sabato, Luglio 2, 2022
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Foxtrot recensione del vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia 74

Foxtrot (accompagnato dall’evocativo sottotitolo La Danza del Destino) è il film scritto e diretto dall’israeliano Samuel Maoz che si è guadagnato il Gran Premio della Giuria durante la scorsa edizione di Venezia 74.

Un film potente, immaginifico, metaforico che ha incantato il circuito festivaliero con la maestria delle immagini e la forza deflagrante della propria storia, un modo alternativo che il regista ha trovato per riflettere sugli orrori della Morte che da sempre aleggia, come una lunga ombra scura, sui confini del tormentato Medioriente.

foxtrot

Quando degli ufficiali dell’esercito si presentano alla porta di casa e annunciano la morte del loro figlio Jonathan (Yonathan Shiray), la vita di Michael (Lior Ashkenazi) e Dafna (Sarah Adler) viene sconvolta. Mentre la moglie dorme sedata dai tranquillanti, Michael, sempre più frustrato dall’eccessivo zelo dei parenti in lutto e dai benintenzionati burocrati dell’esercito, entra in una turbinosa spirale di rabbia e si ritrova davanti a un’imperscrutabile svolta nella vita, paragonabile alle surreali esperienze vissute dal figlio come soldato.

Il Foxtrot è una danza, un insieme simmetrico di passi di bello che, metodicamente messi insieme, creano un rituale sinfonico di movimenti reiterati e coreografici; mai metafora fu più calzante per descrivere l’ineluttabilità del Destino e la natura beffarda – quanto cinica – della Morte, che spesso si tenta (inutilmente) di raggirare, per allungare il nostro tempo speso sulla terra.

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Foxtrot recensione del vincitore del Gran Premio della Giuria a Venezia 74

Maoz conduce lo spettatore nel cuore caldo di una tradizione antica: recupera il patrimonio culturale dell’umorismo ebraico, lo annega nel cinismo più nero, e prova a realizzare una black comedy atipica dove una catena di coincidenze in realtà non sono tali, ma dimostrazioni di un’inquietante Legge dell’Attrazione Universale che ha già determinato il Destino di ognuno di noi.

Albert Einstein vedeva le coincidenze come il modo utilizzato da Dio per restare anonimo; più semplicemente – parafrasando un vecchio film americano con Ginger Rogers e Fred Astaire  “Caso è il nome che lo sciocco dà al Fato”. In Foxtrot (qui il trailer italiano ufficiale) ogni inquadratura contiene un dettaglio, un elemento che si rivela come un correlativo oggettivo verso qualcos’altro, tracce che conducono alla definizione finale della sorte d Michael e della sua sfortunata famiglia.

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L’attenzione del regista si focalizza, soprattutto, sul rapporto padre-figlio, sul retaggio culturale che queste due generazioni di ebrei post-Olocausto subiscono e provano ad affrontare: l’orrore vissuto dai loro padri/nonni nel ‘900 sembra ripercuotersi ancora nel presente, cambiando faccia e forma e assumendo i contorni di un’indefinita guerra contro un nemico che non c’è.

La regia di Maoz è impeccabile, sublime, talmente perfetta nella sua simmetria – la stessa del Foxtrot, non a caso – da risultare quasi stucchevole allo sguardo dello spettatore, talmente bella da distrarre l’attenzione dal vero dramma umano al quale si assiste impotenti.

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Sullo schermo della sala scorrono una catena di coincidenze che tali non sono, perché nell’economia da tragedia greca delineata dal regista le colpe dei padri sono pronte, prima o poi, quando i tempi saranno più maturi a ricadere sui figli, ormai macchiati da una colpa ancestrale impossibile da espiare.

Ma le splendide premesse etico-morali dietro la scrittura di Foxtrot – legati a concetti come quello di Destino, Morte, Vita e Famiglia – non riescono a toccare, fino in fondo, le corde più nascoste degli spettatori: sarà per via dell’algida bellezza che lo avvolge e che lo rende distante e, a tratti, troppo estetizzante.

Sarà per via di un umorismo in affanno, stranamente lontano dalla natura brillante e corrosiva di una tradizione così antica, ma il film di Maoz riesce ad affascinare senza convincere, relegandosi spontaneamente nell’impeccabile safe zone dei circuiti festivalieri, lontano dagli sguardi indiscreti del grande pubblico.   

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Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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