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Fabbricante di lacrime, recensione del film Netflix tratto dal romanzo di Erin Doom

Interpretato da Caterina Ferioli e Simone Baldasseroni, Fabbricante di lacrime è disponibile dal 4 aprile su Netflix.

Che un film come Fabbricante di lacrime abbia un suo pubblico è poco ma sicuro. Il libro omonimo da cui è tratto è stato a partire dal 2021 un fenomeno letterario da diverse centinaia di migliaia di copie vendute. L’autrice Erin Doom, pseudonimo dell’italiana Matilde, l’ha visto crescere rapidamente di popolarità grazie a TikTok, dove il romanzo edito da Magazzini Salani ha conosciuto grande diffusione e passa parola. L’adattamento cinematografico era allora solo questione di tempo, passo inevitabile nel percorso editoriale di successi di tale portata.

La responsabilità di farne opera per immagini è finita nelle mani di Alessandro Genovesi (7 donne e un mistero) per conto della Colorado Film, con destinazione non la sala del cinema, bensì Netflix. Scelta, questa, ben coerente con il target di giovani a cui il titolo punta affettando di netto tutto quello che trova nel mezzo. Fabbricante di lacrime è infatti uno young adult pensato, imbevuto e cresciuto nella retorica del tormento amoroso adolescenziale. Pensatelo incastrato da qualche parte nello struggersi di un Twilight che incrocia poi la prurigine di un’attrazione incidentata da una mezza sorta di rapporto fraterno.

Sentimenti esasperati e precarietà narrativa

Protagonista è infatti Nica Dover (Caterina Ferioli), ragazza che ha perduto i genitori in tenera età e che ora vive nel cupo orfanotrofio di Grave. Un giorno la giovane viene finalmente adottata, ma con lei la coppia di futuri genitori (Roberta Rovelli e Orlando Cinque) decide di portarsi a casa anche Rigel (Simone Baldasseroni), ragazzo con cui Nica ha un trascorso non proprio sereno che il film non ci tiene particolarmente a farci comprendere. Un po’ perché il cuore della faccenda sta tutta nel sussurrare e lasciare al voice over di Nica lo spiegarci la sindrome da crocerossina nei confronti di un Rigel – e qui ci tocca citare – «velenoso e infestante».

Un po’ perché la sceneggiatura di Genovesi ed Eleonora Fiorini fonda il proprio arco narrativo su dei veri e propri omissis, sullo schiacciare nei bordi i rapporti di causa-effetto e di costruzione delle motivazioni. Sul disintegrare, in sostanza, una struttura drammaturgica che possa definirsi tale, che si possa anzi solo definire come accennata, che ci dia anche il minimo spunto al perché questi personaggi dicano e facciano cose guardandosi in questo modo qui. Sia chiaro, non si imputa a Fabbricante di lacrime una mancata discesa in profondità o particolare caratterizzazione. Siamo tutti ben coscienti di dove voglia andare a parare.

Ma il lavoro di adattamento manca proprio di una fondamentale messa in coordinate delle spinte che muovono due protagonisti catapultati nella vita liceale e di cui non sappiamo letteralmente nulla al di là della superficiale, grossolana e ben poco erotica voglia di strapparsi i vestiti a vicenda. Anzi, la mancata cementificazione narrativa lascia spazio al chiedersi quale posto trovi oggi, da un punto di vista etico, la feticizzazione dell’esasperazione del sentimento all’interno di una coppia, peraltro di giovanissimi.

Un’immagine di Fabbricante di lacrime.

Un film eticamente discutibile

Al di là delle risoluzioni e delle conclusioni alle quali Fabbricante di lacrime arriva – perlomeno nel film tardive, raffazzonate e del tutto confusionarie –, è più che lecito storcere la bocca nel momento in cui ci si ritrova di fronte ad un racconto che alimenta la fascinazione nei confronti di un «amore tormentato ed ossessivo», quando in un Paese come l’Italia annoveriamo ancora oggi più di cento femminicidi l’anno. Certo, questa è una domanda che condivide la riflessione con il materiale di partenza. Eppure, Fabbricante di lacrime trova nella versione cinematografica l’aggravante di un’estrema povertà di temi, di racconto, di abilità espositiva e quindi di una problematizzazione di atteggiamenti possessivi e intimidatori.

Insomma, è abbastanza straniante, ai limiti forse dell’inaccettabile, vedere nel 2024 un’opera di finzione in cui si legittima la voglia di fare sesso di una ragazza adolescente di fronte a ripetute minacce e a veri e propri abusi psicologici. Ed è importante però sottolineare come molto di questo passi dalla maldestra gestione narrativa di cui si diceva prima, inadatta a bilanciare l’eros fisiologico di un genere come quello di Fabbricante di lacrime e il tenebroso mistero che ne muove brividi e pulsioni. Il risultato è un pasticcio di quelli grossi, in cui è davvero difficile trovare dei pregi a cui appigliarsi.

Guarda il trailer ufficiale di Fabbricante di lacrime

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Dopo essere stato un folgorante caso letterario, Fabbricante di lacrime arriva all’adattamento cinematografico per mano di Alessandro Genovesi. Quel che ne esce fuori è uno young adult scomposto e problematico per la maniera in cui veicola l’attrazione alla base del suo racconto, oscillata tra la povertà di scrittura e la feticizzazione dell’abuso sentimentale.

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