L’inizio di Heart of the Beast sembra una fotocopia di quello di The Dog Stars, l’ultimo film di Ridley Scott uscito il mese scorso: ci sono un uomo e il suo cane che viaggiano su un piccolo aereo, in mezzo alle montagne boschive di un’America spogliata di ogni presenza umana. Tutto si assomiglia, dal modello dell’aeroplano alla razza del compagno canino, fino ai paesaggi che i protagonisti sorvolano, anche se qui non siamo in Colorado ma in Alaska, e non c’è alcuna epidemia globale che ha sterminato la nostra specie.
C’è tuttavia lo stesso senso di pace e quiete, quel silenzio rassicurante interrotto solo dai rumori innocui della natura e dal crepitio di un focolare. Proprio quello che James Belmont (Brad Pitt), veterano delle Forze Speciali in congedo, cerca per sé stesso e per il suo amico a quattro zampe Odin, cane da guerra traumatizzato dalle esperienze vissute sul campo di battaglia. Una vita tranquilla, senza meta né obiettivi, interrotta bruscamente da un incidente aereo che li costringerà, per poter sopravvivere, a un viaggio estenuante di oltre 90 chilometri in mezzo alla natura selvaggia.
È tornato David Ayer
Sembravamo esserci scordati un po’ tutti di David Ayer, che gli appassionati di film di guerra ricorderanno soprattutto per Fury (epopea bellica sempre con Brad Pitt) e tutti gli altri per il disastroso Suicide Squad, negli anni in cui Zack Snyder era ancora al timone dell’universo cinematografico DC. Un esperimento fallito su tutta la linea, che però sulla carta si allineava bene con il tipo di film che il regista aveva diretto fino a quel momento, quasi tutti action puri con protagonisti sempre al limite tra legalità e criminalità, tra ex militari afflitti da sindrome da stress post traumatico e poliziotti dall’etica non esattamente cristallina.
Quando si è trattato di fare il passaggio inverso, cioè di rendere una banda di villain una squadra di antieroi dai metodi discutibili ma dalle buone intenzioni, ecco che sono emerse tutte le crepe del caso, e così Ayer negli ultimi anni è tornato a lidi più congeniali, concentrandosi su eroi in pensione richiamati all’azione dalle circostanze (The Beekeeper e A Working Man con Jason Statham). Heart of the Beast in un certo senso si annovera tra queste opere, anche se stavolta il nemico da abbattere è impalpabile e inarrestabile. E no, non è tanto la gelida e ostile foresta quanto piuttosto l’età che avanza, che rende anche il corpo più temprato e granitico vulnerabile e suscettibile a crolli improvvisi.

Un guerriero stanco e il suo cane
Pitt, ormai sessantaduenne, è infatti arrivato al punto da essere perfettamente credibile come guerriero stanco e non più inarrestabile come quando interpretava Achille in Troy. Anzi, è quasi più un Ulisse che ha ancora il fidato Argo al suo fianco: prudente, scaltro e poco propenso a lanciarsi di petto in azioni che richiederebbero una prestanza fisica di cui non è più in possesso. L’opposto, in un certo senso, dell’immagine dell’action hero immortale ed estremo alla Tom Cruise e Keanu Reeves. Almeno nelle intenzioni, perché poi nel corso di Heart of the Beast il nostro James Belmont, un osso rotto dopo l’altro, sarà costretto a più di un’impresa disumana.
Forse anche troppo disumane, in effetti: se da un lato l’accuratezza scenica delle tecniche di sopravvivenza e dei numerosi stratagemmi messi in atto dal protagonista è ineccepibile, dall’altro le situazioni di pericolo in cui lui e Odin si trovano si fanno sempre meno verosimili. O meglio, a diventarlo sono i modi con cui riescono a uscirne vivi, tanto che all’ennesimo ostacolo insormontabile viene da chiedersi se tutto il film non sia solo una scusa per dimostrare – come se non lo sapessimo già – quanto sia indissolubile il legame che unisce un essere umano al suo cane.
Va detto, però, che – oltre a una fotografia suggestiva che esalta la bellezza dei paesaggi – il rapporto tra Belmont e Odin è davvero la cosa migliore di Heart of the Beast. Con questo titolo, sbagliare proprio questo aspetto avrebbe voluto dire sbagliare l’intero film, ma per fortuna ciò non accade. I momenti che li vedono prendersi cura l’uno dell’altro e condividere traumi, gioie e dolori sono teneri e intimi (come ci si aspetterebbe), grazie a un’ottima performance di Pitt e a uno script – di Cameron Alexander – che riesce a far esplodere tutti i sentimenti accumulati fino a quel momento in un finale sicuramente didascalico, ma senza dubbio commovente. Per gli amanti dei cani, certo, ma anche per tutti gli altri.


