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Enea, recensione del film di Pietro Castellitto

La recensione di Enea, il nuovo film scritto, diretto e interpretato da Pietro Castellitto. Dall'11 gennaio al cinema.

Enea tiene incollati dall’inizio alla fine, senza sapere bene perché. Genera emozioni che non hanno senso nel contesto della storia, solo grazie alla messa in scena. Fa odiare profondamente tutti i personaggi e al contempo riesce a costringere lo spettatore a non poterne fare a meno. Bellissimo fino ai titoli di coda, dove tutto si sgonfia e ci si rende conto di aver fatto un bellissimo viaggio la cui destinazione non era niente di ché. Bene? Male? Per capire se Enea – presentato in Concorso all’80esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia e in sala dall’11 febbraio – fa al caso vostro occorre ragionare spezzandolo in più parti: la storia, la messa in scena e il senso.

La storia

«Un gangster movie senza la parte gangster. Una storia di genere senza il genere», ha dichiarato Pietro Castellitto. Un film ispirato alle dinamiche famigliari del regista, verrebbe da dire notando la composizione della tavola intorno a cui si siede la famiglia di Enea. Pietro Castellitto, che oltre a essere regista interpreta anche il protagonista, fa interpretare il ruolo del padre a suo padre Sergio e del fratello a suo fratello Cesare. Una scelta ombelicale che dovrebbe invalidare immediatamente qualsiasi pretesa del film. E invece, in qualche modo, Enea riesce ad affascinare proprio per via di questa dinamica sincera (che grandi scene le litigate!) e incastonata nel senso dell’opera.

Dopo I predatori, Castellitto torna infatti a osservare le cene, i momenti convenzionali alto borghesi e la pulsante voglia distruttiva dei giovani. Dentro c’è dell’insofferenza verso un mondo cinico e privilegiato che fa schifo ai figli che ancora possiedono l’animo rivoluzionario dell’età. Il film si accorge anche dell’ipocrisia insita nella cosa. Perché altro che una rinuncia francescana: questi figli della casta romana non hanno la minima intenzione di liberarsi del privilegio. Semmai vogliono usarlo per fare il contrario di quello che hanno fatto i loro genitori, per seguire ancora di più il proprio piacere e i vizi nati nella noia.

Ci sono molte cose che succedono nel film, poche hanno un vero senso di necessità. Faticano i vari momenti a legarsi l’uno con l’altro. Restano molto suggestivi e perfetti se scomposti, ma quando sono messi insieme danno vita a un versatile gioco intellettuale il cui senso finale è molto più esile della pomposa messa in scena. La noia delle famiglie ricche ha ormai da tempo esaurito ciò che aveva da dire. La grande bellezza, in questo, resta il film che ha scritto la parola fine a questo tema. Come variare?

Castellitto lo fa cercando con successo di mitigare la distanza tra i personaggi e l’esistenza dello spettatore medio. Rende i due fratelli degli agenti del caos la cui sofferenza è catartica per lo spettatore. Quasi la si attende con gusto. Dei ragazzi che hanno tutte le possibilità di scelta di fronte a loro e che quindi scelgono tutto nella maniera più sbagliata possibile. Fanno rabbia.

La messa in scena

Enea è come una macchina potentissima senza un pilota che la sappia guidare correttamente. Che fantasia quella di Pietro Castellitto! Che straordinaria capacità di creare immagini iconiche. Tutto è coerentemente patinato all’inverosimile e non convincerà ad amare questo stile chi già non lo sopporta. Anzi. Però, cinematograficamente, lo sguardo del giovane regista è in assoluto tra i più promettenti che la nostra industria abbia espresso.

Movimenti di macchina vertiginosi, un incredibile senso del ritmo si coniugano con un invidiabile gusto estetico. Enea diventa così dissonante: una bellissima confezione in una sceneggiatura ruvida. Sono numerose le idee da antologia: la madre pratica la mindfulness immersa nella musica; una palma si schianta sulla vetrata del cortile della casa spaccando in mille pezzi il vetro, ma lei non si accorge di nulla. Di questo parla il film: di adulti ciechi e sordi mentre intorno regna il caos.

Quando questa sequenza si trasforma anche in una gag ricorrente, il film si eleva in scrittura. “La sua testa è brillante!”, viene detto al personaggio di Sergio Castellitto perché un vetro incastrato tra i capelli riflette luce all’interlocutore. “Oh grazie mille, ma anche tu non sei male”, risponde con falsa modestia.

Radek Ladczuk (Babadook) fotografa Roma, ma soprattutto la dolce vita di questi giovani autodistruttivi, con dei colori pieni di spessore, con una cura da grande produzione hollywoodiana. Bellissima l’immagine (un po’ alla Homer Simpson) di Enea nascosto nella siepe per spiare una bella tennista di cui è innamorato (Benedetta Porcaroli).

Il senso

La risposta a cosa significhi Enea, la giustificazione alle sue volgarità (pesci sodomizzati) e ai suoi buchi (perché tutto questo accade? Chi sono i personaggi di contorno che fanno parte di questo ricco club?) sta nell’identificazione perfetta tra il film e il desiderio del suo protagonista. La voglia di essere incendiari per vincere la noia. Non è dato sapere se questa sia solamente esistenziale o sia un fastidio verso le convenzioni del cinema italiano. Fatto sta che Enea cerca di distanziarsi dal nostro modo di fare cinema più stereotipato.

Al contempo è costretto ad aderire all’immaginario trito e ritrito del radical chic crudele. Dietro l’apparenza c’è un’animo oscuro, un disagio profondo. Castellitto, a differenza di molti altri registi (uno su tutti Muccino), questo aspetto da villain lo mette sin da subito in primo piano. È un film senza eroi, Enea. Può dare noia questa gioventù nichilista, così convinta delle proprie idee da risultare frivola. È però un cinema estremo, senza bianco o nero, senza compromessi. Ci si butta dentro per venirne travolti, non cullati. Se la rabbia sarà una delle emozioni all’uscita, non significa che il film non abbia fatto il suo dovere.

Con una storia debole e una messa in scena maestosa, in mezzo si trova un senso labile, difficile da cogliere e quando lo si coglie soggettivamente si potrebbe volerlo rigettare. Noia, crisi dei valori, ribellione e conformità, soldi come passatempo che garantisce poter fare quello che si vuole… per vincere la noia dell’inizio. Poi però c’è un piccolo dettaglio che fa capire quanto sia minimale e curato il character design di Enea: le cuffiette.

Le ha sempre nelle orecchie. Sono la versione pro, ovviamente, quelle con l’isolamento acustico. Il ragazzo vive in una sua bolla, che è anche un mondo a parte. Sul finale se le toglierà e le darà a un’altra persona. Un piccolo gesto che sintetizza un cambiamento importante in un personaggio apparentemente statico che percorre una lunga maturazione senza che ce ne si accorga.

Guarda il trailer ufficiale di Enea

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Con una storia debole e una messa in scena maestosa, in mezzo si trova un senso labile, difficile da cogliere e quando lo si coglie soggettivamente si potrebbe volerlo rigettare. Noia, crisi dei valori, ribellione e conformità, soldi come passatempo che garantisce poter fare quello che si vuole… per vincere la noia dell'inizio. Poi però c’è un piccolo dettaglio che fa capire quanto sia minimale e curato il character design di Enea: le cuffiette. Le ha sempre nelle orecchie. Sono la versione pro, ovviamente, quelle con l’isolamento acustico. Il ragazzo vive in una sua bolla, che è anche un mondo a parte. Sul finale se le toglierà e le darà a un’altra persona. Un piccolo gesto che sintetizza un cambiamento importante in un personaggio apparentemente statico che percorre una lunga maturazione senza che ce ne si accorga. 

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Con una storia debole e una messa in scena maestosa, in mezzo si trova un senso labile, difficile da cogliere e quando lo si coglie soggettivamente si potrebbe volerlo rigettare. Noia, crisi dei valori, ribellione e conformità, soldi come passatempo che garantisce poter fare quello che si vuole… per vincere la noia dell'inizio. Poi però c’è un piccolo dettaglio che fa capire quanto sia minimale e curato il character design di Enea: le cuffiette. Le ha sempre nelle orecchie. Sono la versione pro, ovviamente, quelle con l’isolamento acustico. Il ragazzo vive in una sua bolla, che è anche un mondo a parte. Sul finale se le toglierà e le darà a un’altra persona. Un piccolo gesto che sintetizza un cambiamento importante in un personaggio apparentemente statico che percorre una lunga maturazione senza che ce ne si accorga. Enea, recensione del film di Pietro Castellitto