Harriet, recensione del biopic con Cynthia Erivo

scritto da: Ludovica Ottaviani

Harriet è il titolo del potente biopic di Kasi Lemmons con protagonista l’attrice, cantante, ma anche compositrice, britannica Cynthia Erivo, qui pronta a far brillare il proprio inarrestabile talento che già aveva messo in mostra nei precedenti – e corali – 7 Sconosciuti a El Royale e Widows – Eredità Criminale. In questa nuova, titanica, sfida l’attrice si cala nei panni di Harriet Tubman, attivista afroamericana cruciale per l’abolizione della schiavitù ma soprattutto per la salvezza di tanti (troppi) schiavi sfruttati nelle piantagioni, arrivando a salvare oltre 300 vite.

Stati Uniti, seconda metà dell’Ottocento. Inizialmente schiava con il nome di Araminta “Minty” Ross, una donna fugge dalla piantagione nel sud degli Stati Uniti raggingendo il nord america dove la schiavitù non era ammessa e condannata. Qui cambia nome e diventa Harriet Tubman, per confermare il suo stato di donna libera; eppure, nonostante la grande conquista personale, decide di tornare indietro e salvare la vita dei suoi fratelli schiavi. Grazie al suo coraggio, all’incrollabile determinazione e ad una serie di visioni profetiche, Harriet diventerà una vera e propria eroina americana che sfrutterà l’Underground Railroad, un sistema di case, passaggi e strade segrete creato dagli attivisti abolizionisti, per portare in salvo centinaia di schiavi.

Il film, uscito negli USA nel 2019, ha ricevuto il plauso della critica ed è stato accolto favorevolmente dal pubblico tanto da far guadagnare alla Erivo una doppia nomination sia ai Golden Globes che agli Oscar come miglior attrice protagonista e per la migliore canzone grazie al trascinante singolo “Stand Up”. A causa dell’emergenza COVID-19, Harriet non è uscito nelle sale italiane ma è disponibile, a partire da Luglio, in streaming sulle principali piattaforme, mentre dal 6 Agosto verrà invece rilasciato in home video.

Il film della Lemmons è potente e vibrante come un gospel: ha la stessa intensità, quella sacralità che oscilla disperata tra dannazione e redenzione, perdono e disperazione. Ad accrescere le similitudini tra l’ascolto di un brano tipico della tradizione e la visione di questo progetto è, letteralmente, la voce della sua protagonista Cynthia Erivo che fa da fil rouge umano tra la Storia e la finzione.

La figura dell’attivista Harriet Tubman per molti di noi, soprattutto in Italia, risulterà pressoché sconosciuta: ma la sua vicenda, così intensa e dolorosa, al limite del misticismo laico sembra perfetta per i giorni che stiamo vivendo, mentre ci ritroviamo involontariamente protagonisti della Storia che definisce il proprio corso tra proteste, sommosse sociali e processi di auto-consapevolezza. Il movimento Black Lives Matter acquista un’ulteriore sfumatura, meno “slogan” e più militante, proprio grazie al racconto di questa vita straordinaria, costellata di sacrifici, rischi, pericoli e rivincite per una donna così rivoluzionaria.

E proprio l’idea di realizzare un biopic con protagonista una donna afroamericana sembra sovvertire, a tutti gli effetti, molti dei cliché che hanno dominato la vecchia Hollywood, accompagnando piuttosto lo spettatore per mano verso le nuove frontiere della narrazione. Una donna può essere protagonista di un film importante, sì, ma anche action, capace quindi di intrattenere e non solo di indurre chi guarda alla riflessione.

Se il passato prossimo aveva visto trionfare – soprattutto agli Accademy Awards – un’opera come 12 Anni Schiavo, caratterizzata da un tono più contemplativo, drammatico e di sicuro contaminata dalla formazione del regista Steve McQueen nel mondo della video-arte, qui in Harriet trionfa una “scrittura per immagini” più tradizionale e forse scontata, ma vicina al grande pubblico e alle esigenze prefissate in partenza. La volontà della Lemmons è quella di raccontare un’inedita storia declinata al femminile ma senza dimenticare la presenza del pubblico, anzi, puntando all’inclusione di tutti pur modificando il punto di vista sulla Storia stessa, filtrato qui attraverso gli occhi di una donna.

Accanto alla Erivo, è impossibile non citare la presenza della cantante Janelle Monáe, famosa per il suo impegno sociale che riesce a portare anche sul grande schermo, prendendo spesso parte a progetti importanti come il biopic Il Diritto di Contare, anch’esso candidato agli Oscar. L’impegno, sì, ma soprattutto il concetto stesso di “tradizione” fa irruzione nel discorso drammatico alla base di Harriet: perché le visioni che la donna dichiarava di avere – frutto di un terribile incidente – sono rappresentate nel film, impostando quindi un ardito confronto/riferimento con una delle figure bibliche più note e più “famose” sotto il sole della California Hollywoodiana, quel Mosè protagonista di innumerevoli sword and sandal movies (da noi meglio conosciuti come peplum) che hanno colonizzato, da sempre, l’immaginario della settima arte.

Guarda il trailer ufficiale di Harriet

Ludovica Ottaviani

Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)


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