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Godland – Nella Terra di Dio, recensione del film di Hlynur Pàlmason

La recensione di Godland - Nella Terra di Dio, terzo lungometraggio del regista e sceneggiatore islandese Hlynur Pálmason. Dal 5 gennaio al cinema.

«Per guadagnarsi la fiducia del destriero mai ricorrere al cibo… basta che lo si lasci libero di andare» così Anna (Vic Carmen Sonne) redarguisce Lucas (Elliott Crosset Hove), inesperto pastore d’anime e ancor più goffo in sella. Nell’algido e ferocissimo Godland – Nella terra di Dio (doppio, il titolo originale: Vanskabte Land in danese; Volaða Land in islandese), il Cavallo – e, con esso, a molteplici altre manifestazioni del Regno Animale, anche più curiose, assisterà lo spettatore – non è, dunque, solo l’incarnazione di un popolo, quello islandese, indomito e fermo nel tempo: simboleggia soprattutto l’antico mondo pagano le cui tradizioni rischiano, una volta di più, di venire oscurate e calunniate da un Cristianesimo (Lucas, nel nostro caso) che pare aver dimenticato ogni umiltà, temperanza, capacità di ascoltare il prossimo e amarlo.

Il terzo lungometraggio del sensibile Hlynur Pálmason, classe ’84, non guarda a Zola (il romanzo Il fallo dell’abate Mouret), com’è facile immaginare, quanto piuttosto al capolavoro Narciso nero (’47) di Michael Powell ed Emeric Pressburger, con la differenza che la trama non vede, stavolta, protagonista un gruppo di suore della congrega delle Serve di Maria, ai primi del ‘900, alle prese con un Palazzo dei Piaceri Terreni sperduto nell’Himalaya da trasformare in un convento… bensì un giovane pastore danese che, alla fine degli anni Cinquanta dell’800 (il copione non lo precisa, a dire il vero), viene assegnato ad una sperduta comunità della regione sud-orientale dell’Islanda, passando prima dal mare e poi per terra, in mezzo a pianori lavici, torrenti impervi da guadare, ghiacci e sentieri rocciosi. Lo scopo è fondarvi una chiesa, far sì che sia pronta prima dell’inverno.

I segni lungo il cammino non incoraggiano. Nelle forme di un lombrico strisciante fra i sassi, rivoli di magma, pinnacoli simili a giganti addormentati o correnti impetuose che portano via, al pari di un relitto indesiderato, il crocefisso destinato all’altar maggiore, la Natura si oppone costantemente a Lucas. Lui l’ha capito. Il tramestio torbido delle cascate si sovrappone alla voce di Ragnar (Ingvar Sigurdsson), possente anche se non più giovane guida del cammino, il quale narra di spiriti fluviali dal corpo di anguilla che, mutatisi in orde di brutali amanti, umiliano i pescatori possedendone le spose. Odori, nenie e richiami più forti di qualsiasi “Pater Noster” recitato con convinzione. «Voglio tornare a casa. Qui non c’è bisogno di Te, oh Signore» delira Lucas semiaddormentato nella tenda per poi rivolgersi, il mattino seguente, con le parole del profeta Abacuc («Fino a quando, o Eterno, griderò, senza che tu mi dia ascolto? Qual è il Tuo Segreto?») nientemeno che al cavallo, quasi sapesse qualcosa che altri non sanno, quasi fosse più vicino a Dio, a meno che non sia un dio esso stesso: forse non ha mai smesso di parlargli, eppure Lucas non è in grado di sentirlo perché la sua ben dissimulata tracotanza l’ha già reso sordo.

La volontà di trascendenza nel cristiano

Persino le lastre all’albumina richieste dal superiore al fine di documentare la missione evangelica non riescono a “trattenere” ciò che passa, vivo o inanimato, di fronte all’occhio dell’aggeggio. La piccola Ida (Ída Mekkín Hlynsdóttir), ad esempio: schietta e insofferente, unico tramite (linguistico, in primo luogo) fra Lucas e l’aspra comunità, canta e non sta ferma un attimo, come la ninfa Dionea del racconto omonimo (1890) di Violet Paget… Ed ecco “brulicare” le altre, su accennate manifestazioni del Regno Animale, degne delle tele fiamminghe del XVII sec. e ugualmente degli sberleffi di celluloide alla Buñuel: un coleottero zampetta sopra le posate di un banchetto nuziale, un cane rubacchia una cialda dal piatto e abbaia fuori dalla porta della chiesa, appena costruita, impedendo così la celebrazione della messa.

Lucas vincerà quindi Ragnar ad una “battagliola” di iniziazione ma sarà ad una seconda, meno fraterna rissa che il sangue del secondo bagnerà gli scogli poco distanti dal villaggio. Colpevole è la mano di Lucas, sempre più lontano dall’essenza della Buona Novella oltre che seduttore di Anna, sorella maggiore di Ida. Sangue chiama sangue. L’animo antico, “belluino” dell’Islanda non resta nell’ombra. Sorge, reagisce. E ottiene. A più di settant’anni di distanza risuona, identico, il messaggio di Narciso nero: quanto è fragile la volontà di trascendenza. Per quanto ci si rifugi in un luogo vicino, anzi vicinissimo al cielo, a Dio, l’istinto del corpo, l’istinto umano più in generale non è imprigionabile e una scelta che lo rinneghi troppo drasticamente non può che essere destinata alla tragedia. Ignorare tutto o annullarsi completamente, non v’è altra scelta. Presto, infatti, nasceranno fiori ed erba sul corpo di Lucas: essi saranno dentro di lui, sussurra commossa Ida, e sarà bellissimo.

Dopo Nessuno deve sapere di Lanners, le tele d’interni di Carl Holsøe – e, non ultime per suggestione, quelle del finnico Albert Edelfelt (1854-1905) riaffioranti dagli squarci di festosa vita rurale e di giochi infantili sulla battigia – ispirano per l’ennesima volta un cineasta, l’islandese Pálmason, e la sua organizzazione dello spazio filmico: le scene di Frosti Fridriksson, i costumi di Nina Grønlund (La dernière nuit de Lise Broholm) le luci di struggente bellezza di Maria von Hausswolff si rivelano, a riguardo, potenti alleati. Affine per spirito e sonorità ai Third Ear Band e ai Popol Vuh, la partitura musicale di Alex Zhang Hungtai ipnotizza.

Guarda il trailer di Godland – Nella Terra di Dio 

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Terzo lungometraggio dell’islandese Hlynur Pálmason, memore del capolavoro Narciso nero di Powell & Pressburger, Godland è un’amarissima riflessione sulla fragilità della volontà di trascendenza nel cristiano: ogni scelta che rinneghi troppo drasticamente il Corpo (e, dietro di esso, l’antico mondo pagano con le sue tradizioni) non può che essere destinata alla rovina. Fra i contributi tecnici spiccano le immagini di Maria von Hausswolff e le sonorità ipnotiche di Alex Zhang Hungtai.
Giordano Giannini
Giordano Giannini
I VHS sono stati fedeli compagni di gioco; mostrandoci “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut in quarta elementare, la maestra mi ha indicato, senza volerlo, la strada da seguire | Film del cuore: La strada per il paradiso | Il più grande regista: Andrej Tarkovskij | Attrice preferita: il “braccio di ferro” è tra Jennifer Connelly e Rachel Weisz | La citazione più bella: "Tra quegli alberi c’è qualcosa." (Predator)

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Terzo lungometraggio dell’islandese Hlynur Pálmason, memore del capolavoro Narciso nero di Powell & Pressburger, Godland è un’amarissima riflessione sulla fragilità della volontà di trascendenza nel cristiano: ogni scelta che rinneghi troppo drasticamente il Corpo (e, dietro di esso, l’antico mondo pagano con le sue tradizioni) non può che essere destinata alla rovina. Fra i contributi tecnici spiccano le immagini di Maria von Hausswolff e le sonorità ipnotiche di Alex Zhang Hungtai. Godland - Nella Terra di Dio, recensione del film di Hlynur Pàlmason