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Finalmente l’alba, recensione del film di Saverio Costanzo

Presentato in Concorso a Venezia 80 e interpretato da Lily James e Joe Keery, Finalmente l'alba arriva nelle sale il 14 febbraio.

PREMESSA – Finalmente l’alba esce nelle sale italiane il 14 febbraio, in una versione diversa da quella presentata all’80esima Mostra del Cinema di Venezia: il regista Saverio Costanzo, infatti, ha operato una serie di tagli prima dell’uscita (140 minuti la versione veneziana, 108 quella cinematografica). La recensione di seguito è stata scritta dopo l’anteprima al festival. 

Guardare un film e pensare al budget speso. È quello che capita con Finalmente l’alba, il nuovo film di Saverio Costanzo (La solitudine dei numeri primi, Hungry Hearts). Un kolossal italiano a dirsi, ma non a vedersi. Sono 28 milioni di euro quelli investiti per quest’opera in costume nell’Italia degli anni ’50. Protagonista è Mimosa (Rebecca Antonacci), una ragazza perbene. Vive in una famiglia semplice, è fidanzata, educata e timida. È anche profondamente infelice. Sua sorella Iris ama il cinema, sogna di far parte di quel mondo e fa un provino per un’importante produzione americana arrivata a Cinecittà. Mimosa la accompagna sul set dove per caso incrocia lo sguardo della grande star Josephine Esperanto (Lily James). La colpisce a tal punto che su ordine della diva viene trascinata al trucco per coprire in fretta e furia una comparsa mancante.

Mimosa si ritrova così dentro un importante produzione ambientata nell’antico Egitto, un peplum in cui la ragazza si immerge totalmente. La realtà inizia a sfumare nel sogno. Il cinema che spezza le barriere è una costante tematica di Finalmente l’alba. Il film dentro al film, come in una lunga illusione, il metacinema usato in chiave di soglia fantastica. Fino a qui l’operazione funziona piuttosto bene. È uno spunto nostalgico di un periodo, gli anni ’50, in cui in Italia si poteva girare di tutto e veniva chiunque a farlo. Nella bella sequenza con la famiglia al cinema, le figlie si mangiano con gli occhi i divi, mentre la madre lamenta il pessimismo del neorealismo. Non ne può più di vedere i bambini afflitti: “I bei film – dice – erano quelli di un tempo”. Un tono azzeccato, subito tradito e reso pomposo.

Per gran parte della sua durata Finalmente l’alba è girato proprio per enfatizzare quell’idea di cinema cara agli esercenti e al marketing. Sembra un lungo spot delle campagne per tornare a vivere la “magia” dell’esperienza in sala. Abbondano i cliché: le solite immagini degli spettatori che guardano lo schermo in estasi, la fascinazione dei grandi set, le passeggiate di notte quasi alla Midnight in Paris (senza però avere né lo stesso spessore né la stessa capacità di sintesi). Tutto fatto per costruire uno sguardo romantico su quello che fu il momento più caldo per il cinema in Italia. Lo fa purtroppo forzando la mano, senza sincerità.

Un’idea di cinema permeante, di grande omaggio 

La differenza di intenti tra Babylon di Damien Chazelle e Finalmente l’alba non è così radicale. Nel secondo sono assenti le volgarità ed è – se possibile – ancora più patinato. Però c’è il delitto Montesi a fare da sfondo alle vicende. C’è quell’idea di cinema permeante e di grande omaggio da parte di un autore agli altri grandi autori (compito dello spettatore cogliere tutti i riferimenti). Mimosa si muove come in un sogno. La diva Josephine la prende sotto la sua ala protettiva e la introduce nello star system. Lei, un po’ inconsapevole e senza aver bene in testa ciò che vuole, cerca inizialmente la sorella Iris, ma poi se ne dimentica e si abbandona al sogno di celebrità.

Qui il film scricchiola e crolla sul finale nella peggiore retorica, inanellando una sequela interminabile di immagini vuote. Inutilmente criptico, Finalmente l’alba pretende di fare un grande realismo magico e contemporaneamente farsi omaggio alle grandi produzioni del passato. Manca però di urgenza: cosa deve trarne lo spettatore? Perché seguire per tutta una notte le camminate e le festicciole di un personaggio passivo e fermo nel suo arco come Mimosa e di una star insipida come Josephine? In particolare, a Lily James (Pam & Tommy) è affidato il compito peggiore: incarnare l’immagine di diva senza avere una scrittura a supporto; può solo costruire insomma il suo personaggio all’interno di uno stereotipo di carattere.

A drenare il budget c’è probabilmente anche l’inefficace Joe Keery (Stranger Things) nei panni di Sean Lockwood, un attoruncolo in difficoltà, un po’ depresso e poco fiducioso nei suoi mezzi. Misteriosamente, sia lui che Josephine trovano in Mimosa un’ispirazione artistica fondamentale, da tenere accanto in ogni momento della serata. Mentre loro se la contendono, Willem Dafoe (Povere Creature!), fa il mentore traducendo quasi tutti i dialoghi in un italiano stentato. A Saverio Costanzo interessava mostrare lo shock dell’incontro tra due culture così diverse eppure affascinate l’una dall’altra. L’Italia povera, semplice, e l’America sfarzosa, il modello che tutti vogliono imitare.

Solo che Finalmente l’alba è così convinto di star facendo chissà che poesia che spinge al massimo sulla suggestione e si dimentica di chiudere i fili con onestà e senza strafare. Lo fa così tanto che finisce nell’esilarante cornice di uno spot per profumi con musica enfatica e leonessa al seguito. Quello che doveva essere il film sulla grande arte e sull’impatto che ha nell’immaginario delle persone, è invece un traballante insieme di qualche idea azzeccata e tanto cattivo gusto. Nel mezzo, tra questi due poli, c’è una lunghissima sequenza in cui Mimosa è osservata da tutti, ha un pubblico per la prima volta, e resta in silenzio per svariati minuti. È un gran momento che si ricorderà a lungo, perché è l’unico che cambia qualcosa in lei; ma per come è eseguito, diventa soltanto prevedibile e autocompiaciuto.

Costanzo rinuncia a un’identità propria

Non poteva però esimersi dal passare, in Concorso, all’80esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia un film con un budget simile. Ci sono tante comparse, tanti set ricostruiti (eppure mai sufficientemente affascinanti) e soprattutto ci sono le star hollywoodiane che fanno come i campioni di calcio a fine carriera: vanno a giocare all’estero e tirano i remi in barca operando al minimo delle loro capacità.

Al netto di tutto questo, fa impressione che sia costato il doppio di un film come Comandante di Edoardo De Angelis: lì i 14 milioni sembrano molti di più; qui i 28 milioni appaiono decisamente molto meno. Questioni di budget a parte, che però interesseranno lo spettatore se saranno sbandierate come leva per l’acquisto di un biglietto, fa rabbia l’incapacità di Finalmente l’alba di guardarsi dentro invece che attingere da altro. Bastava un’idea sincera. Invece, nell’urgente sforzo di fare grande cinema, Costanzo prende spunti da tutte le parti, rinunciando a un’identità propria.

Concede pochissimo al pubblico, è inutilmente criptico, butta dentro citazioni e camei (Alba Rohrwacher improbabile nei panni di Alida Valli) che aggiungono quasi nulla. Ha venti minuti di troppo (per tagliarli bastava evitare di far tradurre più volte i dialoghi ai personaggi) e tanti temi. Oltre al metacinema, si instaura un legame tra la diva e la spettatrice che parla del doppio ribaltato: una che cerca la semplicità, l’altra che è sedotta dall’idea di essere apprezzata. Si concede spazio ai peccati, all’orrore sopito, di quella società segreta che è (era?) il mondo del cinema secondo questo film. Un lungo viaggio ad occhi aperti in una dimensione onirica. Quando l’alba arriva, il risveglio lascia l’amaro in bocca.

Guarda il trailer ufficiale di Finalmente l’alba

GIUDIZIO COMPLESSIVO

A Saverio Costanzo interessava mostrare lo shock dell’incontro tra due culture così diverse eppure affascinate l’una dall’altra. L’Italia povera, semplice, e l’America sfarzosa, il modello che tutti vogliono imitare. Solo che Finalmente l’alba è così convinto di star facendo chissà che poesia che spinge al massimo sulla suggestione e si dimentica di chiudere i fili con onestà e senza strafare. Lo fa così tanto che finisce nell’esilarante cornice di uno spot per profumi con musica enfatica e leonessa al seguito.

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A Saverio Costanzo interessava mostrare lo shock dell’incontro tra due culture così diverse eppure affascinate l’una dall’altra. L’Italia povera, semplice, e l’America sfarzosa, il modello che tutti vogliono imitare. Solo che Finalmente l’alba è così convinto di star facendo chissà che poesia che spinge al massimo sulla suggestione e si dimentica di chiudere i fili con onestà e senza strafare. Lo fa così tanto che finisce nell’esilarante cornice di uno spot per profumi con musica enfatica e leonessa al seguito.Finalmente l'alba, recensione del film di Saverio Costanzo