martedì, Settembre 27, 2022
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Green Book, recensione del film con Viggo Mortensen e Mahershala Ali

Green Book rappresenta il ritorno di Peter Farrelly al genere drammatico: dopo anni che hanno consolidato il suo talento comico in coppia con il fratello Bobby, il regista americano torna nelle sale italiane – dopo la vittoria del Premio del pubblico al TIFF 2018 e l’anteprima nazionale a RomaFF13 – per solcare un altro territorio, sospeso tra dramedy, road movie e biopic.

Adattando per il grande schermo una storia vera larger than life, Green Book racconta l’amicizia atipica tra il buttafuori e autista Tony Vallelonga e il pianista “Doctor” Don Shirley nei cui panni si calano, con inquietante camaleontismo, Viggo Mortensen e il premio Oscar Mahershala Ali (Moonlight).

Tony “Lip” Vallelonga ha sempre lavorato come buttafuori nei più noti locali notturni della New York dei primi anni ’60. Quando, dopo una serie di vicissitudini, perde il lavoro ed è costretto a tornare alla vita precedente, l’uomo accetta di fare da autista a Don “Doctor” Shirley, un giovane pianista afro-americano.

Il musicista vuole che Tony lo accompagni in un lungo tour nel remoto Sud degli USA, là dove il razzismo è all’ordine del giorno e tutto ciò che è diverso viene repentinamente allontanato. Se all’inizio il rapporto tra i due non è tra i più idilliaci, con il tempo e i chilometri macinati le loro vite cominciano a convergere, e il viaggio finirà per rivelarsi – per Tony – come un’esperienza formativa, nonché l’inizio di una nuova, avventurosa, amicizia.

Green Book prende il nome dalla guida omonima per viaggiatori di colore che maneggia Tony nei primi minuti del film; un oggetto insolito che insinua lentamente, nella quieta quotidianità newyorkese, lo spettro della lunga ombra del razzismo.

La New York dove vivono i due protagonisti è una babele moderna, una “Coney Island della mente” (citando Henry Miller) nel pieno del proprio splendore dove, nonostante le contraddizioni, possono convivere pacificamente realtà diverse per razza, religione, gender e credo politico. Maggiore è, quindi, il contrasto incolmabile con il profondo Sud degli States, padre della musica (blues, jazz e non solo) eppure nonostante tutto preda di regole e leggi che riportano indietro a prima della Secessione.

Green Book si presenta come una versione moderna e adattata – in chiave buddy movie – di un classico del cinema come A Spasso con Daisy: qui si gioca a parti invertite, ma il risultato è lo stesso, ovvero dimostrare come i rapporti umani riescano a valicare le differenze, troppo spesso futili, imposte dalla società (in)civile.

Farrelly si appropria del linguaggio tradizionale del road movie, mutuandone ancora una volta stili, modelli, protagonisti, situazioni e inquadrature: l’automobile, i luoghi lungo la strada, la coppia di protagonisti misfits, disadattati, che difficilmente si relazionano con la società; la famiglia, la musica e i paesaggi che sono quelli, sconfinati, dell’America, da sempre fonte d’inspirazione per cinema e letteratura di viaggio.

Green Book ha delle ottime premesse e una storia interessante alla base, ma incontra davanti a sé l’ostacolo più grande ovvero la vita stessa: essendo un biopic, il risultato alterna momenti da cinema mainstream e ottimi dialoghi a dei passaggi in cui, purtroppo, la narrazione sembra rallentare paradossalmente per svuotarsi d’ogni significato.

È in questi momenti che la metafora del viaggio si palesa calzante: il film sembra quasi compiere un giro a vuoto intorno a una rotatoria senza mai imboccare l’uscita giusta. A far uscire dall’impasse della situazione il regista Farrelly è il talento dei due protagonisti, Mortensen e Ali, improbabili quanto irresistibili insieme.

Tanto rozzo, semplice e dal grande cuore il primo, tanto elegante, talentuoso e tormentato il secondo; solo l’intensa credibilità delle loro performance permette di sorpassare i vuoti presenti nella sceneggiatura, gli omissis che creano confusione e vanificano gli sforzi della riflessione: ancora una volta è il fattore umano la benzina forte di Green Book (qui il trailer italiano ufficiale), che cerca di riflettere con un sorriso amaro su una piaga antica – quanto attuale – come il razzismo, quello spettro inquietante che ancora continua ad aleggiare nel mondo.

Guarda il trailer ufficiale di Green Book

Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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