Il cinema catastrofico/post-apocalittico è sempre stato, nel corso della sua longeva storia, declinato con sfumature assai diverse: dall’horror (28 giorni dopo, Resident Evil) al survival (The Road), dall’intimistico esistenzialista (Melancholia, 4:44), all’action di ampio respiro (Deep Impact, Armageddon).
Ciononostante si può dire che esista uno “standard” per questo genere, rappresentato dall’autore che, pur con tutti i suoi difetti, meglio ha saputo rappresentarlo nella connotazione più spettacolare: Roland Emmerich. Qualsiasi discorso sul cinema che mette in scena la fine del mondo non può prescindere dall’usare Emmerich come parametro di riferimento – nel suo CV figurano quattro dei film più catastrofici di tutti i tempi: Independence Day (1996), The Day After Tomorrow – L’alba del giorno dopo (2004), 2012 (2009) e Moonfall (2022).
Usando dunque il cinema del regista di origini tedesche come cartina tornasole, questo Greenland 2: Migration, firmato come il precedente film da Ric Roman Waugh, risulta essere lontano anni luce dallo stato dell’arte del genere apocalittico. Innanzitutto per un problema di budget. Un film che rappresenta la fine del mondo deve, necessariamente, essere legato a un budget consistente in grado di far fronte a costosi effetti speciali.

Lontano anni luce dai miglior film apocalittici
Se il primo Greenland (costato 35 milioni di dollari, praticamente un low budget per una produzione americana con star) era da un punto di vista tecnico a dir poco inqualificabile, con una CGI ed effetti visivi approssimativi che impedivano la sospensione dell’incredulità anche a uno spettatore di poche pretese, questo sequel migliora la situazione (il budget sale a ben 90 milioni di dollari) ma non è ancora all’altezza delle aspettative. Ci sono location mozzafiato valorizzate da campi lunghissimi, vero, ma gli asteroidi continuano a essere inverosimili, i fulmini ridicoli, la messa in scena debole anche quando avrebbe la possibilità di brillare (Liverpool sott’acqua, ad esempio).
Questa pessima premessa – perché cimentarsi con un film che punta tutto sulla spettacolarità se non si è in grado di gestirla? – viene purtroppo aggravata da un altro fattore di rilievo: la scarsa immedesimazione con i protagonisti. Per quanto Gerard Butler e Morena Baccarin abbiano sia talento che il giusto phisique du role, i loro personaggi faticano a stabilire una connessione di interesse con il pubblico, hanno poco spessore e poca motivazione. Questo si traduce in un generale disinteresse verso il loro destino: perché dovrebbero salvarsi? Perché loro e non altri?
Il fatto che in fase di scrittura non si sia prestata la dovuta attenzione alla costruzione di protagonisti interessanti è piuttosto grave, considerando che senza di loro nessun film – in generale, ma catastrofico in particolare – ha granché senso di esistere. Anche quando sembra aprirsi uno spiraglio interessante – l’incontro del figlio della coppia con una giovane ragazza – si sceglie di dedicargli non più di un paio di minuti, riducendo anche questo a un mero elemento decorativo.

Personaggi e intreccio privi di interesse
Ma non basa. La storia e il contesto in cui si svolge sono, se possibile, ancora meno interessanti che nel precedente film. Se in Greenland vedevamo una famiglia attraversare una serie di traversie per mettersi al riparo prima dell’apocalisse (in modo analogo a quanto accade in 2012), qui l’apocalisse c’è già stata e l’obiettivo è il raggiungimento di una (presunta) terra promessa dove la vita è tornata a fiorire nonostante sismi e radiazioni.
Le vicende che portano il trio al compimento di questo percorso sono però così irreali, drammaturgicamente povere e banali che fanno via via perdere sempre più interesse nello svolgimento della storia. Mancano situazioni interessanti, incontri degni di nota, guizzi di regia – che, tra l’altro, cerca di darsi un tono con (inutili) riprese con camera a mano. A metà film la sensazione di essere al cospetto di un (costosissimo) tv movie anni ’00 trasmesso in un pigro pomeriggio domenicale su Italia 1 è ormai definitiva. Comprimari casuali, incontri inverosimili, scelte incomprensibili e, soprattutto, un tono monocorde privo di guizzi anche nei momenti più concitati, che culmina in uno sciapo finale con rassicurante voice over.
Il confronto con uno qualsiasi dei film di Emmerich, che certo non brillano né per realismo delle storie né per spessore drammatico dei personaggi, è purtroppo impietoso. Ed è un vero peccato visto il budget, una buona colonna sonora firmata da David Buckley e un cast tutto sommato ben amalgamato e capace.


