Eurovision Song Contest, recensione della commedia con Will Ferrell e Rachel McAdams

scritto da: Diego Battistini

Al di fuori degli Stati Uniti, la comicità di Will Farrell non ha mai fatto veramente breccia. Celebre per la sua collaborazione con il programma “Saturday Night Live” (straordinari i suoi sketch dedicati al parodico tv show “Celebrity Jeopardy”), il comico americano ha costruito la sua carriera, non solo televisiva ma anche cinematografica, sul registro demenziale, annacquando spesso nel secondo caso la sua proverbiale verve cinico-ironica (a volte anche un po’ volgarotta) con i buoni sentimenti. Una ricetta utilizzata anche per il suo nuovo film, da lui scritto in collaborazione con Andrew Steele (anch’egli facente parte della squadra del SNL): la bizzarra commedia Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga, disponibile dal 26 giugno sulla piattaforma Netflix.

A fare da sfondo alla vicenda racconta nel film è l’Islanda, terra non solo di pescatori e balene (ovvio), di uomini rudi discendenti degli antichi e gloriosi vichinghi (altrettanto ovvio), di elfi (chi è disposto ad ammettere il contrario?), ma anche di sognatori e aspiranti cantanti. Un’isola che rappresenta l’estrema periferia dell’Europa, una landa desolata che fino a pochi anni fa era più conosciuta per le sue bellezze naturali che per altro, salvo poi scoprirsi anche terra di calciatori (la Nazionale arrivò ai Quarti di Finale durante gli Europei del 2016) e, dato che parliamo di un film in cui la musica ha un ruolo fondamentale, anche di musicisti all’avanguardia capaci di imporsi sul mercato internazionale: è il caso ad esempio della band Of Monsters and Man, a cui si deve la hit “Little Talks” che qualche anno fa passava spesso nelle radio italiane e le cui canzoni sono state utilizzate dal film di Ben Stiller I sogni segreti di Walter Mitty, anch’esso parzialmente girato nella “Isola di Ghiaccio”.

L’Islanda, quindi, scenografia perfetta secondo il film diretto da David Dobkin (Due single a nozze) per raccontare la storia di due loser, due adulti con la sindrome di Peter Pan che covano un sogno fin da quando erano bambini, negli anni ’70, alimentato dal successo degli svedesi Abba: diventare cantanti professionisti e vincere la massima competizione europea a livello musicale, ovvero l’Eurovision Song Contest (sul fatto di come sia stato possibile che un comico americano abbia tratto ispirazione da questa gara canora è e credo rimarrà sempre un mistero, anche se a livello di Marketing l’operazione non può che aver giovato ad ampliare l’interesse internazionale verso la competizione).

Partecipare all’Eurovision Song Contest è quindi il desiderio di Lars (Will Ferrell) e della sua compagna – forse sorella, forse fidanzata, anche lui è un po’ confuso sul rapporto che intercorre tra di loro – Sigrit (una deliziosa Rachel McAdams) che da anni cercano di imporsi senza grande successo nel panorama musicale islandese con la loro band: i Fire Saga. Purtroppo la loro musica non è compresa dai “bifolchi” locali affezionati solo alle solite ballate folkloristiche (l’imprescindibile “Ja Ja Ding Dong”), e, nel caso di Lars, neppure dal glaciale e fiero padre Erik (Pierce Brosnan), il quale non perde occasione per ricordare al figlio tutto il disprezzo che nutre verso di lui.

Inaspettatamente, grazie a un pizzico di fortuna, i Fire Saga riescono comunque a raggiungere le finali nazionali, trampolino di lancio verso l’Eurovision. Per qualificarsi se la dovranno però vedere con la star Katiana (un’inedita Demi Lovato). La gara sembra essere persa in partenza, ma la fortuna continua misteriosamente a girare a favore della stramba band…

Eurovision Song Constest – La storia dei Fire Saga è una commedia godibile e senza pretese che rispetta la quintessenza della comicità di Will Ferrell: come detto, sotto la scorza cinico-ironico-demenziale si celano buoni sentimenti che comunque non risultano mai fine a se stessi bensì funzionali a un film che vuole essere prima di tutto una sorta di apologo (un po’ conservatore se vogliamo) sulla necessità, da una parte, di rincorrere costantemente i propri sogni, accettando anche il rischio di non essere compresi, e dall’altra sull’importanza (vitale) di privilegiare comunque la “carriera famigliare” rispetto a quella (per certi versi arida a livello umano) professionale.

Provinciali che giungono nel mondo dorato e meschino dello showbiz musicale, Lars e Sigrit si dimostreranno da subito incapaci di rapportarsi con una realtà che non fa decisamente per loro, rimanendo sinceri verso loro stessi e le loro ambizioni, a differenza degli altri colleghi cantanti che incontreranno durante il loro viaggio verso il successo: non solo la già citata connazionale Katiana, ma anche il sessualmente ambiguo performer russo Alexander (Dan Stevens). Un mondo ovattato, egocentrico ed autocelebrativo che i due eccentrici cantanti andranno naturalmente a travolgere (anche in senso letterale) grazie alla loro vulcanica personalità e che naturalmente comporterà – più che altro grazie alle ridicolaggini di Lars – una serie incredibile di situazioni comiche ai limiti del paradossale.

Al di là di questo, è comunque chiaro fin dall’inizio del film che l’ironia scaturisce principalmente dall’estremismo con il quale sono sviscerati i luoghi comuni riguardo a quella che a uno sguardo americano-centrico appare una delle tante periferie del “mondo civilizzato” (per gli americani, gli stessi Stati Uniti), e poco importa se ci si trova in Europa (le location utilizzate sono due: oltre all’Islanda, anche la capitale scozzese Edimburgo). Se da una parte infatti emerge l’immagine degli islandesi in quanto “villici” dal cuore d’oro che tradiscono la loro puerile semplicità a contatto con il peccaminoso mondo esterno (Lars e Ingrit oltretutto non provengono neppure dalla capitale Reykjavik ma da un villaggio di pescatori: il luogo comune nel luogo comune), dall’altra non mancano frecciatine anche al ridicolo machismo di “Madre Russia”, in un’ottica che fa riemergere – seppur edulcorate – atmosfere da “Guerra Fredda” fuori tempo massimo.

Forse, un po’ per controbilanciare proprio questo sguardo americano-centrico, non mancano nella parte finale delle (blande) invettive contro l’America e gli americani, questo grazie all’introduzione – un po’ strumentale, è il caso di dirlo – dei personaggi di quattro turisti che trasudano ignoranza pura e che sono più volte presi in giro persino dallo stesso Lars. Chiaramente una sorta di pegno da pagare per far apparire l’operazione “politicamente scorretta” in senso lato.

In generale, quindi, nulla di nuovo sotto il sole. Ad ogni modo, pur senza scossoni e con qualche previdibilità di troppo a livello narrativo (insomma, l’happy ending è scontato), Eurovision Song Contest – La storia dei Fire Saga è un film che promette risate e che appare adatto per affrontare con il sorriso le calde sere d’estate che ci attendono. Per concludere, una curiosità: sono tante le star musicali europee che hanno collaborato al progetto recitando nella parte di loro stesse (anche se non compare nessun cantante italiano), tra le più celebri sicuramente l’artista austriaca Conchita Wurst, vincitrice dell’Eurovision Song Contest nel 2014.

Guarda il trailer ufficiale di Eurovision Song Contest

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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