C’è stato un momento, nel 2011, in cui Nicolas Winding Refn sembrava sul punto di conquistare definitivamente il grande pubblico. Drive vinse il premio per la miglior regia a Cannes, trasformò Ryan Gosling in un’icona pop e portò improvvisamente al centro del cinema internazionale un autore che fino a quel momento aveva costruito la propria fama ai margini. Poi il regista ha fatto qualcosa di abbastanza insolito: invece di inseguire quel successo, ha cominciato ad allontanarsene. Solo Dio perdona, The Neon Demon, poi la sperimentazione con il linguaggio seriale di Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy hanno progressivamente ridotto il racconto, rallentato i tempi, estremizzato colori, silenzi, pose, violenza e astrazione. Dieci anni dopo il suo ultimo lungometraggio, Her Private Hell non rappresenta allora un ritorno alla normalità, ma la prosecuzione più coerente possibile di quel percorso.
Her Private Hell sembra infatti quasi disinteressarsi della distinzione tra film, installazione, videoclip, pubblicità di alta moda e videoarte. Poco importa come lo si voglia chiamare. In un cinema sempre più omologato, standardizzato e ossessionato dalla riconoscibilità immediata, Refn continua a comportarsi da autore nel significato più puro del termine: ha una visione e la porta avanti fino in fondo, anche quando significa alienarsi una parte enorme del pubblico. Il suo cinema si è chiuso sempre più dentro un universo privato (o, per restare al titolo, un inferno) fatto di neon, corpi, archetipi, sesso, rituali, esplosioni improvvise di violenza e tempi dilatati. Her Private Hell è forse il punto in cui tutte queste ossessioni si incontrano con maggiore evidenza.
Di cosa parla Her Private Hell?
Una misteriosa nebbia avvolge una metropoli futuristica dominata da grattacieli giganteschi e luci artificiali. È qui che vive Elle (Sophie Thatcher), giovane attrice che cerca di riallacciare il rapporto con il padre Johnny Thunders (Dougray Scott), regista con il quale sta lavorando a un film. Nel frattempo incontra Hunter (Kristine Froseth), influencer e nuova collega rimasta bloccata in città proprio a causa della nebbia, e ritrova Dominique (Havana Rose Liu), sua ex amante e ora sua matrigna dopo aver sposato Johnny. È lo stesso padre a raccontare loro la leggenda che sembra infestare la città: quella di Leatherman (Jason Hendil-Forssell), misteriosa creatura vestita di pelle che compare insieme alla foschia e uccide giovani donne avvicinandosi alle loro spalle e squarciandone il petto con le mani coperte da guanti tempestati di diamanti. Secondo il racconto, esiste un solo modo per sconfiggerlo: tagliargli le mani.
La leggenda smette presto di sembrare tale. Dalla finestra dell’hotel Elle e Hunter assistono impotenti all’omicidio di una donna da parte di Leatherman, mentre il film che Elle sta girando con il padre – l’adattamento fantascientifico di un fumetto intitolato Candyfloss – comincia a confondersi con ciò che accade fuori dal set. Dall’altra parte della storia c’è il soldato americano K (Charles Melton), che da anni cerca la figlia scomparsa e considera Leatherman responsabile della sua sparizione. Inoltre, intorno a Elle gravita Nico (Diego Calva), presenza sensuale e pericolosa, coinvolta dalla ragazza nel perverso gioco di desiderio, gelosia e vendetta che la lega a Dominique.

Dentro la testa di Refn
Le serie Too Old to Die Young e Copenhagen Cowboy hanno radicalizzato ulteriormente il linguaggio di Nicolas Winding Refn, sfruttando la durata seriale per portare all’estremo tempi che nel suo cinema erano già innaturali. Her Private Hell non cancella quell’esperienza televisiva, ma se la porta dietro. Il ritmo è ipnotico, i personaggi sembrano più automi messi in posa che persone inserite realisticamente nel mondo e ogni ambiente sembra progettato innanzitutto per diventare un’immagine. Non si tratta più soltanto di raccontare attraverso belle inquadrature. Per Refn l’inquadratura è diventata l’unità fondamentale del cinema: ogni frame deve poter esistere come oggetto autonomo.
La città di Her Private Hell potrebbe ricordare quella di Blade Runner 2049, ma bastano pochi minuti perché qualsiasi riferimento venga assorbito completamente dall’universo refniano. Gli edifici emergono dalla nebbia come enormi monoliti; il Tower Hotel sembra galleggiare sopra una città senza vita; la metropoli è composta da teste gigantesche, mani di diamanti e corpi trasformati in sculture che sembrano appartenere più a una mostra di arte contemporanea che a un vero paesaggio urbano. Tutto è finto, luminoso, levigato, eppure stranamente desiderabile. È un inferno bellissimo, uno di quei mondi cinematografici che appaiono ostili e allo stesso tempo fanno venire voglia di volerci entrare.
Ed è proprio questa fascinazione per la superficie il principale terreno di scontro intorno al cinema di Refn. “Stile senza sostanza” è probabilmente l’accusa che gli viene rivolta più spesso. Her Private Hell sembra quasi rispondere smettendo di considerarla un’accusa. E se lo stile fosse esso stesso sostanza? Moda, corpi, luci, movimenti, musica e oggetti non decorano un racconto che esisterebbe comunque senza di loro. Sono il racconto. Per questo gli attori vengono fotografati come corpi prima ancora che come personaggi. Refn non cerca il naturalismo e non prova neppure a nasconderlo. Il suo mondo è un gigantesco set e, in modo significativo, al centro della storia c’è proprio un film che si sta girando: realtà, cinema e immaginazione finiscono così per diventare indistinguibili.

Una fiaba al neon
Dietro la fantascienza, il giallo all’italiana e l’horror, Her Private Hell funziona soprattutto come una fiaba. Elle è una figlia che cerca il padre; Soldato K è un padre che cerca la figlia; Leatherman è il mostro e Ms. S (Aoi Yamada) e Ms. T (Shioli Kutsuna) sono figure magiche che indicano la strada da seguire. La struttura è semplicissima e archetipica proprio perché Refn può riempirla delle proprie ossessioni. K assume inoltre una funzione ancora più interessante: non è soltanto il protagonista dell’altra metà del racconto, ma progressivamente diventa il padre che Elle avrebbe voluto avere, un alter ego immaginario capace di andare fino all’Inferno per recuperare la propria figlia, mentre il padre reale continua ad abbandonarla.
È una chiave fondamentale, esplicitamente indicata dallo stesso Refn, per comprendere perché due storie apparentemente separate finiscano per fondersi. La musica di Pino Donaggio, già autore dietro alcuni dei film più importanti di Brian De Palma, contribuisce in maniera decisiva a questa natura fiabesca e melodrammatica. Al posto dell’elettronica di Cliff Martinez, storico collaboratore di Refn, arriva una partitura orchestrale romantica, enfatica e sorprendentemente dolce. Ed è proprio Donaggio ad aprire inevitabilmente un sistema di riferimenti al cinema di genere: Dario Argento, Mario Bava, lo stesso De Palma e, ancora più indietro, Alfred Hitchcock. La sequenza in cui Elle e Hunter osservano da una finestra Leatherman uccidere una donna richiama apertamente La finestra sul cortile.
In conclusione, tutto questo spiega perché sia difficile immaginare Her Private Hell in grado di convertire qualcuno che abbia detestato il Refn degli ultimi quindici anni. Non c’è alcun tentativo di riconciliazione. Anzi, il film sembra quasi orgoglioso della propria natura respingente. È simbolico, ermetico, lentissimo, a tratti volutamente ridicolo, costruito più attraverso associazioni e sensazioni che attraverso una narrazione convenzionale. Si può considerare Refn narcisista, autolesionista, esasperante. Si può anche pensare che abbia progressivamente confuso il proprio stile con il proprio cinema. Ma è sempre più raro vedere qualcuno raggiungere un simile grado di libertà e utilizzarlo per fare esattamente ciò che desidera, senza preoccuparsi troppo di quanto sia commercialmente ragionevole. Prendere o lasciare.


