giovedì, Febbraio 22, 2024
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Five Nights at Freddy’s, recensione del film ispirato al videogioco survival horror

La recensione di Five Nights at Freddy’s, horror ispirato al celebre videogioco. In anteprima il 31 ottobre e dal 2 novembre in tutte le sale.

Quest’anno, Halloween ha un nuovo volto della paura che coincide con… un animatrone a forma di orso, con tanto di cappello e papillon. Forse non una delle immagini più inquietanti per turbare le notti e trasformare i sogni in incubi, ma di sicuro non la pensano così gli innumerevoli fan di Five Nights at Freddy’s, serie di videogiochi creata nel 2014 che ha creato, in relativamente poco tempo, un fenomeno intorno a sé tale da sfociare in un fandom accanito, un merchandising infinito, generando innumerevoli sequel, prequel, spin-off e infine un adattamento cinematografico pronto ad approdare nelle nostre sale in anteprima il 31 ottobre, per poi uscire ufficialmente il 2 novembre.

Nato sotto l’egida della Blumhouse di Jason Blum – nuovo re Mida dell’horror a stelle e strisce – il progetto ha coinvolto alla regia Emma Tammi (dopo una serie di travagliate vicende produttive) e assemblato un cast con protagonisti Josh Hutcherson, Elizabeth Lail, Piper Rubio e i ritrovati Mary Stuart Masterson (la ricordate protagonista di Pomodori verdi fritti alla fermata del treno?) e Matthew Lillard (uno degli attori al centro della saga di Scream firmata da Wes Craven).

In questa versione per il grande schermo, una guardia di sicurezza notturna in difficoltà – di nome Mike Schmidt – per non perdere la custodia della sorellina dopo la tragica morte dei genitori, inizia a lavorare come guardiano notturno in una ex tavola calda locale, il Freddy Fazbear’s Pizza. Mentre sta svolgendo il primo turno di lavoro, Mike si rende però conto che quella notte non sarà così facile da portare a termine. Scopre, infatti, che i robot animatronici che fanno da mascotte del locale non sono semplice ferraglia, ma… “esseri viventi” che reclamano un tributo di sangue. Riuscirà Mike a sopravvivere per cinque lunghissime notti nella tavola calda infestata?

Un compito scialbo e inespressivo

Ad essere davvero spaventose, in Five Nights at Freddy’s, non sono tanto le premesse di partenza o le suggestioni che il film porta con sé, ereditandole dal videogioco, ma la semplice idea di poter anche solo concepire un simile adattamento. L’originale videoludico, famoso per i suoi jumpscares e le atmosfere, può contare su un aspetto che il film non avrà mai: l’immedesimazione totale dello spettatore/giocatore, immerso in prima persona nel flusso degli eventi e coinvolto dalla giocabilità pressoché totale.

Nel film non si è attori, non si agisce in prima persona, si subiscono passivamente delle immagini che dovrebbero contribuire a narrare una vicenda, che finisce per essere un concentrato di improbabili cliché e assurde trovate. Partiamo dalla regia: la macchina da presa della Tammi si muove nello spazio alla ricerca di un’identità definita, di una personalità che almeno possa definire (o giustificare) le scelte compiute e la resa effettiva del prodotto sullo schermo. Le immagini raccontano una storia, l’estetica definisce un racconto e senza un’ottica specifica il rischio è quello di portare a casa un compito scialbo e inespressivo, concept (quasi) ideale di un prodotto in nuce con del potenziale inespresso. Forse.

Courtesy of Universal Pictures – © Universal Pictures

“Forse” necessario, perché in Five Nights at Freddy’s a mancare di coerenza narrativa è anche lo storytelling, incapace di abbracciare i canoni e le regole definitive di un genere da seguire; la linea drammaturgica più horror si affianca a quella drammatica, che scava nel passato di Mike e nei traumi che ne hanno definito il presente forgiandone il carattere. Ed è proprio quest’ultimo l’aspetto più riuscito del film, che recupera coerenza e dignità proprio nel suo cuore tormentato, nell’analisi di un dolore/lutto difficile da rielaborare per il protagonista.

Complice anche l’interpretazione di Hutcherson, il suo guardiano notturno ha una tridimensionalità struggente e un’ostinazione a tratti commovente, soprattutto quando è coinvolto nella ricerca spasmodica di tracce che provengono direttamente dal passato, per provare a ricostruire un ricordo confuso – il rapimento del fratellino – senza smarrirsi nei meandri dei suoi stessi sogni, tra immagini che procedono per libere associazioni di idee e perturbanti che lo inquietano.

Ma tolto il Mike di Hutcherson, per il resto siamo di fronte a personaggi tridimensionali come sagome di un teatro delle ombre, funzionali solo allo sviluppo della storia del Freddy Fazbear’s Pizza, tra orrori paradossali (il rapimento e la scomparsa di numerosi bambini) e improbabili colpi di scena, esattamente come accade con gli animatroni posseduti da spiriti. Per quanto quest’ultimo sia uno dei capisaldi della saga videoludica originale, sullo schermo è forse una delle trovate più fragili in un universo narrativo già compromesso e ben lontano dalle atmosfere horror ma anche thriller.

I quattro pupazzi (più inquietante mascotte a forma di cupcake munito di denti) sono disturbanti, figli di un immaginario infantile e retrò legato ad un universo lontano, fuoriuscito direttamente dagli anni ’80. Ancora una volta, un film ricorre all’effetto nostalgia per far presa sugli spettatori, tirando in ballo addirittura il Creature Shop di Jim Henson per realizzarli (ricordiamo tutti il Muppet Show) pur di creare qualcosa di originale, capace di spiazzare il pubblico creando nuove maschere dell’orrore, fallendo però nell’intento.

Luoghi comuni e prevedibili orrori

Certo, i giocattoli – o, comunque, l’universo infantile – ha da sempre fornito degli assist narrativi inquietanti e degli spunti curiosi per costruire il concetto stesso di orrore: pensiamo a Chucky (protagonista del franchise de La bambola assassina) e all’intero immaginario dei giochi per l’infanzia assassini, ma anche allo stesso universo dei più piccoli che spesso si è ribellato alle convenzioni, diventando disturbante e pericoloso per i più grandi, sovvertendo logiche e regole secolari in numerosi film horror e thriller (da The Omen – Il presagio passando per il cult Ma come si può uccidere un bambino?).

Ma in Five Nights at Freddy’s mancano le premesse giuste, la sceneggiatura è troppo fragile anche solo per strizzare l’occhio ad un simile gioco e il risultato finale è solo uno stanco fluire di luoghi comuni e prevedibili orrori (pochi e sporadici, tra l’altro), con qualche schizzo di sangue qua e là e la continua ricerca, ammiccante, ad un immaginario nostalgico derivato direttamente dagli anni ’80 e perfino ’90, tra giocattoli assassini, estetica da arcade, pizzico di gore e comparsate di attori cult inclusi nella confezione. La buona scrittura di una backstory drammatica non basta a salvare il film, portandolo anzi in un’altra dimensione forse più interessante ma completamente fuori fuoco – e fuori target – rispetto al resto dell’operazione.

Guarda il trailer ufficiale di Five Nights at Freddy’s

GIUDIZIO COMPLESSIVO

In Five Nights at Freddy’s mancano le premesse giuste, la sceneggiatura è troppo fragile e il risultato finale è solo uno stanco fluire di luoghi comuni e prevedibili orrori (pochi e sporadici, tra l’altro), con qualche schizzo di sangue qua e là e la continua ricerca, ammiccante, ad un immaginario nostalgico derivato direttamente dagli anni ’80 e perfino ’90, tra giocattoli assassini, estetica da arcade, pizzico di gore e comparsate di attori cult inclusi nella confezione. La buona scrittura di una backstory drammatica non basta a salvare il film, portandolo anzi in un’altra dimensione forse più interessante ma completamente fuori fuoco – e fuori target – rispetto al resto dell’operazione.
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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In Five Nights at Freddy’s mancano le premesse giuste, la sceneggiatura è troppo fragile e il risultato finale è solo uno stanco fluire di luoghi comuni e prevedibili orrori (pochi e sporadici, tra l’altro), con qualche schizzo di sangue qua e là e la continua ricerca, ammiccante, ad un immaginario nostalgico derivato direttamente dagli anni ’80 e perfino ’90, tra giocattoli assassini, estetica da arcade, pizzico di gore e comparsate di attori cult inclusi nella confezione. La buona scrittura di una backstory drammatica non basta a salvare il film, portandolo anzi in un’altra dimensione forse più interessante ma completamente fuori fuoco – e fuori target – rispetto al resto dell’operazione.Five Nights at Freddy’s, recensione del film ispirato al videogioco survival horror