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Estranei (All of Us Strangers), recensione del film con Andrew Scott e Paul Mescal

Diretto da Andrew Haigh e tratto dal romanzo di Taichi Yamada, Estranei (All of Us Strangers) arriva al cinema il 29 febbraio.

“Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”, recitava il titolo della biografia dedicata a David Foster Wallace, geniale autore morto troppo presto dopo una lotta ininterrotta con lo spettro della depressione. Un titolo profetico, perché davvero ogni relazione umana è popolata di spettri, ombre del passato che ognuno di noi porta con sé in eredità ogni volta che trasmigra da una vecchia storia ad una nuova, quando stringe un’amicizia in più e magari ne chiude una storica, come pure quando mette fine – non senza dolore – ad un legame con qualcuno che si è amato molto, da un amante fino ad un familiare stretto.

E il regista Andrew Haigh (Weekend, 45 anni) sembra aver fatto inconsciamente suo questo titolo-mantra, delineando attraverso il nuovo film che ha diretto – e scritto – proprio una drammatica storia di fantasmi, che è in realtà molto altro: stiamo parlando di Estranei (il cui evocativo titolo originale è All of Us Strangers). Presentato in anteprima italiana alla 21esima edizione di Alice nella Città e al cinema dal 29 febbraio, il film riunisce sullo schermo un cast di eccellenze britanniche, a partire da Andrew Scott (Fleabag) passando per il lanciatissimo Paul Mescal (Aftersun) fino ai ritrovati Jamie Bell (Rocketman) e Claire Foy (Women Talking) per raccontare una moderna storia di solitudini che si incontrano al momento sbagliato, di ferite tragiche difficili da riempire con l’oro del Kintsugi e riflessioni molto più ampie sull’identità sessuale e addirittura nazionale, come dimostra la location londinese.

E proprio in una Londra contemporanea, durante una notte qualunque, lo sceneggiatore Adam (Scott) ha un incontro casuale con un misterioso vicino di casa, Harry (Mescal). Entrambi vivono nello stesso condominio quasi vuoto, hanno bisogno di compagnia e non vogliono passare la notte da soli, soprattutto Harry: questo incontro spezzerà la routine di Adam e, mentre i due continuano la loro relazione, lo sceneggiatore non smette di essere ossessionato dai frammenti del suo passato, vagando per le villette a schiera della periferia dov’è cresciuto e tra le quali ritrova non solo la sua vecchia casa ma anche i suoi genitori, che sembrano vivere ancora lì esattamente come li ha lasciati, a distanza di ben trent’anni dalla loro morte.

Sposando la lezione di James Joyce nel racconto “The Dead”, contenuto all’interno del capolavoro “Gente di Dublino”, Andrew Haigh adatta liberamente il romanzo scritto da Taichi Yamada nel 1987, trasponendo per il cinema un racconto – per immagini – denso di significati, sfaccettato come frammenti di un caleidoscopio psichedelico al quale abbandonarsi, scivolando lentamente nel vortice sempre più intenso delle emozioni mostrate sullo schermo. L’intera vicenda è filtrata attraverso gli occhi – anche quelli della mente – di Adam, sceneggiatore quarantenne che cerca di colmare, attraverso la scrittura, proprio quelle mancanze e quei traumi infantili che continuano a perseguitarlo, segnando in modo indelebile la sua vita e le scelte che compie nel presente.

Materializzare fisicamente gli spettri che ci perseguitano

Se il condominio dove vive sembra essere infestato, una palazzina disabitata affacciata solo sul paesaggio urbano e le fredde luci onnipresenti della metropoli, in realtà ad essere realmente infestata è la mente di Adam e forse perfino il suo cuore, definito come “un groviglio di emozioni” contrastanti e confuse. L’uomo cerca di colmare quel vuoto emotivo che prova attraverso l’immaginazione, che lo porta a materializzare fisicamente quegli spettri che lo perseguitano, che non lo hanno mai abbandonato ma con i quali ancora non riesce a comunicare; e quando finalmente ci riesce, ritrova con i suoi genitori quel dialogo ininterrotto che ha continuato a condurre, per anni e anni, nella sua mente, immaginandoli esattamente come li ha visti l’ultima volta, giovani e bellissimi prima del tragico incidente che glieli ha strappati via.

Questa fragile necessità di Adam, che si è infine condannato ad una vita di reclusione e solitudine perché convinto di essere da sempre un “outsider”, strano e solitario, destinato ad un’unica fine, avvicina in realtà molti di noi alla sua sensibilità ferita, alla malinconia struggente che alberga nel suo sguardo: in fin dei conti chi, almeno una volta nella vita, non ha sognato di poter parlare un’ultima volta con qualcuno che ha amato, e che ora non è più tra noi, anche solo per sentire ancora una volta certe parole d’amore e affetto?

Estranei ruota intorno alla solitudine, certo, ma questa condizione (soprattutto emotiva) è acuita da un altro aspetto: Adam è gay, ma non ha mai potuto fare il proprio coming out, orfano di entrambi i genitori e forse di un confronto che l’avrebbe potuto far crescere ulteriormente, nel bene o nel male. L’identità sessuale è un altro tema profondo analizzato da Haigh, che riesce a compiere – sempre attraverso uno storytelling veicolato dalla potenza delle immagini – un viaggio nel cuore di questo argomento sia dal punto di vista privato – sposando due punti di vista diversi come quelli di Adam ed Harry – che per quanto concerne quello pubblico, virando infine verso una più ampia riflessione sociologica.

Ambientando il film in Inghilterra, è fondamentale lanciare uno sguardo ancor più lucido e moderno sull’identità della comunità LGBTQIA+, considerando i rapporti conflittuali da sempre intrattenuti tra l’Isola di Sua Maestà e i suoi sudditi gay o queer, come dimostra l’abolizione della pena di morte e delle condanne per reati omosessuali nel 1967, resa definitiva in tutto il Regno Unito (Irlanda inclusa) solo nei primi anni ’80.

Estranei (All of Us Strangers). Photo by Chris Harris. © 2023 20th Century Studios All Rights Reserved.

Forse, il film definitivo sul concetto di amore

Come già accaduto in altri film – un titolo su tutti, Nowhere Special di Uberto Pasolini – Estranei rappresenta anche un viaggio nei misteri più profondi e insondabili dell’universo maschile, compiuto da un cineasta britannico forse anche per esorcizzare il retaggio di una cultura rigida, che ha compresso le emozioni maschili tanto da renderle criptiche e perfino sconosciute ai diretti interessati. “Boys Don’t Cry” potremmo dire, e anche questo aspetto confluisce nel caleidoscopio di vetri colorati e irregolari messo su da Haigh, che si affida alla potenza degli sguardi, dei silenzi e dei primissimi piani dei suoi interpreti, alla forza dirompente delle loro interpretazioni che vibrano come diapason attraversati da emozioni, in un’overture emotiva che coinvolge lo spettatore fino a provarlo.

E questo crescendo è reso anche da una regia estetizzante, a tratti fortemente permeata dalla cultura psichedelica britannica del Ken Russell de I diavoli (uno tra i tanti film diretti dal cineasta) o dalle eccentricità bizzarre del Kenneth Anger regista degli anni ’70. Bizzarrie emotive che segnano la lenta discesa di Adam nella tana di un Bianconiglio acido, a causa della quale i contorni tra immaginario e allucinazione diventano sempre più sfumati e sensibili, spaventosi e imprevedibili esattamente come un portale tra due mondi. Quello stesso confine che anche Harry si ritrova, suo malgrado, a varcare, un po’ per scelta un po’ per inseguire Adam, novello Orfeo che cerca di riprendersi Euridice dagli Inferi nei quali è stata trascinata: ma anche il ragazzo, con i suoi occhi tristi, ha solo bisogno di essere salvato e di non sentirsi troppo solo nel corso di una delle lunghissime notti segnate da una luna di sangue nel cielo, che veglia silenziosa sui destini umani.

Siamo davvero tutti soli nell’universo, stelle solitarie sparse in una galassia remota, oppure la forza dell’amore può unire anche ciò che è distante, nel tempo e perfino nello spazio fisico? Anche a queste domande Estranei cerca di rispondere realizzando forse il film definitivo sul concetto stesso di amore e sentimento, instillando dubbi, provando a fornire delle soluzioni (ma mai delle risposte) ed esorcizzando perfino lo spettro peggiore di tutti: quello del passato, con il rischio di restare incastrati nelle proprie ferite tragiche senza riuscire ad andare avanti, bloccati in un percorso di crescita ed autodeterminazione per conoscere, finalmente, davvero noi stessi.

Guarda il trailer di Estranei (All of Us Strangers)

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Siamo davvero tutti soli nell'universo, stelle solitarie sparse in una galassia remota, oppure la forza dell'amore può unire anche ciò che è distante, nel tempo e perfino nello spazio fisico? Anche a queste domande All of Us Strangers cerca di rispondere realizzando forse il film definitivo sul concetto stesso di amore e sentimento, instillando dubbi, provando a fornire delle soluzioni (ma mai delle risposte) ed esorcizzando perfino lo spettro peggiore di tutti: quello del passato, con il rischio di restare incastrati nelle proprie ferite tragiche senza riuscire ad andare avanti, bloccati in un percorso di crescita ed autodeterminazione per conoscere, finalmente, davvero noi stessi. 
Ludovica Ottaviani
Ludovica Ottaviani
Imbrattatrice di sudate carte a tempo perso, irrimediabilmente innamorata della settima arte da sempre | Film del cuore: Lo Chiamavano Jeeg Robot | Il più grande regista: Quentin Tarantino | Attore preferito: Gary Oldman | La citazione più bella: "Le parole più belle al mondo non sono Ti Amo, ma È Benigno." (Il Dormiglione)

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