Enola Holmes, recensione del film Netflix con Millie Bobby Brown

scritto da: Diego Battistini

Nel 1893, lo scrittore Arthur Conan Doyle dette alle stampe uno dei suoi racconti più celebri: L’ultima avventura. Nelle intenzioni dell’autore, lo scritto avrebbe dovuto sancire l’uscita di scena di quello che era già allora un personaggio iconico della letteratura anglosassone: Sherlock Holmes. Subito dopo l’uscita del racconto, però, orde di lettori si ribellarono a Doyle, costringendolo di fatto a resuscitare l’investigatore residente al 221B di Backer Street. Chissà se l’autore scozzese l’avrebbe fatto nel caso avesse potuto sostituire Sherlock con una parente altrettanto brava nelle deduzioni e nelle investigazioni; una sorella minore, magari, come quella immaginata più di un secolo dopo dalla scrittrice Nancy Springer, le cui avventure sono state trasposte al cinema nel nuovo film Netflix Enola Holmes, dal 23 settembre disponibile in streaming.

Scritto da Jack Thorne (The Eddy), il film diretto da Harry Bradbeer è tratto dal primo romanzo della serie (in totale sono 6), Enola Holmes – Il caso del marchese scomparso, pubblicato in italiano, in discreto ritardo (è del 2006) e in concomitanza con l’uscita su Netflix, da DeAgostini. Si tratta quindi di un’opera che si prefigge sopratutto l’obiettivo di raccontare le origini del personaggio, ampliando e rimodellando innanzitutto l’universo narrativo di riferimento proposto da Doyle. Posto in secondo piano Sherlock e le sue disavventure, a fare le spese di questo spin-off letterario ed, ora, anche cinematografico è ad esempio il Dott. Watson; al contempo, però, oltre alla figura di Enola, fanno la loro comparsa anche altri familiari dell’arguto investigatore: la madre Eudoria e il fratello Mycroft.

Oltre all’introduzione di nuovi personaggi, modifiche sono apportate anche al livello del contenuto. Se la struttura dei gialli di Doyle rimane pressoché immutata – Enola ha ereditato un “fiuto” nel risolvere casi pari a quello del fratello maggiore -, con colpi di scena, deduzioni, prove ed indizi vari, l’aver incentrato la narrazione su un’eroina femminile in età adolescenziale ha permesso sia alla scrittrice Nancy Springer che, per osmosi, agli autori del film di affrontare tematiche molto attuali: la ricerca e scoperta di sé in primis- il viaggio che Enola compie è molto simile a quello dell’eroe mitico descritto da Joseph Campbell ne L’eroe dai mille volti (che poi è la base per ogni film hollywoodiano che si rispetti) -, ma anche altre legate principalmente al tema del femminismo, di cui la signorina Holmes è fervente paladina (anche se a volte in modo inconsapevole).

Quando la madre, Eudoria Holmes (Helena Bohnam Carter) scompare misteriosamente, la giovane Enola (Millie Bobby Brown, coinvolta anche nelle vesti di produttrice) decide di avvisare i due fratelli che non vede ormai da molti anni, ovvero da quando entrambi sono “fuggiti” dalla rurale magione di famiglia per trasferirsi nella caotica Londra: il burbero e severo Mycroft (Sam Claflin), e il famoso e più accondiscendente Sherlock (Henry Cavill). Mentre il secondo si assume la responsabilità delle indagini relative al caso della madre, il primo decide di occuparsi direttamente di Enola costringendola ad entrare in un istituto educativo per signorine dell’alta società. Entrambi i fratelli, però, non hanno fatto i conti con il temperamento della sorella, decisa a investigare personalmente su quanto accaduto. Trovata una traccia, Enola fugge e si reca a Londra per indagare, sulla sua strada però incontra un giovane rampollo in cerca di libertà, Lord Tewksbury (Louis Partridge). È l’inizio di un’avventura ricca di sorprese, pericoli e inaspettati colpi di scena.

Enola Holmes è un film godibile, del quale si apprezza sopratutto il tono scanzonato. La scelta di Thorne e Bradbeer è quella di far raccontare la vicenda alla stessa protagonista, abbattendo sovente la quarta parete che la divide dagli spettatori per cercare di creare più empatia e tenere sempre alta la concentrazione di chi guarda. Un’espediente certamente non nuovo ma comunque efficace, che naturalmente permette anche alla protagonista, la bravissima Millie Bobby Brown (ormai emancipatasi definitivamente dal personaggio di Undici e da Strager Things), di gigioneggiare (senza strafare) e mettere in mostra tutta la sua straordinaria bravura ed efficacia scenica (il film si regge sostanzialmente quasi tutto sulle sue spalle).

Educata dalla madre a badare a se stessa senza aver bisogno dell’aiuto di nessuno (specie degli uomini), Enola (il cui anagramma è “Alone”, ovvero sola) è un’adolescente sveglia e portata per l’investigazione, le cui disavventure non hanno nulla da invidiare a quelle che videro protagonista il suo – fino ad oggi – più celebre fratello. La sceneggiatura di Jack Thorne riesce a trovare il giusto equilibrio tra giallo e teen dramedy (alla fine si parla sempre di un passaggio dall’infanzia all’età adulta) per confezionare un prodotto rivolto principalmente a un target giovane, ma non è escluso che anche gli adulti ne possano apprezzare la coinvolgente ingenuità e ironia.

Se quindi convince il “tone of voice” utilizzato per raccontare le avventure della protagonista, lo stesso non si può dire della struttura narrativa in sé. Da questo punto di vista, Enola Holmes sembra più che un film un lungo pilot apripista per una serie tv (che naturalmente non vedrà mai la luce) la cui finalità è quella di presentare personaggi e situazioni che poi andranno a svilupparsi nelle successive puntate. Uno sviluppo che qui invece, data la natura dell’operazione, rimane sulla carta (e bisognerà eventualmente attendere un nuovo capitolo cinematografico per vederne il progresso). Una condizione, quest’ultima, che evidenzia sopratutto la mancanza di coesione tra le diverse linee narrative presenti nel film, spesso alternate in modo poco omogeneo: il film prende le mosse con la scomparsa della madre – accadimento che funge da “motivo scatenante” della vicenda -, ma, all’incirca a metà film, tale linea narrativa (fino a quel momento considerata principale) viene abbandonata per dare maggior risalto a una sottotrama che finirà per prendere il sopravvento sulla prima (anche se poi alla fine tutti i nodi verranno al pettine, con più o meno forzature a livello narrativo: sì, il finale è un po’ sbrigativo).

La sensazione è che il buon materiale narrativo di partenza avrebbe reso maggiormente se “deviato” nell’alveo della serialità televisiva. La possibilità di dilatare il tempo e “scaglionare” la storia (o le storie) in più puntate avrebbero permesso un Enola Holmes di approfondire maggiormente i personaggi (ad esempio i due antitetici fratelli Holmes), nonché di dare il giusto respiro a tutte le linee narrative proposte; ma avrebbe giovato nel complesso anche a un’operazione che, per quanto sia in fin dei conti apprezzabile, sembra non riuscire ad esprimere al meglio tutte le sue potenzialità, costipata in un formato che non le permette di essere ribelle come il personaggio di cui racconta le gesta.

Guarda il trailer ufficiale di Enola Holmes

Diego Battistini

La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rosssa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)


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