High Life, recensione del film con Robert Pattinson

scritto da: Giordano Giannini

La visione di High Life (lett. “vita elevata” o, in senso ironico, “legata alla peritura sfera terrena”) della parigina Claire Denis (Trouble Every Day), in sala a partire dal 6 Agosto, solleva due dubbi. Può l’opera considerarsi una “summa” del Fantastico in celluloide, europeo e non, dell’ultimo decennio? Tal genere, se non addirittura il cinema in sé, è ancora oggi capace di generare nuovi “miti” e visioni oppure è condannato, nell’era che Doru Pop chiama “della promiscuità”, a scimmiottare quelli arcaici, mischiandoli talvolta impunemente? Vediamo, in breve, lo spunto narrativo. 

Il futuro. Assam (Victor Banerjee), filosofo indiano, ne è ferito benché fosse preparato: la sua gente lo predisse come il “Kali Yuga”, epoca in cui la dea Kali, appunto, si desta e con essa le forze del caos. Bisogna, perciò, aspettarsi di tutto, anche vedere i governi disfarsi della “schiuma” della società nei modi più tortuosi: giovani drogati, paranoici, masochisti, assassini vengono confinati in un laboratorio interstellare e usati come “cavie” per saggiare la discussa “teoria Penrose-Christodoulou” ossia poter sottrarre energia ad un buco nero, entrando, protetti da apposite capsule, nell’ergosfera, riducendone la velocità di rotazione. Per chi sopravvive la Terra resta, comunque, un vago ricordo che giunge, in differita di secoli, sugli schermi di bordo: squarci di coste deserte, boschi, perfino brani di western muti. Una provvidenziale “Stanza del Sesso” calma i bollenti spiriti: Monte alias N. 149 (Robert Pattinson) e, con minor rigore, Chernij (André Benjamin) le preferiscono l’astinenza e la cura del giardino, umido calco dell’Eden perduto. La dott.ssa Dibs (Juliette Binoche) detta legge ma pure lei, come gli altri reietti, sta pagando il suo debito con un mondo distante anni luce. Fra scatti d’ira repressi, abusi nel dormiveglia e messaggi vocali che nessuno sulla Terra ascolterà in tempo, l’abnorme routine del laboratorio-prigione è destinata a spezzarsi…

Semplificando molto, fughiamo il primo dubbio. Esclusi nuovi autori discontinui ma allettanti (Villeneuve, Natali, Blomkamp), “esperti” che non demordono (Gilliam, Spielberg, Cameron), rare sorprese, ora “mascheranti” il critico presente (Snowpiercer) ora “pittrici” degli Ultimi Regni (John Carter), il Fantastico del periodo 2010/2019 si è distinto non tanto per la “consueta” esibizione di sciagure (Geostorm) quanto per un’attrazione, quasi demoniaca, verso l’inorganico: la voluttà di svanire, di perdersi nel cyberspazio (Lucy), identificato con l’Essere, o nello châssis di carnali automi (Ederlezi Rising) subentrano ai tristi moniti di scrittori quali Barbara Paul, Jack Williamson o di un classico quale L’uomo della sabbia di Hoffmann. A questo debole per i “giardini di ferro”, direbbe Baudelaire, si aggiunge, per contrasto, un assillo sui miti di palingenesi”, ossia di rinascita o trasfigurazione: s’immaginano narrazioni “alternative” sull’Origine (Prometheus) e amori “primigeni” (Upside down, Equals, Passengers) che danno il La per la rivivificazione del Cosmo. High life assorbe le due “correnti”, traendo forza in particolare dall’ultima. 

Tale forza è, però, la sua maggior debolezza… e qui fughiamo il secondo dubbio. Sotto la pelle futuribile, la regista vorrebbe far scorrere un’ancestrale parabola sulla Nascita e la restaurazione della salvezza umana: mancandole, tuttavia, perizia e chiarezza spirituale, l’esito è una fiaccante scorribanda di immagini “in trance” dove mitologemi di varie culture si versano senza mai amalgamarsi armonicamente. Esempi: le “cavie” del laboratorio-prigione affibbiano alla dott.ssa Dibs il nomignolo “Vultura”, riecheggiante il latino “vultur”, cioè “avvoltoio”, nonché l’associazione dell’animale con le Grandi Madri, diffusa in tutto il mondo antico, specie fra gli Egizi: attributo di Nekhbet, matrona delle nascite, e di Mout, sormontata da un regale copricapo ad avvoltoio o raffigurata lei stessa, in alcuni amuleti, con le forme del volatile. Nella Cristianità medesima, da Origene a certe leggende mariane, per la credenza che l’avvoltoio potesse essere reso fecondo dal vento, il primo assurgeva a simbolo della Madonna, la quale concepì grazie allo Spirito Santo (cfr. ‘Études Mariales’, ’84-’86; Schreiner, ’95; Cattabiani, ‘01).

Dibs è, dunque, “madre dei viventi” ma, per stoltezza, come Eva nella tradizione biblica, si è abbassata a “madre della morte universale”: il suo potere generativo, ridottosi a mania per l’inseminazione artificiale, è macchinico e autoreferenziale non meno del coito “metallico” che consuma nella Stanza del Sesso (la scena più straziante del film). Senza contare che la donna, come si evince da un dialogo, è rea dell’uccisione dei due figliolini, quindi, in sé, ingloba pure il mito di Medea, madre e sanguinaria “matrigna”: fusione iconografica, questa, assai frequente nelle avanguardie artistiche più recenti (l’atto unico Médée / Ève di Paulina Mikol-Spiechowicz).

Se, dunque, da una simile “Eva”, labile e spossata, viene solo la morte, quale “Maria” potrà guarirci? La figlia di Monte, Willow (Scarlett Lindsey da piccola, Jessie Ross da adolescente), parrebbe incarnare la risposta… ma le “ombre” restano. Il nome pesa, infatti, sulla fanciulla come un macigno: in inglese “willow” significa “salice”. Per via della rapidissima maturazione dei frutti, soppressi quasi subito dopo la fioritura, la pianta si legava nell’Antica Grecia ad Ècate, divinità ambigua, ulteriore emanazione della madre-terra che crea per poi distruggere. È forse questa la “realtà elevata” che attende il genere umano e verso la quale Willow guida il padre, e noi con lui, nell’ermetico finale? Ovvero, la promessa che il ciclo di nascita, vita, morte si protrarrà in eterno? Non c’è di che stare allegri! Gli ultimi versi della pièce di Mikol-Spiechowicz calzano a pennello: “Recommencer tout depuis le début / Le premier homme, la première femme, /- rien d’autre. / Avant qu’il ne soit trop tard, /avant la fin du monde”.

Sperma e humus, miti mischiati o deformati, psicoanalisi da salotto (Monte spiega a Willow fin nella culla il senso del “tabù”), “consolatorio” invito a rifluire nel Nulla celato dietro un’apparente solennità metafisica: miglior summa del Fantastico post-moderno, sulla carta “colto”, non si potrebbe indicare. Il cinema di Tarkovskij, Silent Running di Trumbull, Alien: Resurrection di Jeunet rimangono, così, mete lontanissime e con uno sceneggiatore come Jean-Pol Fargeau (scrisse Pola X, uno dei più brutti film di Leos Carax) di strada se ne fa ben poca. Scenografie (Jagna Dobesz, Ida; François-Renaud Labarthe, Une vieille maîtresse), fotografia (Yorick Le Saux, Solo gli amanti sopravvivono), compagnia d’attori: tutte di prim’ordine ma, alla fin fine, non servono altro che da specchietti per allodole. Per un confronto, si consigliano Dante 01 di Marc Caro e Melancholia di Lars von Trier.

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