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Ferrari, recensione del film di Michael Mann

La recensione di Ferrari, il nuovo film di Michael Mann interpretato da Adam Driver, presentato in Concorso a Venezia 80. Dal 14 dicembre al cinema.

Otto anni dopo Blackhat, torna sul grande schermo Michael Mann. Lo fa con Ferrari, il biopic attesissimo dedicato alla figura di Enzo Ferrari. Il lanciatissimo Adam Driver ne veste i panni e ne adotta l’accento nella prima, problematica, decisioni di regia. Gli attori di questa storia tutta italiana parlano un inglese maccheronico, con inflessioni emiliane e spagnole (nel caso di Penelope Cruz) che stridono all’orecchio del pubblico dello stivale. Il doppiaggio, in questo caso, potrebbe eliminare del tutto un problema che però, in originale, è come un freno a mano tirato sin dalla partenza.

I primi materiali promozionali hanno fatto pensare a Ferrari come un House of Gucci in salsa automobilistica. Spiace dirlo, ma il risultato in parte è proprio questo. Sia il film di Ridley Scott che quello di Mann sono progetti messi in scena con poca passione e molto mestiere. L’Italia emerge come se la vogliono raccontare gli americani: esotica, bizzarra, calda e ossessiva. I suoi abitanti sono tutti concentrati sull’impiego della famiglia che presta il cognome al titolo. Prima era la moda, ora sono le automobili. È spassoso come tutta la provincia di Modena sia dominata da un sindaco in pectore come l’imprenditore Enzo Ferrari, che di fatto ha un potere molto particolare: può dare lavoro alle persone, può appassionarle con lo sport, può cambiare la geografia di una città facendola diventare polo produttivo.

Un film dalle molte anime

Qui nasce la prima delle molte anime di Ferrari, Michael Mann filma l’altissimo Adam Driver come di solito fanno gli anime per i “risoluti uomini d’affari”: occhiali scuri, mani dietro la schiena, postura dritta. Come in un film di Miyazaki le automobili, soprattutto quelle da corsa, sembrano oggetti vivi. In una splendida sequenza Enzo racconterà a suo figlio Pietro cosa accade dentro un motore, chiedendogli di immaginarsi come se lui stesso fosse all’interno di questo organismo di metallo. I progetti su carta indicano potenzialità da esprimere in officina; i telai, le gomme, il cambio sono componenti che diventano espressive quando il film delega il suo proseguimento alle automobili, più che ai personaggi.

La seconda anima è infatti completamente rinchiusa nella vicenda personale di Ferrari ed è la meno riuscita. Enzo e Laura (interpretata da Penelope Cruz) sono in crisi dopo la morte del figlio Dino. C’è una terza donna, Lina Lardi (interpretata da Shailene Woodley), la cui relazione con l’uomo è un segreto di pulcinella. Tutti sanno e tutti tacciono perché svelarlo avrebbe importanti ripercussioni aziendali. Laura è una donna disperata dal dolore eppure potente e “mediterranea”. Mette sotto scacco il marito: lei possiede un alto potere contrattuale rispetto al destino della casa automobilistica che porta il loro cognome. Il marchio, amato e venerato, fatica a far quadrare i conti. Enzo va quindi alla ricerca di una fusione che possa risanare i bilanci e non potrà farlo senza il consenso della donna.

Il terzo angolo del film è la chiave per sbloccare l’impasse: lo sport. Il cavallino rampante competerà nella Mille Miglia. Ha bisogno di una vittoria netta e muscolare. Bisogna migliorare l’auto nel poco tempo che la separa dalla corsa e trovare i piloti giusti. Le auto devono impressionare il pubblico, battere la rivale Maserati e attirare l’interesse di un certo avvocato torinese di nome Gianni Agnelli.

Penelope Cruz in Ferrari. Credits Lorenzo Sisti

Ferrari fatica a tenere insieme queste tre prospettive che procedono in parallelo, accavallandosi tra di loro, senza interagire mai come dovrebbero. La vicenda famigliare è stucchevole e persino mal recitata per gli standard degli attori coinvolti. Non mancano le performance istrioniche e gli attacchi di rabbia e lacrime a cui Driver è abbonato, ma tutto resta sulla superficie melodrammatica volendo, palesemente, fare molto di più.

Enzo Ferrari è talvolta investito da ombre morali solo accennate in sceneggiatura. Non batte ciglio quando un pilota gli muore davanti. La dedizione e il sacrificio per la causa automobilistica sono tali che gli uomini che firmano un contratto per gareggiare nella sua scuderia sanno che dovranno frenare solo poco dopo, e mai prima, il loro avversario. Che film più riuscito sarebbe stato quello di Mann se, messo di fronte alla tragedia del Guidizzolo, il personaggio di Enzo fosse stato sviscerato a partire dalla sua reazione. Qui invece viene solo proposta e poi abbandonata, ma è così clamorosa che potrebbe occupare un film intero. Il resto è delegato a una didascalia finale e alla storia vera. Manca quindi anche lo studio di carattere, in un film anche ben fatto, ma di stampo televisivo (con una fotografia piattissima), senza una gran ragion d’essere.

Ci sono, però, alcune notevoli eccezioni. Nessuno filma le macchine come Michael Mann. Così, quando finalmente inizia la gara che segnerà il destino della Ferrari, il film acquisisce un nuovo ritmo. L’Italia viene raccontata attraverso i suoi paesaggi, quelli entro cui si muovono le auto in corsa: Mann si inventa anche un dolly zoom sul rettilineo per dare l’impressione di velocità che è azzeccatissimo. La competizione è messa in scena a partire dall’usura delle macchine: una gomma rovinata, le portiere sporche di terra; il veicolo porta su di sé i segni dell’impresa che sta compiendo. È assurdo, quindi, come la regia sappia raccontare minuto dopo minuto lo stato di usura degli oggetti ma non quello delle persone.

Non un film sbagliato, ma un film mediocre

Nella scena più bella Enzo Ferrari sta presenziando alla messa. Le omelie nelle chiese di Maranello sono fatte di discorsi sulle auto, ovviamente. Nel momento dell’eucarestia il montaggio entra ed esce dal sacro al… circuito. Lì si stanno svolgendo i test sul giro in pista. Tra le mani giunte gli ingegneri nascondono un cronometro con cui segnano il tempo che ascoltano da lontano, tramite gli spari dalla pista a ogni giro. La cerimonia sacra si alterna a quella profana fatta di motori ruggenti. Un momento potentissimo in cui si ritrova la storica energia e la precisione del regista.

Fa ancora più male quindi che Ferrari – in Concorso all’80esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia – non sia un film completamente sbagliato, ma un film mediocre che purtroppo non vuole essere di più di quello che è. Si poteva fare di più e a dimostrarlo ci sono proprio questi momenti di vero cinema isolati in un biopic che non graffia e che poco aggiunge a quello che significa il cognome Ferrari nella storia d’Italia.

Guarda il trailer ufficiale di Ferrari

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Ferrari fatica a tenere insieme queste tre prospettive che procedono in parallelo, accavallandosi tra di loro, senza interagire mai come dovrebbero. La vicenda famigliare è stucchevole e persino mal recitata per gli standard degli attori coinvolti. Non mancano le performance istrioniche e gli attacchi di rabbia e lacrime a cui Driver è abbonato, ma tutto resta sulla superficie melodrammatica volendo, palesemente, fare molto di più.

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Ferrari fatica a tenere insieme queste tre prospettive che procedono in parallelo, accavallandosi tra di loro, senza interagire mai come dovrebbero. La vicenda famigliare è stucchevole e persino mal recitata per gli standard degli attori coinvolti. Non mancano le performance istrioniche e gli attacchi di rabbia e lacrime a cui Driver è abbonato, ma tutto resta sulla superficie melodrammatica volendo, palesemente, fare molto di più.Ferrari, recensione del film di Michael Mann