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Hedda, recensione del film di Nia DaCosta

Presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025, Hedda di Nia DaCosta con Tessa Thompson arriverà il 29 ottobre su Prime Video.

Nel panorama degli adattamenti contemporanei di grandi classici, Hedda emerge non come una semplice riproposizione, bensì come un tentativo di rielaborazione in chiave queer il ritratto di una donna tanto affascinante quanto pericolosa. Nia DaCosta affronta una delle figure più enigmatiche del teatro moderno e ne firma una rilettura visivamente sontuosa, psicologicamente complessa e, per certi versi, spiazzante.

Trasferendo la storia dell’Hedda Gabler protagonista dell’omonimo dramma dello scrittore e drammaturgo norvegese Henrik Ibsen nell’Inghilterra degli anni ’50, la regista di Candyman e The Marvels compie un’operazione di trasposizione culturale e temporale che ambisce a far dialogare il testo originale con nuove dimensioni di potere, identità e desiderio. La scelta di ambientare il film nell’arco di una sola notte – quella di una festa mondana organizzata da Hedda e dal marito George – concentra la tensione drammatica e trasforma la villa borghese in un palcoscenico claustrofobico, un microcosmo di apparenze e repressioni.

DaCosta reinventa Ibsen

DaCosta non si limita a modernizzare Ibsen: lo disseziona. Il film indaga la repressione non più soltanto come condizione di genere, ma come struttura di potere interiorizzata. La regista e sceneggiatrice traduce il conflitto tra desiderio e dovere in un linguaggio visivo che fonde realismo psicologico e astrazione formale. In questa chiave, la manipolazione diventa una forma di sopravvivenza, la crudeltà un modo per rivendicare esistenza.

La Hedda di DaCosta è insieme carnefice e vittima, lucida e autodistruttiva: un personaggio tragico che anticipa la nevrosi contemporanea della libertà negata. La riscrittura queer del testo originale – con il personaggio di Eileen come oggetto e soggetto del desiderio – aggiunge un livello di lettura che interroga l’identità e la rispettabilità nel contesto di una società ancora rigidamente eteronormata. È un gesto politico, ma anche poetico: l’amore impossibile diventa una forma di ribellione estetica.

Un’eroina tragica senza redenzione

Tessa Thompson – che DaCosta aveva già diretto nel suo acclamato esordio alla regia Little Woods del 2018 – costruisce una Hedda magnetica e perturbante. L’attrice scava nel personaggio con rigore, restituendone tutta l’intricata duplicità: la grazia e la crudeltà, la vulnerabilità e l’istinto manipolatorio. Thompson abita il ruolo con un’intensità che oscilla tra controllo e cedimento, come se ogni sorriso fosse un’arma e ogni silenzio un grido trattenuto. La sua performance regge l’intero impianto del film, bilanciando la teatralità del testo con una sensibilità cinematografica che evita qualsiasi tipo di enfasi: Hedda non viene mai compresa, solo osservata, come un corpo in tensione con il mondo che la circonda.

Accanto a lei, una gigantesca Nina Hoss nel ruolo di Eileen Lovborg – versione femminile del personaggio di Ejlert Løvborg del dramma originale – introduce un elemento queer che ridefinisce le dinamiche di potere e desiderio. Il confronto tra Hedda e Eileen, intriso di attrazione e rivalità, è il vero cuore pulsante del film: due donne che si specchiano l’una nell’altra, divise dalla stessa impossibilità di vivere fuori dalle strutture che le opprimono.

Una prigione dorata

Sul piano tecnico, Hedda è un film di una raffinatezza quasi opprimente. La fotografia di Sean Bobbitt (collaboratore abituale di Steve McQueen) alterna luce e penombra, riflessi e specchi, costruendo un senso di gabbia visiva che amplifica il tempa dell’intrappolamento. Ogni inquadratura, ogni movimento di macchina sembra calcolato per evocare l’ambiguità del desiderio e la tensione che serpeggia durante la festa. La casa diventa così un labirinto mentale, dove la bellezza stessa è strumento di coercizione.

I costumi di Lindsay Pugh e la colonna sonora di Hildur Guðnadóttir (premio Oscar per Joker) concorrono a definire un’atmosfera sospesa: il lusso si confonde con la decadenza, la musica con il silenzio interiore dei personaggi. In alcuni passaggi, la partitura sonora sfiora l’eccesso illustrativo, ma nel complesso DaCosta orchestra un’esperienza sensoriale densa, in cui ogni dettaglio formale concorre a definire la narrazione psicologica.

Il coraggio dell’imperfenzione

Nonostante la sua eleganza e le sue intuizioni, Hedda non è un film pienamente compito. Il ritmo, soprattutto verso il finale, perde la tensione accumulata nella prima metà, e la risoluzione drammatica risulta meno incisiva rispetto alla premessa iniziale. Inoltre, alcune scelte registiche – come l’alternanza fra realismo e teatralità – generano una discontinuità a livello di tono, e l’uso di alcuni simbolismi visivi (il fuoco, gli specchi, le maschere) tende talvolta a farsi ridondante. Si avverte il rischio che l’eleganza della forma sovrasti l’urgenza del contenuto.

Tuttavia, i limiti di Hedda sono anche il segno della sua profonda ambizione. Se da un lato il film non raggiunge sempre la coesione drammatica che il materiale promette, dall’altro riesce comunque a restituire uno sguardo potente su una protagonista tanto difficile e irritante, quanto dolorosa e seducente. DaCosta osa, rifiuta l’aderenza accademica al testo ibseniano e preferisce la via della reinvenzione concettuale: non sempre armoniosa, ma certamente vitale.

Guarda il trailer ufficiale di Hedda

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Nia DaCosta compie un'operazione di trasposizione culturale e temporale che ambisce a far dialogare il testo originale di Henrik Ibsen con nuove dimensioni di potere, identità e desiderio. Hedda non è un film pienamente compito: tuttavia, i suoi limiti sono anche il segno della sua profonda ambizione.
Stefano Terracina
Stefano Terracina
Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)

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