Il cinema come movimento, il cinema come impeto, come progressione; il cinema come spettacolarizzazione del reale. Il cinema ha sempre inseguito il concetto di velocità; non solo come effetto cinetico, ma come pulsione visiva e narrativa: la corsa, lo scatto, la fuga, l’accelerazione, l’impatto. F1 Il Film, nuova opera firmata Joseph Kosinski (regista, tra gli altri, di Top Gun: Maverick), fa propria questa tradizione, la estremizza, e la trasforma in un’opera immersiva, patinata, sovralimentata.
È un film che non si guarda da fuori: ci si entra, ci si resta dentro, e si corre. Con la camera in piena traiettoria e il rombo sparato nelle orecchie, F1 inchioda all’abitacolo e obbliga a partecipare, più che a osservare. E lo fa con una consapevolezza spudorata, con un amore dichiarato per il mito della velocità come idea più che come evento. Ispirato a dinamiche vere del mondo della Formula 1, con il sostegno diretto della FIA e la produzione di Lewis Hamilton, il film mette insieme l’estetica pubblicitaria del motorsport e il dramma epico del cinema a stelle e strisce.
Finzione e spettacolo dal vivo
A scrivere la sceneggiatura c’è Ehren Kruger, mentre la fotografia iperrealista è affidata a Claudio Miranda, già collaboratore di Kosinski in altri progetti. La colonna sonora porta la firma del maestro Hans Zimmer, che torna qui a lavorare sul rombo e sul pathos come aveva già fatto nel film precedente del regista. Con un budget che supera i 300 milioni di dollari, F1 Il Film è uno dei film sportivi più costosi mai realizzati, e si avvale della collaborazione diretta di team reali, piloti in carne e ossa, riprese in pista durante i veri gran premi.
Il cast principale è guidato da Brad Pitt, affiancato da Damson Idris (Snowfall, Outside the Wire), Kerry Condon (Gli spiriti dell’isola, Better Call Saul), e Javier Bardem. Tutti i piloti attuali della F1 compaiono nel film, da Max Verstappen a Fernando Alonso, da Lewis Hamilton a Charles Leclerc e Carlos Sainz. Un’opera corale, dal respiro globale, che fonde finzione e spettacolo dal vivo, digitalizzazione e corpo.

Drive or Die: la trama di F1
Sonny Hayes – interpretato da un Brad Pitt carismatico e volutamente fuori scala – è un ex campione della Formula 1, sopravvissuto a un terribile incidente e ora alle soglie dei sessant’anni. Ma Sonny non ha mai smesso di correre. Si è reinventato, ha attraversato ogni tipo di gara disponibile, dal rally alle endurance, dai kart ai campionati locali. Vive come un randagio della pista, sempre in viaggio nel suo camper, iscrivendosi a qualunque competizione pur di sentire ancora l’adrenalina nel sangue.
L’occasione di tornare a un livello più alto arriva quando il suo vecchio compagno Ruben (Javier Bardem), oggi proprietario della scuderia APXGP, gli propone un incarico da co-pilota e mentore per un giovane prodigio: Joshua Pearce (interpretato da Damson Idris). Un ragazzo arrogante, talentuoso, pronto a spaccare tutto ma allergico all’autorità. Sonny accetta, e inizia così uno scontro generazionale tra scuola vecchia e nuova, tra chi ha imparato a rischiare con il cuore e chi invece ragiona solo per strategia. Nel mezzo, il rapporto ambiguo con Kate McKenna (Kerry Condon), direttrice tecnica del team, e la speranza quasi ridicola di portare una scuderia senza storia verso la sua prima vittoria.
Lo sport come ragione di vita
Al centro del film c’è la passione viscerale per uno sport che travalica la logica, che diventa bisogno, dipendenza, ragione di vita. Sonny non corre per vincere, corre per volare. Lo dice lui stesso: “Non inseguo il podio. Inseguo il momento in cui ti senti sollevare dall’asfalto”. C’è un’urgenza fisica in questa ricerca della velocità, un bisogno di lasciarsi indietro il peso del tempo, delle ossa rotte, delle occasioni perdute.
Il tema dell’invecchiamento è centrale: Sonny corre contro la sua età, contro il ricordo di ciò che era e la consapevolezza di ciò che non sarà più. E Joshua è l’esatto opposto: la potenza pura, la giovinezza che ignora la caduta. Ma entrambi sono ossessionati dalla stessa cosa: quella barriera invisibile tra controllo e perdita, tra realtà e sogno, tra il terreno e il cielo. F1 è un film sul desiderio di restare nel momento, di dimenticare tutto tranne il rombo, la traiettoria e il coraggio.

Tra cliché e carburante
Drammaturgicamente parlando, F1 è un film molto classico. Anzi: è una “americanata” fatta con enorme budget e pari mestiere. I suoi archi narrativi sono codificati, le sue svolte telefonate. C’è la vecchia gloria che ritorna, il giovane arrogante da addomesticare, la scuderia sull’orlo della chiusura, il riscatto finale, il triangolo sentimentale che si infila dove potrebbe anche non esserci. Tutto già visto, già scritto, già raccontato. Ma è proprio nell’aderenza a questi canoni che il film trova la sua forza: è un’opera che funziona perché sa come si fa, perché non nasconde mai di essere una celebrazione del cliché reso sublime.
Le somiglianze con Rush o Le Mans ’66 sono evidenti, eppure qui c’è una spinta visiva e sonora che porta il tutto a un altro livello. John Kosinski non vuole sorprendere: vuole trascinare. La parte tecnica è semplicemente sbalorditiva. Le scene in pista sono girate con una precisione e un’intensità che raramente si è vista al cinema. L’uso della camera in abitacolo, le riprese in soggettiva, il sonoro che vibra come il telaio: tutto concorre a creare un’esperienza sensoriale che è al contempo fisica e astratta. Per la prima volta, un film di corse nasce da una vera collaborazione con il motorsport, e si vede: il dettaglio è ovunque, dalle strategie ai cambi marcia, dai briefing con le cuffie (sì, sono ridicoli ma verissimi) ai loghi sponsorizzati su ogni centimetro.
Eppure, F1 è anche un film che si diverte, che si prende gioco del suo stesso immaginario. Brad Pitt interpreta Sonny con quella faccia da cowboy ironico, quasi una caricatura di sé, e il film lo sa. Il tono non è realistico: è mitologico. F1 è una fiaba rombante, un videogame dal cuore romantico, un’americanata con il cambio al massimo.


