Dalle forme più basse di exploitation al cinema di serie A, l’industria hollywoodiana si è sempre nutrita della ripetizione di formule consolidate, dall’appeal quasi certo sul pubblico, da sfruttare fino all’esaurimento. Succedeva già negli anni ’30 con i mostri della Universal, dagli innumerevoli sequel e variazioni sul tema, fino ad arrivare, nei primi anni ’40, a veri e proprio crossover come Frankenstein contro l’uomo lupo. Un fenomeno oggi più evidente che mai, con l’interminabile serie di film dedicati ai personaggi supereroistici, sia sul fronte Marvel che su quello DC.
Ci prova anche Skydance Media – casa di produzione degli ultimi capitoli della saga spionistica di sua maestà Tom Cruise, Mission: Impossible – a replicare la formula vincente del suo maggiore successo con l’operazione Heart of Stone, pellicola spy action con protagonista Gal “Wonder Woman” Gadot. Disponibile dall’11 agosto su Netflix, il film è diretto dal regista britannico Tom Harper (The Aeronauts) e scritto da Allison Schroeder (Ritorno al Bosco dei 100 Acri) e Greg Rucka (noto autore di fumetti come il premiato “Gotham Central” e, ironicamente, “Wonder Woman”; il suo debutto come sceneggiatore lo trovate sempre su Netflix: The Old Guard).
Cosa aspettarsi quindi da Heart of Stone? Sicuramente una trama fortemente derivativa: Rachel Stone (Gadot) – una sorta di versione genderswap di Ethan Hunt – è all’apparenza una mite novellina dell’MI6, ma in realtà è un’agente del misterioso Charter (o se preferite “IMF”), associazione indipendente di spie che si prodiga per il bene superiore. La sua missione sarà quella di recuperare un fantomatico MacGuffin informatico, capace di sconvolgere gli equilibri mondiali, chiamato Heart (capito il gioco di parole?), caduto naturalmente nelle mani sbagliate.

Una copia poco riuscita del franchise di M:I
Heart of Stone, sin dalla sua prima scena, inizia ad accumulare innumerevoli cliché del genere spionistico, propri sia della cugina serie di M:I che dello storico franchise di 007: la squadra – di cui fa parte, oltre alla protagonista, anche Jamie Dornan – si trova infiltrata ad un party esclusivo in uno chalet sulle Alpi della Val Senales, dove la nostra eroina dovrà anche sedere al tavolo di una partita di blackjack. Una missione che, naturalmente, andrà male a causa di un tradimento (anche se la rivelazione avverrà terribilmente in ritardo), proprio come visto nel primo Mission: Impossible.
Ma la nostra “Hunt” non si arrenderà, andando addirittura contro il volere della sua stessa agenzia pur di beccare il colpevole e salvare il mondo (chi lo avrebbe mai detto). Un inseguimento tra location da cartolina, da Lisbona ai paesaggi innevati dell’Islanda, e una sequela di scene d’azione poco ispirate, riprese con macchina a mano traballante in spazi angusti o davanti a un green screen. Tutto procede con il freno a mano tirato, in due ore di film che scorrono lentamente, appesantite da dialoghi ridondanti e da un tono eccessivamente serioso (forse sarebbe stato meglio giocarsi la carta dell’umorismo postmoderno).
Heart of Stone è un M:I con un quinto del ritmo e della creatività nelle scene d’azione, che utilizza il MacGuffin più strabusato dagli action thriller sin da quando esistono i computer. Una pellicola per niente originale, che non fa mistero delle sue influenze (dichiarate apertamente anche durante la campagna promozionale), totalmente incapace di trovare una propria identità. Con il colossale e adrenalinico Mission: Impossible – Dead Reckoning Parte Uno uscito da poco nelle sale, questa operazione di “exploitation” di Skydance Media non poteva che uscirne con le ossa rotte.


