La carriera di un attore è spesso contraddistinta da vertiginosi saliscendi. Difficile, infatti, che un interprete riesca a rimanere per tutto l’arco della sua carriera sulla cresta dell’onda. Mentre è più probabile trovarsi di fronte ad attori che vivono rinascite inaspettate. È il caso, ad esempio, della rediviva Demi Moore, tornata in auge grazie alla notevole prova in The Substance, dove la regista Coralie Fargeat sembra aver cucito il ruolo su misura per lei, attingendo (consciamente o meno) dalla biografia dell’attrice. Ma potremmo prendere a esempio anche Robert De Niro, ridotto nei primi anni 2000 ad arrancare in filmacci che facevano rimpiangere anche il suo film peggiore degli anni ’70, e ora – grazie anche alla rinnovata collaborazione con Martin Scorsese – nuovamente tornato ai suoi livelli (vedere per credere anche la serie Zero Day, su Netflix).
Una parabola non dissimile rispetto a quella di Moore e De Niro ha contraddistinto (sebbene con le debite differenze) quella di Hugh Grant. Tra gli anni ’90 e primi 2000, l’attore britannico è stato tante cose: uno dei volti più iconici della brillante commedia inglese (Quattro matrimoni e un funerale), il timido sex symbol incapace di vedersi tale che faceva battere il cuore alle spettatrici di tutto il mondo (Notting Hill), e persino – a mo’ di contraltare – il perfido amante capace di ammagliare con il suo fascino (Il diario di Bridget Jones, di cui tra l’altro l’ultimo capitolo è in questi giorni al cinema). Poi, progressivamente, con il passare degli anni e l’aumentare delle rughe, Grant ha cominciato a essere relegato se non in film minori, sicuramente in ruoli di minore spessore. E neppure il tentativo di reinventarsi grazie alla partecipazione al musical Wonka ha sortito l’effetto sperato.
A distanza di due anni, l’attore si rimette nuovamente in gioco scegliendo di recitare in un film all’apparenza lontano anni luce dai suoi standard, ma forse proprio per questo capace di riuscire laddove altri avevano fallito: riportare in auge un attore non solo belloccio e simpatico, ma anche talentuoso. Il film di cui stiamo parlando è l’horror targato A24 Heretic, scritto e diretto da Scott Beck e Bryan Woods (65: Fuga dalla terra), dal 27 febbraio al cinema.

Non entrate in quella casa
Come tutti i generi (e forse, per certi aspetti, più degli altri generi) l’horror è sempre stato caratterizzato da particolari cliché e ambienti peculiari. L’orrore cinematografico ha posseduto diversi luoghi: da quelli più prevedibili, come il cimitero di La notte dei morti viventi di George Romero, a quelli insospettabili come la lussureggiante provincia americana di Un tranquillo weekend di paura o le assolate spiagge bianche dell’isola di Amity di Lo squalo. Da par suo, Heretic sfrutta una delle ambientazioni classiche del genere: la casa. Spesso luogo all’apparenza accogliente, nel cinema dell’orrore la casa nasconde sovente un lato inquietante (talvolta pure terrificante).
Un lato oscuro che caratterizza anche la casa in cui si imbattono, in un giorno d’inverno, due giovani missionarie mormoni: sorella Paxton (Chloe East) e sorella Barnes (Sophie Thatcher, cresciuta nella realtà in una famiglia mormone). Situata in una tranquilla cittadina di montagna e circondata da un ampio giardino, la casa del signor Reed (Grant) ha tutta l’aria del buen retiro di una coppia di pensionati che, dopo anni di lavoro in città, ha deciso di godersi la tranquillità della provincia, lontano dalla pazza folla. Persone riservate, ma perbene, che non disdegnano una sincera cordialità. La stessa che dimostra proprio il signor Reed quando fa accomodare le due missionarie nel salotto della sua abitazione con la promessa di una bella fetta di torta che la moglie (talmente timida da non mostrarsi) sta per sfornare.
Ovviamente, le due giovani non ci metteranno molto a capire che nulla è come sembra. Ma quando il seme del dubbio comincia a germogliare nelle loro menti, è ormai troppo tardi. Il macabro gioco ordito dal loro ospitante ha ormai preso il via, e per fermarlo le due ignare vittime designate non possono fare altro che accettare la sfida. Ma non è detto che la vittoria sia a portata di mano.

Fino a che punto sei disposto a credere?
Qualcuno ricorderà un simpatico episodio della serie animata South Park che, con la sua comicità dissacrante, ironizza sulla nascita del mormonismo e, in particolare, sulla storia (decisamente ambigua) del suo fondatore: Joseph Smith. All’inizio dell’800, dopo una serie di mai certificate visioni, Smith ricevette (a suo dire) da un angelo alcune tavole d’oro che riportavano il racconto del profeta Mormon. Da quelle tavole, egli stesso pubblicò la guida spirituale per i suoi adepti: Il libro di Mormon. Una vicenda surreale, che oggi un po’ ci inquieta e un po’ ci fa sorridere. Eppure, a pensarci bene, la scarsa credibilità della storia di Smith non è poi così dissimile rispetto alla scarsa credibilità che hanno tutte le storie legate alla nascita di una religione.
In fondo, l’unica differenza tra il libro del sedicente profeta americano e i testi attribuiti agli evangelisti che costituiscono uno dei perni della religione cattolica riguarda solo la differente collocazione temporale: più i fatti sono lontani da noi più siamo portati, se non a crederci, quantomeno ad avere meno dubbi a proposito. Tradotto: possiamo accettare profeti che hanno vissuto nel primo secolo dopo Cristo, ma non quelli vissuti nell’ottocento. Ma è in questo contesto che emerge la caratteristica principale del rapporto tra fedele e religione. Essere religiosi, infatti, non significa accettare razionalmente determinate cose, bensì essere disposti a fare atto di fede. Insomma, a credere. È proprio su questo aspetto che Heretic si concentra, rivelando i meccanismi mentali ed emotivi che si celano dietro ogni credenza.
Insospettabile conoscitore del mormonismo e di altre pratiche religiose, il signor Reed provoca le giovani missionarie ponendole di fronte alle proprie convinzioni: quello che sta accadendo è reale, oppure è solo una loro suggestione? Reed è un mostro che le ha accolte nella propria magione con l’intento di fare loro del male; oppure una normalissima persona, accogliente anche se un po’ strano all’apparenza? Non è facile rispondere a queste domande, né per le giovani protagoniste, né per noi spettatori che in loro ci immedesimiamo, in particolare nella prima parte del film dove il confine tra realtà e distorta percezione personale è molto labile.

Un horror interessante, anche se prevedibile
Date le premesse è però un peccato che, nel momento in cui la storia entra nel vivo il film sembra spegnersi a causa di dialoghi eccessivamente verbosi (e un po’ ripetitivi) su temi religiosi e teologici, e diverse svolte narrative che risultano forzate e poco credibili, minando l’efficacia della tensione costruita nella prima parte. In sostanza, Heretic è un horror con un’idea di partenza interessante, contraddistinto da sprazzi di originalità, ma che avrebbe forse potuto osare di più.
Invece ricorrere ai medesimi sotterfugi tipici dell’horror contemporaneo per irretire uno spettatore che, alla lunga, perde progressivamente interesse nei confronti di storia e personaggi. E non è certamente un caso se abbiamo iniziato questo articolo scrivendo di Hugh Grant. Infatti, se c’è comunque un motivo valido per vedere Heretic, questo è rappresentato proprio dall’interprete britannico. Senza nulla togliere alle giovani interpreti che lo affiancano, infatti, è interessante notare soprattutto il fatto che il signor Reed interpretato dall’attore britannico è l’affascinante antitesi dei personaggi che l’hanno reso celebre, una versione invecchiata (male) dei sex symbol a cui ci ha abituato.
I registi Scott Beck e Bryan Woods scommettono su un Grant inedito e, da questo punto di vista, vincono la loro scommessa. Forse questa non sarà propriamente una svolta per la carriera dell’attore (anche perché adesso abusare della sua inedita maschera horror sarebbe fin troppo facile), ma la sua interpretazione sarà ricordata come una delle sue più coraggiose e, in fin dei conti, una di quelle più riuscite.


