martedì, Febbraio 10, 2026
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Hamnet, recensione del film di Chloé Zhao

Adattamento del romanzo di Maggie O'Farrell, Hamnet di Chloé Zhao con Jessie Buckley e Paul Mescal arriva nelle sale il 5 febbraio distribuito da Universal Pictures.

Io stesso sono abbastanza onesto, eppure potrei accusarmi di tali colpe che era meglio mia madre non m’avesse concepito” si sfoga il principe Amleto nel cuore del terzo atto shakespeariano, cieco di una rabbia che sta per cambiare pelle e tradursi in azione. E lo fa con i macigni di colpe che non ha ancora commesso – “son pieno di superbia, vendicativo, ambizioso” aggiunge – perché l’Amleto è senza dubbio un’opera secolare sul lascito del padre, nel mito danese di Saxo Grammaticus e poi nella tragedia di Shakespeare.

Qui nasce l’archetipo del principe di Danimarca, raffinato guerriero che vive nell’ombra del fantasma del padre. Ogni lettura consumata nei secoli sulla tragedia shakespeariana ha mosso i passi da qui; poi nel 2020 la nordirlandese Maggie O’Farrell ha ripensato Amleto in Hamnet, facendo dell’opera sui fantasmi paterni un discorso potentissimo sul figlio.

E quale dramma migliore se non quello della rilettura secolare per una regista navigata in materia di sentieri inesplorati come Chloé Zhao? L’autrice cinese (Nomadland, Eternals) getta il cuore oltre l’ostacolo e spinge il suo cinema ancora un passo più in là con Hamnet, che è un’altra delle sue opere maestose dall’impianto universale come il dramma archetipico a cui guarda.

Dal senso di colpa congenito, l’opera di una vita

In continuità con il romanzo di O’Farrell, nella cittadina ai piedi del bosco di Stratford, il giovane istruito e bonario William Shakespeare (Paul Mescal) si innamora di Agnès (Jessie Buckley), dal cupo splendore nel suo lungo abito rosso che, si dice, sia “figlia della strega della foresta”. Tiene sempre con sé un falco nero, invoca preghiere ad Artemisia, maneggia erbe ma dietro il misticismo che la avvolge, sogna un amore che la rassereni.

Ogni vergogna o disonore della famiglia Shakespeare viene sormontato dal matrimonio tra Agnès e William, da cui nascono tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet. Ma tra il terrore della peste bubbonica del 1596 la morte entra nella loro casa e da quel senso di colpa congenito in William nascerà la sua opera di una vita, “Hamlet”.

Hamnet. Credit: Courtesy of Focus Features / © 2025 FOCUS FEATURES LLC

Un bivio dell’anima potente e inavvicinabile

Ecco allora che Hamnet di Chloé Zhao dipinge la dietrologia di quell’essere o non essere che è un bivio dell’anima talmente potente da sembrare inavvicinabile, nient’altro che facile e tedioso lirismo, come si potrebbe dire della prima parte del film di Zhao. Ma la verità è che il suo Hamnet descrive il tempo che separa i mortali Will e Agnès dal senso di morte; duellanti disperati in questa battaglia che è la vita si incontrano l’uno nello sguardo dell’altra.

William è un poeta dal dolore che trasuda tutto nel corpo pulsante di Paul Mescal, che è forse il miglior antieroe del cinema contemporaneo; passionale, robusto e dalla mascolinità unica e uguale a sé stessa. In Aftersun (2022) di Charlotte Wells era Calum, il giovane papà fantasma nei filmati in 35 mm, poi l’amante-fantasma di Estranei diretto da Andrew Haigh (2023), e ora torna in un cinema di altrettanti fantasmi come quello ritratto in Hamnet. Anzitutto quello del padre, un guantaio senza cuore e tanti debiti, che disprezza Will fino a guadagnarsi il suo odio.

E se i primordi del film tratteggiano forse un biopic impossibile – che nel cinema recente sembra tanto il sottogenere del fallimento – flemmatico racconto con crepitii improvvisi (“non voglio essere come mio padre” grida indifeso Will in una meravigliosa scena notturna), l’Hamnet di Chloé Zhao prende quota sulle orme del romanzo mentre proferisce e sente davvero il dramma di una madre.

Uno straordinario film sui macigni della colpa

Con quanta grazia Jessica Beckley inscena movenze e smussamenti della sua Agnès, che è sola al mondo assieme ai figli piccoli e con William tra i grandi palcoscenici londinesi. La peste dilagante non è altro che un morbo che uccide tutti, appestati e non; ed ecco che il dramma cambia pelle dal meditativo all’orrifico fino alla catarsi.

La paura delle streghe, le allegorie animali in mezzo al bosco-inconscio nella piccola Stratford che è sempre più buia con la pestilenza imperante, non può che richiamare alla mente un giovanissimo cult come The Witch (2015) di Robert Eggers, altra cronaca brutale del crollo di un’intera famiglia.

Non fosse che Hamnet di Chloé Zhao è un film sulla salvezza, che crede nella redenzione del teatro con la genesi dell’Hamlet shakespeariano, cresce sempre di più fino al terzo atto (del film, della tragedia) dove lo spettacolo si raddoppia: gli occhi di Agnès assomigliano ai nostri davanti a William sul palco, nei panni del fantasma del Re morto oppure di suo figlio.

L’arte e la vita non sono mai state così vicine con il teatro che non salva, ma almeno lenisce. Hamnet è uno straordinario film sui macigni della colpa, quando le parole finiscono e non resta che fuggire il dolore. “Morire, dormire. Dormire, forse sognare”.

Guarda il trailer ufficiale di Hamnet

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Hamnet di Chloé Zhao dipinge la dietrologia di quell’«essere o non essere» che è un bivio dell’anima talmente potente da sembrare inavvicinabile. L’arte e la vita non sono mai state così vicine con il teatro che non salva, ma almeno lenisce. Uno straordinario film sui macigni della colpa, quando le parole finiscono e non resta che fuggire il dolore.

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Hamnet di Chloé Zhao dipinge la dietrologia di quell’«essere o non essere» che è un bivio dell’anima talmente potente da sembrare inavvicinabile. L’arte e la vita non sono mai state così vicine con il teatro che non salva, ma almeno lenisce. Uno straordinario film sui macigni della colpa, quando le parole finiscono e non resta che fuggire il dolore.Hamnet, recensione del film di Chloé Zhao