La geografia delle emozioni di Gabriele Muccino è in continuo subbuglio. Questo è quello che ha contraddistinto la sua intera produzione artistica; dopotutto, il suo più grande pregio è stato sempre quello di riuscire a trasmettere questo sempiterno movimento grazie ad una dote registica che all’autore romano non è mai mancata. In questo senso, Muccino ha sempre fatto film action, ha sempre fatto thriller, ma con Fino alla fine prova a dargli una cornice differente, a prendere possesso di un campo in cui l’esternazione delle sue tempeste emotive possano avere un corrispettivo più esplicito.
Un salto importante e sicuramente ansiogeno che entusiasma il regista (lo si avverte molto bene), che può giostrarsi con degli elementi per lui nuovi, come l’adottare il punto di vista femminile, pensare ad una storia con un turning point che cambia completamente la strada della narrazione, commistionare in un modo diverso America e Italia e approcciarsi attraverso una strada più intima alla disperata voglia tutta giovanile di bruciarsi pur di poter vivere al massimo. Il problema della pellicola è la sua bulimia tonale, causata dal non riuscire a contenere se stessa, assorbendo e accatastando livelli su livelli, fondendo malamente sottogeneri con sottogeneri, passando da un ammicco all’altro e finendo con il non avere un’identità del tutto chiara. Tant’è che alla fine questo “urlare” le emozioni in un contesto polifonico che permette loro di detonare in maniera ancora più esplicita del consueto porta a pensare che l’ansia di cui sopra abbia preso il sopravvento, fino a non capire più dove trovare l’origine di questa corsa così scellerata.
24 ore corse a perdifiato
“La vita è la somma delle scelte che facciamo”, così inizia Fino alla fine. Una verità incontrovertibile che indirizza il percorso di Sophie (Elena Kampouris) prima ancora che inizi la sua corsa a perdifiato, ovvero fin da quando la incontriamo seduta su un aereo di fianco alla detestabile sorella(stra) maggiore, Rachel (Ruby Kammer) e in procinto di atterrare a Palermo per una tappa extra di un vacanza per dimenticare il passato.
Le due ricoprono i classici ruoli dello ying e dello yang: la più grande fa da madre alla più piccola per aiutarla ad elaborare un dolore, ma ovviamente lo fa secondo le sue logiche, senza comprendere mai i bisogni dell’altra. E, infatti, mentre Rachel vuole andare a vedere la cattedrale del capoluogo siciliano per poi rientrare negli States il giorno dopo, Sophie vuole andare in spiaggia a tuffarsi in un altro mondo. Non è un caso che, arrivata sul posto, viene attratta proprio da dei ragazzi che si tuffano dalla scogliera più alta nelle vicinanze. Tra tutti, la ragazza fa la conoscenza di Giulio (Saul Nanni), un vagabondo dell’esistenza, proprio come lei. Tra loro è amore a prima vista. Da qui inizia la corsa.
Sophie si ritroverà in una giornata dagli eventi concitati in compagnia del suo spasimante e del suo gruppo di amici composto da bei brutti ceffi con dei soprannomi improbabili: Komandante (Lorenzo Richelmy), Samba (Enrico Insella) e Spritz (Francesco Garilli). La giovane americana avrà diverse occasioni per sottrarsi agli eventi nei quali i ragazzi la trascinano e tornarsene così dalla petulante sorella, ma ogni volta deciderà di andare avanti, accecata da un amore irresistibile che è sia per Giulio che per l’occasione di libertà mai avuta prima che egli rappresenta. Una libertà così, però, può esigere il più salato dei prezzi per essere raggiunta.

Una pellicola bulimica che brucia anche se stessa
Muccino non è uno che fa mai sconti a se stesso e dunque non è un regista che riesce a nascondersi troppo nei suoi titoli Lo si riesce a scorgere quasi sempre in modo piuttosto chiaro. Fino alla fine non fa eccezione e infatti ci si accorge subito sia dell’entusiasmo, che dei limiti. La prima parte è piuttosto classica e riporta alle sortite in cui il regista adora parlare della nascita delle relazioni giovanili: veloci, immediate, meno complesse e più istintive. In questo caso anche molto poco scritte e molto approssimate; dopotutto, i giovani non sono più i giovani di una volta. L’innesco, già traballante, si riallaccia al percorso anticipato dalla frase iniziale e così parte la corsa lunga una notte.
La svolta, così ambita e così sperata, cambia tutto e il film diventa un thriller action sul desiderio con una spruzzata da heist movie. Questo switch, che risulta credibile, coinvolgente, è a tratti anche impattante dal punto di vista registico (Muccino è bravissimo con la macchina da presa e molto a suo agio nelle scene d’azione), ma distrugge però qualsiasi argine a livello di tono, cominciando un accumulo di momenti topici, rivelazioni, richiami a cinema oltreoceano (veramente di troppo il mafioso russo e quel malcelato senso di Bonnie & Clyde wanna be) e sequenze iconiche tali da non riuscire ad ordinarsi, preda di un escalation ridondante e vorticosa. Il nuovo campo libera le emozioni dei personaggi rendendole incontrollabili.
Ciò che però, paradossalmente, danneggia più di tutto Fino alla fine – al cinema dal 31 ottobre dopo il passaggio alla 19esima Festa del Cinema di Roma nella sezione “Grand Public” – sono i goffi tentativi di ridare una struttura a quello che si sta facendo, cercando di riportare con i piedi per terra ciò che ormai sta esplodendo. Un invito alla calma che però non riesce mai (così come non riesce mai ai protagonisti del film) e che dimostra l’anarchia e la confusione di una pellicola che finisce con il bruciarsi da sola.


