martedì, Aprile 13, 2021
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Hammamet, recensione del film di Gianni Amelio con Pierfrancesco Favino

Hammamet è l’atteso titolo che sancisce il ritorno di Gianni Amelio al cinema, rigorosamente dietro la macchina da presa; questa volta l’oggetto della sua riflessione asciutta e coinvolgente è il ritratto, accorato e sentito, privo di qualsiasi giudizio, del politico Bettino Craxi, analizzato dal regista soprattutto dal punto di vista umano prima ancora che politico o etico-sociale.

Nei panni di Craxi c’è un camaleontico Pierfrancesco Favino che non solo riconferma il proprio indiscutibile talento, ma si presta alla “macchina” ordita da Amelio, studiandosi Craxi nei minimi dettagli e dando risalto al cuore – e alle emozioni – piuttosto che al cervello; ancora una volta i giudizi sono stati allontanati dal complesso quadro finale costruito alla fine preferendo le risposte alle domande sollevate dal lungometraggio (come hanno ricordato regista e cast durante la conferenza stampa).

Il film segue gli ultimi mesi di vita di Bettino Craxi, leader politico indiscusso della scena politica italiana degli anni ’80, uomo amato, temuto e rispettato prima quanto volontariamente dimenticato durante il suo esilio tunisino. E proprio da Hammamet, dove si è nascosto e ritirato, lo spettatore lo osserva mentre combatte con i propri demoni e i propri rimorsi, affrontando il lungo spettro del crepuscolo, della vecchiaia e dell’oblio. Basato su testimonianze reali, il film non vuole essere una cronaca fedele né un pamphlet militante. L’immaginazione può tradire i fatti “realmente accaduti”, ma non la verità. La narrazione ha l’andamento di un thriller, si sviluppa su tre caratteri principali: il re caduto, la figlia che lotta per lui, e un terzo personaggio, un ragazzo misterioso, che si introduce nel loro mondo e cerca di scardinarlo dall’interno.

Hammamet è un Kammerspiel inedito e sorprendente che segue non tanto il percorso già tracciato del biopic convenzionale, quanto quello impervio della narrazione intima, del “dramma da camera” scolpito dalle coordinate spazio-temporali aristoteliche. Il risultato è un maestoso – quanto struggente – affresco sul “crepuscolo degli dei”, un’amara riflessione universale sul crollo dei giganti che hanno segnato, nel bene o nel male, un’epoca e il suo destino.

Ma il film di Amelio si configura proprio al di là del bene e del male, rubando le suggestioni di Nietzsche: non c’è giudizio morale nella drammaturgia, non c’è condanna o tentativo di revisionare il corso della storia e le posizioni delle parti in causa nel dedalo complesso dei dialoghi che si susseguono sul grande schermo; ciò che cattura l’attenzione del regista è l’uomo, e la straordinaria capacità mimetica di Favino non fa che assecondare questa imprescindibile necessità di tessere le parti di un rinnovato “umanesimo intellettuale”.

Favino è la chiave di lettura – e d’interpretazione – dell’intera operazione Hammamet: un artista dal talento caleidoscopico, un trasformista funambolico sempre in bilico tra la seduzione ammiccante del cinema, le luci della ribalta televisive e l’integrità teatrale, che qui riesce nell’impossibile riportando in vita un’icona, restituendole quella galleria di tic, gesti e comportamenti che lo hanno consegnato alla memoria di chi c’era, di chi lo conosceva o semplicemente di chi ancora lo ricorda senza mai scivolare nei tranelli dell’auto-regia, del giudizio esterno severo, piuttosto mettendo il proprio corpo – e il proprio cuore – al servizio della causa artistica.

Pur evitando tranelli insidiosi ed ostacoli banali nei quali era facile inciampare inficiando la bontà del progetto, il film di Amelio presenta però delle debolezze tecniche che, come crepe, corrono lungo la parete esterna del ritratto: la scelta specifica di affidarsi ad Aristotele (per la maggior parte) e di ridurre al minimo le “passeggiate” spazio-temporali appesantisce il corso della narrazione, rendendolo pesante e affaticato come il passo del leader giunto al suo ultimo atto; per un Favino mimetico, di contro, ci sono attori di contorno che in alcuni casi faticano a brillare, come schiacciati tra le pieghe di dialoghi complessi ma “fuori da loro”, collocabili in un altrove ridotto solo a mero scambio di battute.

Hammamet rappresenta il tentativo, e la possibilità, di riflettere un’ultima volta – anche se solo indirettamente – su un’epoca chiave; un momento delicato dello scacchiere politico internazionale in cui, come in una tragedia shakespeariana, si muove un ormai consumato leader prossimo alla fine, afflitto dagli spettri del passato e dal dramma di un presente popolato da fantasmi e rimorsi: il resto, il chiacchiericcio politico, gli intrighi di palazzo, non sono altro che silenzio di fronte al dramma dell’umanità.

Guarda il trailer ufficiale di Hammamet

Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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