mercoledì, Agosto 10, 2022
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Ema, recensione del film di Pablo Larraín

Se dovessimo stilare una lista dei più autorevoli registi contemporanei, nelle prime posizioni non potrebbe mancare il nome del cileno Pablo Larraín, la cui affermazione internazionale si deve all’acclamato Tony Manero, primo film di una trilogia sul Cile durante la dittatura di Pinochet. L’autore sudamericano torna al cinema – dopo una fortunata parentesi statunitense da cui è nato il biopic Jackie, dedicato alla moglie di John F. Kennedy – con un’opera che potremmo definire di rottura, una sorta di tentativo per provare ad incamminarsi verso strade cinematografiche mai battute in precedenza: Ema, dal 2 Settembre nelle sale italiane.

Non che a Larraín sia mai mancato il vezzo della sperimentazione. I suoi film, infatti, per quanto spesso contraddistinti da tematiche comuni dimostrano una propensione ad alternare estetiche differenti in relazione alla storia raccontata. Pensiamo, ad esempio, a Post Mortem e al rigore formale, al minimalismo sfruttato per narrare l’anonima storia di un medico che lavora all’interno di un obitorio, le cui vicende lavorative (e non solo) divengono specchio di quanto sta accadendo nella nazione cilena soffocata dalla dittatura.

Uno stile che nulla ha a che fare, invece, con quello decisamente più pop di No – I giorni dell’arcobaleno – incentrato sull’incredibile vicenda della nascita di uno spot pubblicitario cileno che fece epoca -, ma neppure con quello onirico che fa sovente capolino nel complesso, contraddittorio e magnifico Neruda, omaggio a uno dei più grandi poeti della storia della letteratura mondiale. E che dire, al contempo, del già citato Jackie: film biografico per il quale il regista cileno ha optato per uno stile “sporco” e antispettacolare, di fatto rinnegando la tronfia estetica hollywoodiana che spesso (per non dire sempre) viene scelta per film di questo genere?

Una “liquidità” estetica che quindi ha sempre contraddistinto la filmografia di Pablo Larraín, autore fedele non tanto a uno stile univoco, quanto a un’idea di cinema prettamente autoriale. È testimonianza di questo atteggiamento anche il suo ultimo film, Ema, nel quale il regista racconta una storia diversa, dal carattere maggiormente intimista e non necessariamente specchio della società cilena contemporanea.

Ema (Mariana di Girolamo) e Gaston (Gael García Bernal) sono sposati. Lei è una ballerina, lui un coreografo. Hanno adottato un figlio, Polo (Cristián Suárez), ma dopo un tragico accadimento hanno maturato la decisione di abbandonarlo ai servizi sociali perché incapaci di gestirlo. Le giornate della coppia sono scandite dal lavoro – Ema fa parte della compagnia del marito – e da un acredine che porta i due a scontrarsi in continuazione su ogni cosa: la scelta di aver adottato il bambino, la decisione di rinunciare all’affidamento, ma anche la sterilità di Gaston, causa secondo Ema dell’infausta scelta di propendere per un’adozione. Di fronte a una crisi coniugale che sembra inarrestabile, Ema matura la decisione di andare via di casa per ricercare una libertà ormai perduta. Nel frattempo, però, è decisa a ritrovare Polo e forse a ricominciare una nuova vita.

C’è un qualcosa di ipnotico nell’estetica colorata, frizzante e travolgente a cui si affida Larraín per raccontare la storia di una giovane donna che fa della ribellione un modus vivendiEma è un inno alla libertà, vista nelle sue più svariate forme: libertà artistica, libertà sessuale, emancipazione nei confronti di una società patriarcale per cui le colpe ricadono spesso sul genere femminile (in fin dei conti, quando Gaston critica Ema per non essere stata una buona madre le uniche figure che comprendono il dramma della giovane sono le sue colleghe danzatrici). Una ricerca che Ema sottolinea sia a parole – quando, durante un colloquio in una scuola, sostiene che il suo obiettivo è quello di insegnare ai bambini più che a danzare a muoversi con libertà -, ma anche attraverso i fatti.

La scelta di separarsi da Gaston per la protagonista non comporta solo la rottura di una relazione, ma una rivalutazione della propria vita a 360°. Lasciare il compagno significa per Ema (anche) spezzare le catene di sovrastrutture relazionali e sociali che inficiano la propria libertà, simboleggiate anche dal rinnegamento delle coreografie di Gaston, incapaci – benché contraddistinte da effetti scenici sicuramente efficaci a livello spettacolare – di lasciare margine di sperimentazione ai ballerini, prigionieri quindi di un copione che ne mette a freno l’estro individuale. Ed è proprio contro questa sovrastruttura che Ema si prefigge di combattere, abbandonando le sterili sale prove e i palcoscenici per scendere nelle strade, a contatto con il cuore pulsante della vita, riaffermando se stessa e il suo desiderio di (positiva) individualità.

È chiaro che per raccontare una storia di emancipazione incentrata sostanzialmente su un unico personaggio, Larraín si affida alla carismatica interpretazione di Mariana di Girolamo, straordinaria nel tratteggiare la figura di una giovane donna sicuramente ambigua e contraddittoria, ma proprio per questo anche affascinante. Certo, al di là della sperimentazione, Ema non può essere comunque considerato uno dei migliori film del suo regista. Dopo una prima parte molto coinvolgente, in cui si raccontano gli antefatti di quella che sarà la narrazione principale, il film si perde un po’, sfilacciandosi da un punto di vista narrativo per divenire quasi una sinfonia dietro la cui estetica accattivante però non si intravede la profondità tipica del cinema dell’autore cileno.

È come se per una volta Larraín decidesse di non scandagliare i temi che emergono durante il corso della narrazione, ma si limitasse a restituirne allo spettatore un sentore. La sua proverbiale lucidità critica, spesso rivolta verso questioni relative alla Storia del suo paese, lascia il passo in Ema a un’autorialità di cui si apprezza senza dubbio la seducente libertà creativa e narrativa – si pensi, ad esempio, all’estremo connubio tra immagini e musica, così come all’uso coraggioso delle ellissi o del montaggio -, ma che palesa comunque una sterilità che fa percepire il film come un esperimento riuscito a metà.

Guarda il trailer ufficiale di Ema

GIUDIZIO COMPLESSIVO

Ema di Pablo Larrain è un film felicemente sperimentale, anche se non può essere considerato uno dei migliori film del regista. Dopo una prima parte molto coinvolgente, in cui si raccontano gli antefatti di quella che sarà la narrazione principale, il film si perde un po', sfilacciandosi da un punto di vista narrativo per divenire quasi una sinfonia dietro la cui estetica accattivante però non si intravede la profondità tipica del cinema dell'autore cileno.
Diego Battistini
Diego Battistini
La passione per la settima arte inizia dopo la visione di Master & Commander di Peter Weir | Film del cuore: La sottile linea rossa | Il più grande regista: se la giocano Orson Welles e Stanley Kubrick | Attore preferito: Robert De Niro | La citazione più bella: "..." (The Artist, perché spesso le parole, specie al cinema, sono superflue)

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Ema, recensione del film di Pablo LarraínEma di Pablo Larrain è un film felicemente sperimentale, anche se non può essere considerato uno dei migliori film del regista. Dopo una prima parte molto coinvolgente, in cui si raccontano gli antefatti di quella che sarà la narrazione principale, il film si perde un po', sfilacciandosi da un punto di vista narrativo per divenire quasi una sinfonia dietro la cui estetica accattivante però non si intravede la profondità tipica del cinema dell'autore cileno.