Favolacce, recensione del film dei Fratelli D’Innocenzo

scritto da: Stefano Terracina

Dopo l’acclamato (a ragione!) esordio con La Terra dell’Abbastanza, i Fratelli D’Innocenzo, al secolo Damiano e Fabio, tornano al cinema con la loro seconda fatica, Favolacce, vincitore dell’Orso d’argento alla miglior sceneggiatura in occasione dell’ultima edizione del Festival di Berlino. Il film sarebbe dovuto arrivare nelle sale lo scorso 16 aprile; a causa della pandemia di Covid-19 sarà disponibile direttamente in streaming, sulle principali piattaforme VOD a partire dall’11 maggio.

Provare a sviscerare nel dettaglio la trama del nuovo film dei due fratelli romani è un’operazione assai complessa e – almeno dal punto di vista di chi scrive – superflua a livelli imbarazzanti, dal momento che ci troviamo di fronte ad un’opera che, al di là della potenza intrisa nella storia che si prefigge di raccontare, colpisce (e stordisce) per lo splendore della messa in scena e per un stile essenziale ma rigoroso che lascia a tratti senza fiato, segno tangibile di un processo evolutivo che, dopo aver disseminato i principi di un’autorialità conspapevole, punta adesso a compiere l’atteso salto di qualità, attraverso la ripartizione di meccanismi estetici e narrativi più complessi, stratificati, maturi.

Con Favolacce, i Fratelli D’Innocenzo ci riportano nuovamente nella periferia romana: se ne La Terra dell’Abbastanza, però, avevamo visto come il dramma fosse intrinsecamente correlato alla realtà, in Favolacce la dimensione del reale – quella che possiamo scorgere spiando dalla finestra delle nostre abitazioni, scendendo per strada, accendendo la tv, leggendo i giornali o navigando sul web – si mescola ad un dimensione favolistica, quasi surreale; una dimensione sospesa tra il mondo che vorremmo (e che non siamo in grado di cambiare) e la squallida monotonia quotidiana che ci attanaglia (e nella quale, forse, ci piace sguazzare, lungi dall’assumerci responsabilità e fardelli che non abbiamo la volontà di sopportare).

Una fiaba sonora dal retrogusto amaro, indigesto, la cui voce narrante accompagna lo spettatore in una vera e propria discesa all’inferno: suggestiva, angosciante, disturbante. Come dei moderni cantori assuefatti alle più fascinose ma sgraziate contaminazioni artistiche, i D’Innocenzo ci conducono per mano in un viaggio attraverso il disagio, sottile, quasi invisibile, eppure così spaventosamente palpabile, che dilaga come un male incurabile tra la periferia dimenticata e le sue famiglie; tra quegli uomini e quelle donne vittime di un’esistenza modesta, frementi di una vita migliore, incapaci di prendersi cura di quei figli che incassano giorno dopo giorno le loro mancanze, le loro idiosincrasie e le loro perversioni, soffocando quotidianamente le loro disperate grida d’aiuto.

Un ritratto doloroso e perturbante di una Roma tacita che pensa e agisce in balia della degradazione: un’umanità avvilente sempre pronta a puntare il dito, a guardare con disprezzo l’erba del vicino, a rivolgersi all’altro in maniera denigratoria, senza avere la minima percezione di ciò che realmente sta accadendo attorno a sé; egoista ed incapace di prevenire la tragedia, ma soltanto di lasciarsene travolgere. Sospesi in una sorta di nonluogo in attesa di giudizio, i personaggi della storia sono volti dalla comprovata esperienza teatrale ma per lo più sconosciuti al grande pubblico, sui quali troneggia l’ennesima ottima prova attoriale di Elio Germano. La scelta che si rivela vincente: sulla scia di una derealizzazione che sembra non risparmiare nessuno, lo spettatore non ha bisogno di associare un volto ad un nome, dal momento che quegli uomini, quelle donne e quei bambini potrebbero tranquillamente essere chiunque: un nostro amico, un nostro vicino, un conoscente o – nella peggiore delle ipotesi – un familiare.

Superando per intensità ed ambizione il loro precedente lavoro, Favolacce dei Fratelli D’Innocenzo colpisce come un pugno dritto allo stomaco. Un’opera ricercata dal punto di vista tecnico ed estetico che punta a costruire meticolosamente una storia a metà tra la realtà e la finzione – rendendo ciò che ci circonda quotidianamente un luogo rarefatto, avulso solo all’apparenza da ogni coordinata spazio/temporale -, per scavare a fondo nel marcio che circonda la nostra vita e lasciare lo spettatore attonito, con un senso di straziante turbamento dal quale sarà difficile liberarsi dopo la fine della visione.

Qualcuno cantava: “A mille ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar…”; nel cuore dei D’Innocenzo siamo certi che di favole da raccontare ce ne siano ancora tante. Qualcuna forse sarà meno amara e più consolatoria; altre, probabilmente, saranno ancora più crude e terrificanti. Che si parli di eroi o di mostri, l’importante è che il “mangianastri” dei due fratelli non smetta mai di girare e – soprattutto – di farci sognare… perché è a questo che il cinema serve. E di autori come i D’Innocenzo, soprattutto al giorno d’oggi, ne abbiamo estremamente bisogno.

Guarda il trailer ufficiale di Favolacce

Stefano Terracina

Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)


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