A Praga, poco distante dal centro città, è situata una via che, a prima vista, sembra pressoché identica a tante altre: via Husova. Passeggiando si possono notare negozi, ristoranti e locali di vario genere. È però alzando la testa che si può scoprire il motivo della sua fama. Appesa al tetto di un’abitazione è collocata, infatti, la statua dell’artista ceco David Černý L’appeso. Come si deduce dal nome, l’opera ritrae una figura umana sospesa nel vuoto che si tiene con la mano destra a una trave, mentre ripone singolarmente la sinistra nella tasca dei pantaloni. Una composizione senza dubbio bizzarra, la cui particolarità risiede nel fatto che la figura umana raffigurata è Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi.
Installata nel 1997, la statua simboleggia – per stessa ammissione del suo autore – l’inquietudine rappresentata dall’imminente entrata nel nuovo millennio. Ma, la raffigurazione di un uomo sospeso nel baratro non può che essere vista anche come una rappresentazione di quanto Freud fece per tutto l’arco della sua vita professionale: indugiare rischiosamente su quella voragine spaventosa che è la psiche umana. Al di là di come la si pensi sulla psicoanalisi, sarebbe da sciocchi oggi mettere in discussione il lascito di Freud, senza dubbio uno dei padri del pensiero moderno. I suoi studi, che all’epoca fecero scalpore (e che forse fanno accapponare la pelle anche a qualche moralista odierno) sono capisaldi della cultura occidentale. Le sue teorie hanno rivoluzionato il nostro modo di osservare noi stessi e gli altri, e hanno avuto un impatto incommensurabile sulla cultura di massa.
Non è un caso che il cinema, il mezzo di massa per eccellenza (quantomeno per gran parte del ‘900), ne sia rimasto fin da subito affascinato. Pensiamo, solo per fare un esempio tra i tanti, a gran parte della filmografia di Alfred Hitchcock. Ma anche la stessa figura di Freud è stata al centro di alcuni film, come il classico Freud – Passioni segrete (1962) di John Huston, con protagonista un intenso Montgomery Clift, il “carnale” A Dangerous Method (2011) di David Cronenberg, dove presta volto e barba allo studioso austriaco Viggo Mortensen, fino al più recente Freud – L’ultima analisi di Matthew Brown, nei cinema dal 28 novembre, dove il nostro è impersonato dal veterano Anthony Hopkins.
Lo psicanalista e lo scrittore
Londra, 1939. La Seconda Guerra Mondiale è ormai più di una certezza. La Germania nazista, dove aver invaso e annesso Austria, Cecoslovacchia e Polonia, minaccia di attaccare la Gran Bretagna. In quei giorni funesti, contraddistinti da angoscia verso il futuro, Sigmund Freud (Hopkins) è un uomo anziano che condivide le sue giornate con i dolori causati da un carcinoma alla bocca. Provato dalla malattia, lo studioso ha perso ormai anche l’interesse verso l’insegnamento e sovente si fa sostituire dalla figlia Anna (Liv Lisa Fries), la prima a sperimentare la psicoanalisi sui bambini, nelle attività accademiche.
Nello stesso periodo, Freud riceve una visita inaspettata che, ancora oggi, è avvolta da un mistero: quella di un giovane assistente dell’Università di Oxford di cui non conosciamo il nome. Traendo spunto da questa storia vera, il drammaturgo Mark St. Germain, ha immaginato che quell’accademico in visita al luminare della psicanalisi fosse nientepopodimeno che C.S. Lewis (Matthew Goode), l’autore della saga letteraria delle Cronache di Narnia (già parziale successo al cinema, e a breve nuovamente trasposta da Netflix). Un’ipotesi che è alla base di un suo dramma teatrale, da lui stesso trasposto al cinema insieme al regista Matthew Brown.
All’epoca dei fatti, però, C.S. Lewis non è ancora il celebre scrittore di fantasy amato dai lettori di tutto il mondo, ma un semplice docente universitario amante della letteratura che trascorre le sue giornate in compagnia dei colleghi (tra i quali vi è anche J.R.R. Tolkien) e che ha all’attivo un solo libro: il saggio, incentrato sulla figura di Dio, Le due vie del pellegrino. Proprio la pubblicazione di quest’opera permette, secondoni St. Germain e Brown, a Freud e a Lewis di entrare in contatto. Stupito dalle argomentazioni del libro, lo psicoanalista invita nella propria magione lo scrittore.
L’incontro tra i due, che si svolge in un solo pomeriggio, diventa un confronto serrato non solo sull’esistenza (o meno) di una divinità superiore, ma anche su temi quali l’amore e, in generale, la condizione umana; e permette ai due dialoganti di intraprendere un viaggio nelle loro traumatiche esperienze di vita: in particolare, per Freud il rapporto patriarcale con la figlia; per Lewis, invece, il trauma della guerra (vissuta in passato come soldato e ora rivissuta come civile).

Grandi attori al servizio di un film esile
Freud – L’ultima analisi non verrà probabilmente ricordato come un film memorabile. Non perché totalmente privo di qualità, ma perché durante la visione si ha la (spiacevole) sensazione di essere al cospetto di un’opera che dietro l’ineccepibile cura della confezione non abbia una vera anima. L’incontro/scontro (bonario) tra Freud e C.S. Lewis, su cui si basa l’intera narrazione, procede come da copione, con i due dialoganti che partono agli antipodi per poi trovare – progressivamente, tra un flash-back e un interstizio onirico – diversi punti di contatto. Tutto senza alcuno scossone. Eppure, nonostante i suoi limiti, non si esce dal cinema completamente delusi. Ci sono infatti almeno due validi motivi per vedere il film di Brown.
Il primo è, senza alcun dubbio, la vicenda raccontata. L’incontro (anche se solo immaginario) tra due delle figure più influenti della cultura contemporanea non può lasciare indifferenti, e l’idea di legare (velatamente) la successiva produzione letteraria di Lewis all’incontro con Freud è di per sé affascinante (anche se, ovviamente, forzata). Il secondo, invece, è la notevole prova dei due attori protagonisti. Se Anthony Hopkins sta vivendo da qualche anno una seconda giovinezza cinematografica interpretando ruoli senili in modo impeccabile (come dimenticare la sua performance nello struggente The Father?), Matthew Goode riesce a non sfigurare al cospetto di un mostro sacro che gigioneggia (con parsimonia) nel mettere in scena un Freud anziano costretto a fare i conti con i propri fantasmi e le proprie contraddizioni, come testimonia il già citato rapporto con la figlia.


