Escape Room, recensione del thriller/horror ispirato al gioco di fuga dal vivo

scritto da: Stefano Terracina

Le Escape Room, ossia i giochi di fuga dal vivo nei quali i partecipanti vengono chiamati a mettere in atto tutte le loro facoltà intellettive per riusciure – attraverso la logica – ad evadere da una stanza allestita a tema dopo esservi stati rinchiusi all’intorno, sono diventate una delle attrazioni più in voga degli ultimi anni, soprattutto tra i giovanissimi.

Era inevitabile, dunque, che qualcuno non pensasse che la risoluzione di codici, enigmi, rompicapo e indovinelli potesse diventare – se ambienta nel contesto cinematografico più idoneo e condita con la giusta dose di perversione – il succoso materiale per un nuovo film horror di successo (o, addirittura, di un nuovo potenziale franchise!).

Partendo da questa considerazione, Escape Room è sicuramente un prodotto che suscita curiosità, se non altro perché almeno dalle premesse riesce ad imporsi come un’interessante variazione all’interno di un genere – l’horror – che troppo spesso, nonostante l’assidua produzione, fallisce nell’allietare a dovere i palati di culturori e appassionati con pellicole che possano definirsi davvero intriganti.

Diretto da Adam Robitel (regista dell ultimo capitolo della saga di Insidious), il film prende in prestito trovate e macchinazioni da diversi capisaldi del cinema di genere che lo hanno preceduto (impossibile non pensare alla saga di Saw – L’Enigmista!), riuscendo tutta via a miscelarle con la dovuta arguzia in un contesto stimolante per lo spettatore, prediligendo una forma più edulcorata (senza ricercare a tutti i costi l’effeto splatter o gore) e puntando maggiormente sulla costruzione di atmosfere claustrofobiche.

Dopo un ottimo set-up che ci aiuta a comprendere meglio la backstory dei personaggi – elementi chiave dello spietato gioco al massacro che manda avanta l’azione -, ci troviamo di fronte alla sequenza che apre ufficialmente le danze di una vera e propia lotta alla sopravvivenza, costruita in maniera esemplare non solo da un punto di vista visivo ma anche e soprattutto da quello ritmico, in un crescendo di tensione durante il quale è impossibile non entrare in empatia con i sei malcapitati di turno.

A mano a mano che si passa da una stanza all’altra, quindi da un’enigma che si risolve ad un altro che si deve ancora sciogliere, emerge sempre più un accurato lavoro sulle scenografie e sulle ambientazioni, veri e propri luoghi di perdizione in cui la collaborazione fra i partecipanti diventa il fattore scatenante e indispensabile per risolvere i rompicapo e provare ad arrivare sani e salvi alla fine del gioco.

Gioco che non appena si fa più scoperto, anche grazie all’alternanza della trama principale con alcuni flashback incentrati sul passato traumatico dei protagonisti (descritti con pochi tratti, forse superficiali, ma comunque essenziali e precisi), diventa inevitabilmente più prevedibile, perdendo di appeal e lasciando che i suoi meccanismi si inceppino, fino a trascinarsi con fatica verso un finale raffazzonato e contorto, che apre la strada ad un possibile sequel (in realtà già fissato per il prossimo anno!).

Nonostante gli evidenti difetti, che emergono con propotenza soprattutto nella seconda parte, Escape Room (qui il trailer italiano ufficiale) è un film che riesce ad intrattenere nonostante non riesca a sostenere fino alla fine, in maniera efficace e coerente, quanto impostato durante le premesse. Un esperimento che funziona solo in parte e che avrebbe meritato un epilogo decisamente meno fiacco e più convincente per dirsi pienamente riuscito. Tutto sommato, se siete alla ricerca del più tradizionale degli intrattenimenti scacciapensieri, condito da alcune sequenze davvero ben orchestrate e un pizzico di divertimento, non resterete delusi.

Guarda il trailer ufficiale di Escape Room

Stefano Terracina

Direttore responsabile e editoriale | Cresciuto a pane, latte e Il Mago di Oz | Film del cuore: Titanic | Il più grande regista: Stanley Kubrick | Attore preferito: Michael Fassbender | La citazione più bella: "Io ho bisogno di credere che qualcosa di straordinario sia possibile." (A Beautiful Mind)


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