Il padre e il figlio, il creatore e il messia, due mostri a confronto. È questa la chiave d’ingresso scelta da Guillermo del Toro per rileggere uno dei testi fondativi della modernità: Frankenstein di Mary Shelley. Il regista messicano, che ha fatto delle creature la propria religione visiva (da Il labirinto del Fauno a La forma dell’acqua, passando per Pinocchio), porta finalmente a compimento un sogno coltivato per decenni, presentato in concorso all’82 esima Mostra del Cinema di Venezia. “Questo film conclude una ricerca iniziata a sette anni, quando vidi i film di James Whale. L’horror gotico divenne la mia religione e Boris Karloff il mio Messia”, ha dichiarato Del Toro.
Il risultato è un’opera monumentale, epica e intima insieme, che non teme la grandiosità né il lirismo. Il cast è di primissimo piano: Oscar Isaac è Victor Frankenstein, scienziato e demiurgo, mentre Jacob Elordi incarna la Creatura con una fisicità marmorea e sorprendente dolcezza. Accanto a loro, Mia Goth, Christoph Waltz e Charles Dance arricchiscono una narrazione costruita con precisione e pathos. Alla fotografia c’è Dan Laustsen, complice storico del regista, e alle musiche di Alexandre Desplat (i già citati La forma dell’acqua e Pinocchio). Una troupe compatta al servizio di una visione che fonde mostruosità e sacralità.

I due Frankenstein
Del Toro segue con fedeltà e invenzione la parabola tragica dello scienziato e della sua creatura. Victor Frankenstein, convinto di poter manipolare la vita e dominare la morte, assembla un corpo fatto di frammenti, un mosaico di carne e memoria. Ma ciò che nasce da quell’esperimento non è solo materia: la creatura porta in sé sentimenti, pensieri, desideri; un’anima che forse non viene da nessuna parte, forse è appena nata.
La relazione tra i due diventa specchio distorto di un legame padre-figlio, dove il dono della vita si trasforma in maledizione. La vita dell’uno coincide con la rovina dell’altro. Il film segue il percorso della creatura che, rifiutata e perseguitata, scopre il mondo attraverso la purezza di un uomo cieco (David Bradley) che gli insegna amore e compassione. La tragedia si compie nello scontro tra due mostri: il creatore, che diventa persecutore per paura del proprio stesso dono, e la creatura, innocente condannata a un’esistenza impossibile.
Religione ed epica dei mostri
Frankenstein non è un horror nel senso comune, ma una meditazione sul mistero della vita e sul destino dell’essere umano. Del Toro eleva Shelley a una dimensione quasi biblica: il padre e il figlio, il creatore e il messia. L’epica religiosa attraversa ogni immagine, mentre la tragedia si tinge di filosofia: chi è il vero mostro? Victor, che nega alla sua creatura dignità e crescita, o l’essere che chiede solo di conoscere la vita?
La Creatura, resa con linee nette e marmoree, non porta cicatrici ma segni che sono mappe interiori, ricordi mescolati che non offrono certezze. È un’anima che si costruisce mentre vive, che cerca l’amore, che non può conoscere la morte. Del Toro riflette sul ruolo stesso dell’artista: un creatore che assembla frammenti di memoria e di visioni per dare vita a un essere autonomo. In questo senso Frankenstein diventa anche la metafora di una carriera, quella di un regista che ha sempre visto nei mostri non il terrore, ma la chiave dei misteri del mondo.

Nel cuore del presente
Con Frankenstein, Del Toro firma un’opera che unisce classicismo e modernità, rispettando Shelley e allo stesso tempo innestandovi la propria poetica. La sceneggiatura è bilanciata, i personaggi scolpiti con densità emotiva e affidati a interpreti straordinari: Oscar Isaac, in un ruolo sfinente e complesso, è perfetto nel rendere la discesa morale di Victor; Jacob Elordi offre una creatura di rara umanità; Mia Goth e Christoph Waltz aggiungono spessore e varietà al racconto. La messa in scena è imponente ma non compiaciuta: fotografia e musica creano un tessuto visivo e sonoro che accarezza più che terrorizzare.
Frankenstein affronta temi universali – vita e morte, amore e paura, paternità e rifiuto – con una sincerità che travalica il genere. Non cerca la paura ma l’empatia, non offre mostri da temere ma misteri da contemplare. Alla fine resta la sensazione di un film totale, dolce e crudele insieme, capace di portare il mito di Frankenstein nel cuore del presente. È un punto d’arrivo per Del Toro, ma anche un nuovo inizio per il cinema gotico contemporaneo.


