Dagli stessi produttori di Weapons, un anno esatto dopo arriva nei cinema italiani Hokum. Il film si presenta quasi come la conclusione simbolica di un’annata in cui l’horror si è preso con decisione il centro della scena cinematografica, tra titoli molto attesi come Backrooms e opere più autoriali ma capaci di ottenere un successo straordinario, come Obsession.
Damian McCarthy è appena al suo terzo lungometraggio dopo Caveat e Oddity: tre film, tre horror, tutti scritti e diretti personalmente. Hokum conferma il talento del regista irlandese sia nella scrittura sia nella messa in scena e dimostra una capacità fuori dal comune nel creare spazi inquietanti e nel trascinare immediatamente lo spettatore dentro il racconto. Tra gli horror più discussi dell’anno, Hokum è forse uno dei meno compatti, ma resta comunque un’opera interessante, soprattutto per ciò che rivela sulla capacità del suo autore.
Di cosa parla Hokum?
Il film si apre su un paesaggio desertico, dominato dal giallo e dall’arancione: un’immagine lontanissima dalla cupezza promessa dal trailer e da ciò che ci si aspetterebbe da un folk horror ambientato in Irlanda. Poco dopo si capisce che quel deserto e i due personaggi che lo abitano appartengono al nuovo romanzo di Ohm Bauman (Adam Scott), il cinico e antipaticissimo scrittore protagonista, autore della fortunata trilogia fantastica del Conquistador (Austin Amelio).
Il racconto si sposta così nella sua casa, perfettamente inquadrata ed elegantemente inquietante. Da tempo Ohm non riesce a trovare una conclusione soddisfacente per il terzo libro e, dopo aver intravisto in casa il fantasma della madre, decide di partire per l’Irlanda e raggiungere il Bilberry Woods Hotel, il remoto albergo dove i suoi genitori avevano trascorso la luna di miele. Lo scrittore porta con sé le ceneri della madre, intenzionato a spargerle nei boschi e a chiudere finalmente i conti con un passato che non ha mai metabolizzato.
Ad accoglierlo trova il proprietario Cob (Brendan Conroy), suo genero e addetto alla reception Mal (Peter Coonan), il giardiniere Fergal (Michael Patric), il fattorino Alby (Will O’Connell) e la barista Fiona (Florence Ordesh). Poco lontano dall’albergo vive anche Jerry (David Wilmot), un uomo eccentrico che abita in un furgone nel bosco e beve latte mescolato a funghi allucinogeni.
Ohm viene presto a conoscenza della leggenda che circonda la suite nuziale dell’hotel, chiusa e inaccessibile da anni. Cob sostiene di avervi intrappolato la Cailleach, una strega della mitologia irlandese. Ohm accoglie il racconto con scetticismo. Quando Fiona scompare, però, il confine tra leggenda locale e cronaca nera comincia a confondersi. Con l’albergo ormai chiuso per la stagione invernale, Ohm e Jerry decidono di introdursi nell’edificio per capire cosa sia successo.

Nel labirinto della colpa
Adam Scott, reduce dal successo della serie tv Scissione, interpreta un personaggio molto distante dall’immagine simpatica e rassicurante alla quale è spesso associato. Ohm è arrogante, brusco, egoista e quasi sempre sgradevole. Scott non prova a renderlo minimamente amabile e lascia che la fragilità emerga lentamente, dietro i silenzi, il bicchiere sempre vicino e l’incapacità di fare i conti con il proprio trauma.
Il deserto patinato della trilogia del Conquistador, nel quale Ohm non riesce a scrivere la conclusione definitiva, è la manifestazione visiva del suo stesso blocco. Quel nodo narrativo apparentemente strumentale nasconde in realtà una ferita personale: per terminare il libro, lo scrittore deve prima accettare ciò che è accaduto alla sua famiglia e smettere di costruire la propria esistenza attorno alla colpa.
La geometria della paura
Il primo atto di Hokum è la parte migliore del film. McCarthy non ha fretta, lascia che i silenzi prendano spazio e costruisce l’inquietudine attraverso la disposizione dei corpi, le stanze vuote, i rumori e ciò che potrebbe nascondersi appena fuori dall’inquadratura. Eppure, nonostante il ritmo misurato, la sceneggiatura non resta mai immobile, introducendo continuamente nuovi elementi e colpi di scena, spostando le aspettative e rendendo difficile intuire dove il racconto voglia andare a parare.
McCarthy, inoltre, sa usare l’hotel come uno spazio vivo e perverso, fatto di porte serrate, ascensori, corridoi, passaggi di servizio e zone proibite. Eccezionale, in particolare, è la lunga sequenza quasi priva di dialoghi nella quale Ohm rimane intrappolato nella suite nuziale. Il film assume improvvisamente la forma di un’escape room: il protagonista deve osservare l’ambiente, trovare indizi, comprendere il funzionamento della stanza e scoprire passaggi nascosti. È cinema costruito attraverso lo spazio e l’azione, senza bisogno di spiegare continuamente ciò che sta accadendo.

Troppe strade da percorrere
Il vero problema è che Hokum accumula più elementi di quanti riesca davvero a governarne. Ci sono lo scrittore alcolizzato con il blocco creativo, il dolore per i genitori, il senso di colpa infantile, il folk horror, la stanza infestata, la scomparsa di Fiona e il percorso di redenzione del protagonista. Questi elementi non diventano mai confusionari perché McCarthy è un regista abile e scaltro e la sceneggiatura mantiene comunque una discreta solidità. Tale abbondanza, però, impedisce al film di scegliere una direzione precisa.
Non si tratta di un’ambiguità fertile, capace di continuare a lavorare nella mente dello spettatore, ma di una vera e propria indecisione. Dopo aver costruito a lungo l’aspettativa, il film non trova nel terzo atto una liberazione altrettanto potente. Non spinge sul gore e non permette nemmeno di vedere fino in fondo l’interessante mondo orrorifico evocato per tutta la durata, come invece fanno, in modi molto diversi, il Suspiria di Luca Guadagnino o il recente Keeper di Osgood Perkins. Ciò che resta è un finale che scioglie i nodi, ma lascia insoddisfatti, trasmettendo soprattutto una sensazione di parziale delusione.


