È probabilmente qui, nella quantità di elementi messi in campo, che si trovano contemporaneamente il fascino e il limite del film. Gael García Bernal parla di manipolazione, potere, differenze sociali, capitalismo, licenziamenti, famiglia, mascolinità, libertà e rappresentazione cinematografica, inserendo tutto all’interno di una storia che oscilla tra dramma, commedia, assurdo e momenti quasi onirici. Le trovate non mancano e alcune sono particolarmente efficaci, ma Hombre al agua non riesce sempre a tenere insieme tutto ciò che vorrebbe raccontare.  L’accumulo finisce in alcuni momenti per allontanare l’attenzione da quello che rimane il cuore più interessante del film: Camilo e le dinamiche familiari nelle quali è rimasto intrappolato.

Quando il racconto rimane vicino a lui, alla relazione con Juana e al rapporto sempre più ambiguo con Abel, trova una forza che tende invece a disperdersi quando prova ad allargare ulteriormente il proprio discorso. Rimane però interessante il lavoro di García Bernal nelle sue due vesti principali. Come attore costruisce un Camilo per il quale è difficile non fare il tifo: un uomo che scopre progressivamente di essere diventato personaggio della propria stessa vita e che deve riconquistarne la paternità prima ancora della libertà. Come regista mostra invece una crescita evidente. Alcune scelte d’inquadratura e alcune sequenze, a partire proprio dal lungo movimento iniziale dalla casa verso il mare, rivelano uno sguardo che sta diventando progressivamente più consapevole e personale.

Non tutto possiede ancora la stessa precisione e non tutte le suggestioni trovano uno sviluppo altrettanto efficace, ma l’autore messicano dimostra di saper costruire immagini capaci di accompagnare e amplificare il significato del racconto. Attorno a lui funziona mediamente bene tutto il cast, con Esmeralda Pimentel e Jorge Salinas chiamati soprattutto a rendere progressivamente meno leggibili le intenzioni di Juana e Abel. E poi c’è Ricky Martin, utilizzato per pochi minuti ma all’interno di uno dei giochi metacinematografici più curiosi del film: un attore chiamato a interpretare una versione falsa di un uomo reale, mentre quell’uomo reale è interpretato dal regista del film che stiamo guardando.

Hombre al agua non è quindi un film che travolge. Mette insieme molte idee, forse troppe, e non riesce sempre a portarle tutte alla stessa profondità. Ma quando rischia di fare acqua sa trovare qualcosa a cui aggrapparsi: un’immagine, un’intuizione, il volto del suo protagonista o quel mare che continua a rappresentare contemporaneamente pericolo e possibilità di fuga. Perché, come suggerisce lo stesso García Bernal, nella vita possiamo essere nello stesso momento colui che salva e colui che deve essere salvato. E Hombre al agua, pur senza riuscire a trasformare tutte le proprie ambizioni in grande cinema, riesce quantomeno a restare a galla.

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Hombre al agua è un’opera ambiziosa e stratificata con cui Gael García Bernal continua il proprio percorso da regista, costruendo attorno al suo Camilo una gabbia dorata fatta di potere, famiglia, manipolazione e rappresentazione. Il continuo gioco tra realtà, fiction e documentario offre alcune delle intuizioni migliori del film, così come una regia capace in diversi momenti di trovare immagini fortemente simboliche. I numerosi elementi messi in campo finiscono però talvolta per disperdere il racconto e allontanarlo dalle dinamiche familiari che ne costituiscono il nucleo più riuscito. Un film particolare, pieno di idee e sostenuto da un buon cast, che non arriva mai a diventare davvero grandioso ma che, anche quando rischia l’annegamento, trova il modo di rimanere a galla.

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Hombre al agua è un’opera ambiziosa e stratificata con cui Gael García Bernal continua il proprio percorso da regista, costruendo attorno al suo Camilo una gabbia dorata fatta di potere, famiglia, manipolazione e rappresentazione. Il continuo gioco tra realtà, fiction e documentario offre alcune delle intuizioni migliori del film, così come una regia capace in diversi momenti di trovare immagini fortemente simboliche. I numerosi elementi messi in campo finiscono però talvolta per disperdere il racconto e allontanarlo dalle dinamiche familiari che ne costituiscono il nucleo più riuscito. Un film particolare, pieno di idee e sostenuto da un buon cast, che non arriva mai a diventare davvero grandioso ma che, anche quando rischia l’annegamento, trova il modo di rimanere a galla.Hombre al agua, recensione del film di Gael García Bernal