mercoledì, Agosto 10, 2022
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Evil Eye, recensione dell’horror Blumhouse con Sunita Mani

La serie antologica Welcome to the Blumhouse continua la sua corsa. Dopo The LieBlack Box questa settimana è il turno di Evil Eye (che esce in concomitanza con Nocturne), dal 13 ottobre disponibile su Amazon Prime. Il film, tratto dall’omonimo radio dramma di Madhuri Shekar (che adatta anche per il piccolo schermo), testimonia l’interesse della Blumhouse a spaziare da un punto di vista non solo tematico (pur rimanendo nell’alveo dei rapporti familiari) ma anche ambientale: dopo il freddo Canada e l’intricata mente umana, infatti, questa volta a fare da sfondo agli avvenimenti sono la placida New Orleans e la caotica Delhi.

Diretto a quattro mani dai gemelli Elan e Rajeev Dassani, al loro primo lungometraggio, Evil Eye racconta una storia tra Stati Uniti e India che tratta un tema legato alla quotidianità della vita: la difficoltà dei genitori a “lasciare andare” i propri figli per permettere loro di raggiungere l’indipendenza e costruirsi così una famiglia. È quanto contraddistingue l’indiana Usha (Sarita Choudhury), la quale non vede l’ora che la figlia emigrata negli States, Pallavi (Sunita Mani, già vista in GLOW), si trovi un bravo ragazzo (possibilmente di origine indiana) e si sposi. Quando però questo accade, sarà proprio la stessa Usha a nutrire dubbi sulla relazione. Infatti, benché il marito Krishnan (Bernard White) cerchi di convincere la moglie a non immischiarsi nella vita sentimentale della figlia ormai adulta (ha comunque quasi trent’anni), la donna sembra non fidarsi nel fidanzato perfetto che Pallavi si è scelta, il ricco Sandeep (Omar Maskati). Le sue paure sono solo frutto di un trauma subito in giovane età, oppure il ragazzo della figlia nasconde davvero qualcosa?

Giunti al terzo episodio di Welcome to the Blumhouse si è certi soprattutto riguardo una cosa: più che all’horror, la serie antologica distribuita da Amazon guarda ai cliché tipici del genere thriller. Anche Evil Eye, come le opere che l’hanno preceduto, si discosta da un’estetica prettamente orrorifica prediligendo atmosfere costruite attraverso l’emergere di tensioni che scaturiscono dai molteplici misteri (veri o presunti) con cui si devono confrontare durante il corso della narrazione personaggi e spettatori. Il film dei Dassani, inoltre, pesca a piene mani – con superficialità e poca efficacia – nella cultura indiana (l’ormai abusato concetto di karma) e non disdegna neppure temi più attuali come l’atto persecutorio dello stalking (aspetto, quest’ultimo, già affrontato dalla Blumhouse con L’uomo invisibile). Se poi aggiungiamo l’avvalersi di suggestioni pseudo fantastiche, allora abbiamo un quadro completo dell’operazione.

Al di là del fatto che tutti questi elementi non riescono ad essere amalgamati al meglio durante il corso di una narrazione che va’ oltretutto un po’ troppo per le lunghe, ciò che stupisce di Evil Eye è il fatto che sembra quasi inconsapevole della propria natura. Abbiamo parlato del genere thriller, eppure il film non fa nulla per appropriarsi di quelle atmosfere perturbanti capaci di far perdere allo spettatore ogni certezza circa quanto sta osservando. Certo, il presunto mistero relativo a Sandeep (non si conoscono i genitori, non si sa come abbia fatto a diventare così ricco, ecc.) è mantenuto dal film fino alla fine, ma si capisce fin dai primi minuti dove i Dassani vogliano andare a parare. E sarà che noi italiani siamo tutti un po’ mammoni e ciò che dice mamma è sempre verità, però bisogna davvero sforzarsi per continuare a stare al “gioco narrativo” che contraddistingue il terzo film facente parte del progetto Welcome to the Blumhouse.

Così, anziché alimentare le paure di Usha e magari lasciare il dubbio circa la vera natura di Sandeep, Evil Eye sceglie di spiegare tutto per filo e per segno, in un finale che definire “prevedibile” è un eufemismo. E rimane così il rammarico, come d’altronde per i film precedenti dell’antologia, per un’operazione potenzialmente interessante (anche a livello tematico) ma che delude nella resa filmica, ricorrendo con troppo clamore a un linguaggio cinematografico che anziché contribuire a rendere più inquietante la storia raccontata, la frammenta artificiosamente: si pensi ai numerosi flash-back che narrano del passato di Usha, nonché ai flash-forward che divengono proiezione delle sue paure. Il risultato è un film a tratti anche godibile (il merito è più che altro degli interpreti), ma che una volta visto si dimentica velocemente.

Guarda il trailer ufficiale di Evil Eye

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Evil Eye è un film potenzialmente interessante (anche a livello tematico) ma che delude nella resa filmica, ricorrendo con troppo clamore a un linguaggio cinematografico che anziché contribuire a rendere più inquietante la storia raccontata, la frammenta artificiosamente.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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Evil Eye, recensione dell'horror Blumhouse con Sunita ManiEvil Eye è un film potenzialmente interessante (anche a livello tematico) ma che delude nella resa filmica, ricorrendo con troppo clamore a un linguaggio cinematografico che anziché contribuire a rendere più inquietante la storia raccontata, la frammenta artificiosamente.