HomeFestivalFesta del Cinema di RomaGonzo Girl, recensione del film di e con Patricia Arquette

Gonzo Girl, recensione del film di e con Patricia Arquette

La recensione di Gonzo Girl, film di e con Patricia Arquette, presentato nella sezione "Grand Public" della 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma.

In uno dei momenti più ispirati di Gonzo Girl, esordio alla regia di Patricia Arquette, lo scrittore Walker Reade (Willem Dafoe) si rivolge alla giovane assistente Alley Russo (Camila Morrone). Il linguaggio è potere – dice lui  -, uno strumento per scoprire sé stessi ed esplorare il mondo che ci circonda, un’arma che, se padroneggiata, può ridurre qualsiasi tipo di svantaggio, finanche sociale ed economico.

Il film, presentato nella sezione “Grand Public” della 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma, sembra ruotare proprio attorno al tema della parola e dell’abilità di sfruttarla per farsi strada in un mondo altrimenti ostile, pronto a risputarti da un momento all’altro nel buco da cui provieni. La figura di Walker Reade si basa su un personaggio realmente esistito e a dir poco ingombrante: quell’Hunter S. Thompson, autore di “Paura e Disgusto a Las Vegas” e ispiratore di un particolare stile di scrittura giornalistica, noto come “gonzo”.

Il film è infatti libero adattamento del romanzo omonimo, dove Cheryl Della Pietra raccontava i mesi trascorsi accanto a Thompson, del quale fu assistente personale nell’ultimo periodo della sua tumultuosa vita. Il giornalismo gonzo (termine coniato nel 1970, proprio a partire dagli scritti di Thompson) prevede un approccio soggettivo e immediato alla scrittura e uno spudorato rifiuto della neutralità, in nome di un’opinione personale da difendere e da ostentare, sempre e comunque.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo… Willem Dafoe

Patricia Arquette sceglie di raccontare la controversa figura di Hunter S.Thompson/Walker Reade a partire dalle donne che lo circondarono in questa precisa fase della sua carriera, quasi a voler sottolineare il contributo di queste ultime nell’evoluzione di un genere che, pure, fu di totale appannaggio maschile. Al di là della veridicità di questa posizione, Gonzo Girl sarebbe interessante proprio per la sua scelta (comunque basata sul romanzo da cui è tratto) di trasformare un personaggio così controverso e gigantesco in una figura secondaria, funzionale allo sviluppo della vera protagonista del racconto, certamente – va detto – meno interessante di lui.

Tra il dire e il fare, tuttavia, c’è… Willem Dafoe. L’attore, che qui sfodera tutte le sue doti più smaccatamente istrioniche e gigionesche, oscura quasi tutti gli altri interpreti (uniche eccezioni, la stessa Arquette, che interpreta Claudia, la fedele e più scafata segretaria di Reade, e Sean Penn, che pur apparendo in un piccolissimo cameo lascia un segno ben più visibile rispetto ad altri). La sceneggiatura, scritta a quattro mani da Rebecca Thomas e Jessica Caldwell, non aiuta.

Lo scopo sarebbe quello di raccontare il cammino di Alley verso la consapevolezza di sé, infarcendolo di lezioni di vita da parte dell’autore anziano e navigato, ma si finisce per consegnare allo spettatore l’ennesimo viaggio vuoto e prevedibile in un mondo dominato da sesso e droghe pesanti, attraversato (anche dal punto di vista registico e più squisitamente stilistico) dai più triti e ritriti luoghi comuni sulla creatività che sgorga, per miracolo, dalla dissolutezza fisica e psicologica.

Ci mancherebbe altro, c’è un fondo di verità in tutto questo, ma la sostanziale superficialità di Gonzo Girl va inevitabilmente a scapito dell’interesse (espresso dalla stessa regista) di scandagliare tematiche varie, come i rapporti di forza tra sessi o il controverso rapporto dello scrittore di successo con la fama e con le aspettative del pubblico.

Camila Morrone fa del suo meglio e ci regala una performance dignitosa (proprio a lei, in occasione dell’anteprima del film a Roma, è stato consegnato il Premio Progressive alla Carriera), ma non particolarmente incisiva o che comunque non resterà certo impressa negli annali del cinema. La colpa non è dell’attrice, ma della banalità del suo personaggio e del relativo sviluppo narrativo, che possiamo agilmente prevedere sin dalla sua prima comparsa in scena.

La differenza tra ispirazione e plagio

Va pur detto che Gonzo Girl mette in campo una serie di riflessioni coinvolgenti sul tema della scrittura e, in generale, sulla differenza che intercorre tra ispirazione e plagio. Tuttavia, ancora una volta, la Arquette sceglie di puntare tutto (o quasi) sul contributo di Willem Dafoe e rinuncia a qualsiasi approfondimento ulteriore, con il frustrante risultato di lasciare lo spettatore insoddisfatto e alle prese con un’opera che non sembra possedere il dono della compiutezza.

Non sappiamo se Hunter S. Thompson avrebbe gradito Gonzo Girl. Forse sì, dal momento che nonostante i suoi difetti il film conserva il proprio carattere di tributo affettuoso allo scrittore. Quasi certamente avrebbe gongolato, lui che era così determinato nell’ostentare sé stesso e il proprio punto di vista. Patricia Arquette ci ha provato a lasciarlo in secondo piano, ma persino volendo non ce l’ha fatta.

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Gonzo Girl mette in campo una serie di riflessioni coinvolgenti sul tema della scrittura e, in generale, sulla differenza che intercorre tra ispirazione e plagio. Tuttavia, la Arquette sceglie di puntare tutto (o quasi) sul contributo di Willem Dafoe e rinuncia a qualsiasi approfondimento ulteriore, con il frustrante risultato di lasciare lo spettatore insoddisfatto e alle prese con un’opera che non sembra possedere il dono della compiutezza.
Annalivia Arrighi
Annalivia Arrighi
Appassionata di cinema americano e rock ‘n’ roll | Film del cuore: Mystic River | Il più grande regista: Martin Scorsese | Attore preferito: due, Colin Farrell e Sean Penn | La citazione più bella: “Questo non è volare! questo è cadere con stile!” (Toy Story)

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