venerdì, Marzo 1, 2024
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Green Border, recensione del film di Agnieszka Holland

Dall'8 febbraio al cinema Green Border di Agnieszka Holland, vincitore del Gran Premio Speciale della Giuria a Venezia 80.

Da circa un anno una pellicola sta mettendo in subbuglio varie testate (digitali, cartacee) dell’Est Europa. Si intitola Green Border (lett. “Il confine verde”) ed è uscita ieri in Italia. Cosa dobbiamo aspettarci? La regista non è nuova alle “buriane”, i patiti della Settima Arte lo sanno. Varsaviana, classe ’48, interprete per Bugajski (L’interrogatorio), sceneggiatrice per Wajda e Kieślowski, quasi un cinquantennio di discontinue ma intense (sempre sincere) prove, Agnieszka Holland rievocò ad esempio in Zabić księdza (‘88) l’affare Popiełuszko, sacerdote brutalmente ucciso (oggi iscritto nell’Albo dei Beati) il 19 ottobre ‘84 da tre agenti dei servizi segreti polacchi a causa della militanza attiva in favore di Solidarność.

Attraverso Europa, Europa (‘90) rivivemmo l’odissea di Solomon Perel, scampato alla Soluzione Finale barattando (come il barbiere de Il grande dittatore) la propria identità per quella fittizia di un ariano; i prelati dalla doppia vita, inclini al carrierismo, succubi di interessi personali erano invece al centro del durissimo Il terzo miracolo (‘99) che, ugualmente, metteva in luce la profonda crisi del Cattolicesimo nel mondo odierno, la dannosa predominanza del suo lato pratico-politico su quello mistico.

Un giorno senza luce, una notte che non conosce fine

Con Green Border, vincitore del premio speciale della giuria all’80ma Mostra del Cinema di Venezia, ci immergiamo invece per due ore e mezza in un giorno senza luce, in una notte, la nostra notte, notte del Vecchio Mondo, che ancora non conosce (e forse non conoscerà) un termine: “[…] al confine fra Bielorussia, Polonia, Lituania e Lettonia sono fermi migliaia di migranti che provengono dal Medio Oriente grazie alla concessione di visti turistici da parte del Governo di Minsk. Fra loro, persone provenienti da Siria, Iraq, Yemen e Afghanistan che provano ad entrare in Europa in assenza di canali sicuri, mentre i Paesi dell’UE impediscono loro di chiedere protezione” (cit. ‘Save the Children Italia’).

Quattro capitoli (La famiglia, La guardia, Gli attivisti, Julija) e un epilogo (Confine polacco-ucraino, 26/02/’22) secco come lo schiaffo di una madre al figlio ingrato. Camminiamo a fianco proprio di questi migranti, passo per passo, respiriamo all’unisono con loro e di loro possiamo toccare con mano la spossatezza fisica, lo smarrimento, il crescente delirio. Piccole storie si sovrappongono formando una tela unica, un lugubre, universale canto sulla perdita della dignità e la sostanziale impotenza, da parte di chi avrebbe pure gli strumenti per farlo, a formulare qualsiasi giudizio, a trarre delle conseguenze che siano nette, interamente umane: Amina (Dalia Naous), i suoi tre bambini, il marito Bashīr (Jalal Altawil, lo vedemmo ne La cospirazione del Cairo) e il suocero (Mohammed Al Rashi) fuggono dalla Siria. Volano in Bielorussia, hanno già pagato un autista che li verrà a prendere, guidandoli in Svezia: questo è almeno ciò che credono.

Alla famiglia si è unita, intanto, Leïla (Behi Djanati Atai), maestra afghana conosciuta a bordo dell’aereo. Giunti in Bielorussia l’autista abbandona i malcapitati ai margini della boscaglia. Le guardie di frontiera rimandano il gruppo verso il confine con la Polonia. Altri li seguono: donne incinte, malati e anziani. L’orrore prende inesorabilmente forma tra ricatti, sanguinose percosse, inutili e quasi kafkiani spostamenti da una parte all’altra delle recinzioni di filo spinato, umide sterpaglie come giacigli, sabbie mobili come tombe, lame di luce dalle torce militari, così intense da sembrare solide, che trapassano l’oscurità e i soffocanti fumi del vomito e degli escrementi lasciati per la tensione. Julija (l’espressiva Maja Ostaszewska), psicoterapeuta, diventa per caso partecipe di tale orrore, salvando Leïla. Dopo quello che ha visto non può non prendere una posizione: si unirà a un gruppo di volontari, anche loro “relitti” in balìa della corrente, inclusa Zuku (Jaśmina Polak), la più simpatica, bertuccia scalmanata ma affatto stupida, sorta di variante fricchettona dei «folli in Cristo» della tradizione ortodossa.

Osserviamo poi Jan (Tomasz Włosok), guardia confinaria la cui moglie, Kajsa, aspetta una bambina. Il futuro capofamiglia in divisa esegue gli ordini dei superiori e basta («I profughi non sono persone», ripete il comandate ai subalterni, «bensì missili umani tarati da Lukašenko, nuove e più potenti armi d’offesa nella guerra ibrida, capaci di soffiare mentolo negli occhi dei loro stessi figli pur di farci commuovere»), giusti o sbagliati: neppure le sue viscere sono, tuttavia, immuni ai morsi del pentimento. Un lupo, apparso all’improvviso a pochi passi dalla casa in ristrutturazione di suo padre, è certo più libero. Vi sono infine degli adolescenti africani che intonano una sorta di rap: non cambieranno nulla eppure sentono il bisogno di cantare: cantare per sé stessi, per qualcuno che se ne va, per non smettere di vivere. Farà piacere unirsi alle loro voci, per una volta…

Un’immagine di Green Border. Foto di Agata Kubis

Un’opera che fa il suo dovere, necessaria e onesta

Green Border è un’opera che fa il suo dovere, necessaria e onesta, temiamo purtroppo che non lascerà il segno, non per le ragioni che Agnieszka Holland si augurava. Balzano, comunque, all’occhio limiti non lievi: figure e snodi narrativi fin troppo esemplari, didascalici (su tutti, la sequenza in cui la famiglia di Amina e Bashīr – esausta, intirizzita, dimentica di ogni illusione – si siede sul marciapiede di un paesino e sul muro alle proprie spalle sono disegnate le stelle sbiadite dell’Unione Europea).

Ancora, il rischio di un pericoloso scadimento nell’estetizzazione (le immagini, di un b/n fin troppo attraente, curato, portano la firma di Tomasz Naumiuk); un’involontaria ambiguità di fondo, oscillante fra la generica ancorché efficace condanna di ogni arroganza, impreparazione (politica, militare, diplomatica), della fede religiosa ridottasi ad assuefazione popolare ai riti (memorabile l’episodio del Pater Noster) e una compassione che “assolve” più o meno tutti (ognuno è un mondo a sé, reo e vittima insieme, con la propria coscienza, i propri confini morali).

I limiti, per fortuna, passano in secondo piano quando la sensibile cineasta polacca lascia che tante, minuscole manifestazioni della Bellezza del Creato irrompano sul grande schermo, celebrando la vita laddove sembra regnare solo la morte: il citato lupo, alci, stormi di uccelli e… l’infanzia, ora cullata da una ninna nanna persiana, ora dissetata con gocce cadenti da un pino; infanzia fatta di corse in auto immaginarie, infanzia che osa, che esagera, che mente perfino. Il tutto senza secondi fini. Per un confronto, si consiglia la visione de L’infanzia di Ivan (‘62) di Andrej Tarkovskij.

Guarda il trailer ufficiale di Green Border

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Green Border è un’opera sincera che manca il segno a causa di limiti non lievi: figure e snodi narrativi fin troppo didascalici; il rischio di un pericoloso scadimento nell’estetizzazione; un’involontaria ambiguità di fondo, oscillante fra la condanna di ogni barbarie e una compassione che “assolve” più o meno tutti. Tali limiti, per fortuna, passano in secondo piano quando la sensibile Agnieszka Holland lascia che tante, piccole manifestazioni della Bellezza del Creato irrompano sul grande schermo, celebrando la vita laddove sembra regnare solo la morte. Da vedere, in ogni caso.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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Green Border è un’opera sincera che manca il segno a causa di limiti non lievi: figure e snodi narrativi fin troppo didascalici; il rischio di un pericoloso scadimento nell’estetizzazione; un’involontaria ambiguità di fondo, oscillante fra la condanna di ogni barbarie e una compassione che “assolve” più o meno tutti. Tali limiti, per fortuna, passano in secondo piano quando la sensibile Agnieszka Holland lascia che tante, piccole manifestazioni della Bellezza del Creato irrompano sul grande schermo, celebrando la vita laddove sembra regnare solo la morte. Da vedere, in ogni caso.Green Border, recensione del film di Agnieszka Holland