sabato, Maggio 18, 2024
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Hit Man, recensione del film di Richard Linklater

La recensione di Hit Man, il nuovo film di Richard Linklater con Glen Powell, presentato Fuori Concorso a Venezia 80. Prossimamente al cinema.

Hit Man – presentato Fuori Concorso – è il secondo film di questa 80esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia a raccontare la storia di un sicario. Mentre David Fincher con The Killer ne ritrae l’identikit perfetto, Richard Linklater rovescia quella che è la sua azione principale: il protagonista infatti – come ammette lui stesso più volte – non ha mai ucciso una persona ed è quindi un finto sicario.

Linklater racconta la storia “quasi tutta vera” – come appare scritto a inizio film – di Gary Johnson, portata alla luce grazie ad un articolo del 2001 del giornalista Skip Hollandsworth sul Texas Monthly. Mentre prestava servizio come investigatore per l’ufficio del procuratore distrettuale della contea di Harris, a Johnson è stato chiesto dalla polizia di lavorare sotto copertura, fingendosi un sicario. Nella zona di Houston, Johnson è diventato uno degli assassini professionisti più ricercati, essendo stato assunto per più di 60 lavori, soltanto per informare poi la polizia su ogni suo cliente.

Non è la prima volta che Linklater si ispira a delle storie vere, avendo già diretto The Newton Boys, su una vera famiglia di rapinatori di banche, e Bernie, la storia di un truffatore condannato per omicidio. Gary Johnson (interpretato da Glen Powell, già diretto dal regista in Tutto vogliono qualcosa) è un insegnante di filosofia che nel “tempo libero” collabora con la polizia fingendosi un sicario e scovando così probabili autori di omicidio. Non ha mai ucciso nessuno Gary Johnson, appunto; ma non è ciò che fa quello che conta, piuttosto come appare agli altri.

Una riflessione sull’identità dai toni umoristici

A seconda del tipo di cliente che deve soddisfare cambia nome, modo di vestire, di atteggiarsi; il tutto in base alla visione che uno può avere di lui. E da lì parte la riflessione che Linklater fa sul comportamento tante volte falso che assumiamo nei confronti degli altri. Noi che – quasi detta alla Goffman o alla Pirandello – usiamo le maschere per ottenere l’approvazione degli altri, quindi perdiamo la nostra vera identità e le maschere si sostituiscono al nostro volto: Gary Johnson, infatti, è un uomo solitario che trova difficile avere relazioni durature con altri esseri umani perché, proprio a causa del suo lavoro, non può essere se stesso, non può rivelare informazioni personali e non può essere rintracciato.

Le lezioni di filosofia che Gary tiene si riflettono sulla sua vita reale. All’inizio parla dell’importanza di uscire dalla comfort zone ed ecco che trova la forza di iniziare una relazione sentimentale con una sua cliente, cambiando il proprio nome da Gary a Ron e di conseguenza personalità. Questa relazione lo mette in crisi tanto da spingerlo a condividere con i suoi alunni il concetto di Es, Io e Super-io di Freud, il combattimento tra la parte istintuale e razionale di ciascuno di noi. Linklater pone quindi una seria riflessione sulla nostra identità, alleggerita dal tono umoristico del film.

Il duo composto dal regista e da Powell (entrambi co-autori della sceneggiatura) si mostra assolutamente capace di portare avanti una commedia spassosissima che a tratti sembra avere il tono dei primi film di Guy Ritchie (Lock & Stock) o di Edgar Wright (Hot Fuzz): a tal proposito, il personaggio di Jasper interpretato da Austin Amelio – che rappresenta la spalla altrettanto divertente del protagonista – ricorda molto il Simon Pegg della “Trilogia del Cornetto”. Oltre al tono umoristico, il film contiene anche diverse citazioni a film noir (uno fra tutti La fiamma del peccato).

La coppia Glen Powell/Adria Arjona

Ancora, non si può non menzionare Adria Arjona (Sweet Girl, Moribius) che interpreta il personaggio di Madison, in ottima intesa con Powell: la scena che di tutto il film forse rimane più impressa è quella in cui i due sono spiati dalla polizia e devono allestire un dialogo fasullo, mentre le informazioni “vere” passano attraverso messaggi scritti sullo smartphone. Un dialogo di botta e risposta serrato che mette a dura prova i due interpreti e che non può, alla fine, strappare un applauso.

La regia di Linklater si abbandona alle interpretazioni dei personaggi e a una sceneggiatura che sì, fa ridere, ma allo stesso tempo pone una riflessione acuta sulla contemporaneità, in particolare sulle emozioni, sulle aspettative che gli altri ripongono su noi e sull’immagine che ci costruiamo. Quanto più attuale può essere un’osservazione del genere nell’era dei social?

GIUDIZIO COMPLESSIVO

La regia di Richard Linklater si abbandona alle interpretazioni dei personaggi e a una sceneggiatura che sì, fa ridere, ma allo stesso tempo pone una riflessione acuta e contemporanea sulle emozioni, sulle aspettative che gli altri ripongono su noi e sull’immagine che ci costruiamo. Quanto più attuale può essere un'osservazione del genere nell’era dei social? 

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La regia di Richard Linklater si abbandona alle interpretazioni dei personaggi e a una sceneggiatura che sì, fa ridere, ma allo stesso tempo pone una riflessione acuta e contemporanea sulle emozioni, sulle aspettative che gli altri ripongono su noi e sull’immagine che ci costruiamo. Quanto più attuale può essere un'osservazione del genere nell’era dei social? Hit Man, recensione del film di Richard Linklater